Quelli di Quinta erano i “grandoni”

Presenze che forse non sono state niente, solo ricordi ora sbiaditi dal tempo, e da una lontananza incolmabile di cui nessuno si accorge. Persone che fisicamente rappresentavano una pura abitudine, che colmavano quei vuoti nello spazio esageratamente grande per noi. Non ci abbiamo mai parlato, non le abbiamo nemmeno mai salutate, ma occupavano un posto che oggi oscilla senza più il peso della gravità davanti al nostro sguardo. Persone importanti per i sogni che il nostro inconscio ha saputo dirigere, lui il migliore regista, e la fantasia che ci ha riempito gli occhi di una realtà illusoria ma talmente verosimile da spingerci a crederci. Non conosceremo mai queste persone, ora che il più che ci rimane da fare è ricordarle sulle gradinate, quando passavamo loro accanto e in qualche modo era speciale. Sono presenze che non hanno cambiato la nostra vita, ma hanno reso ogni gesto, ogni abitudine, qualcosa di più completo. Come colombi che sorvolano il cielo, come superflui ingrerienti di un piatto già buono, abbiamo desiderato terribilmente conoscere queste persone, trasformare quella presenza intangibile in un rapporto reale, ma forse era destino che finisse tutto così. Sono state solo un lungo e fantasioso sogno, fatto di tanti sguardi furtivo che un poco ci facevano vergognare, tanti impercettibili momenti di imbarazzo davanti alla nostra stessa curiosità, tante conclusioni tratte da un’occhiata di un paio di secondi, ed ora, resta solo quello difficile operazione del ricordo che più non vede altro se non l’essenza. Sapevamo che sarebbero scomparse. In fondo ogni persona percorre la propria strada, a tratti da sola, con la compagnia dei propri pensieri e un paio di sconosciuti. Ma quelle presenze ci mancano. Erano la sicurezza di essere ancora lontani da quel passo, quello che ora spetta a noi che non ci sentiamo pronti. Erano una consolazione, perché ancora ci facevano sentire piccoli, su quelle gradinate coperte da una nuvola di fumo e mozziconi di sigarette. Poi è finito tutto. I grandi siamo diventati noi, incoronati dal tempo che è passato troppo in fretta, troppo grandi in questo universo cintato che chiamiamo liceo. Erano una presenza costante lungo i bianchi corridoi deserti, una presenza che lasciava alle nostre spalle la speranza di non arrivare mai in fondo, al loro posto, all’ultimo anno. E invece. Invece ora è tutto diverso. Non possiamo più sognare i futuri professori a settembre, i libri del prossimo anno, i compagni di banco di un autunno ancora bollente. Ogni giorno sarà l’ultimo giorno di un anno che prima sembrava così lontano, protetto da quelle presenze abitudinarie, che abbiamo osservato a fondo, giorno dopo giorno, come se il tempo si fosse fermato così. Era bello desiderare d’essere amici con i più grandi, quelli più esperti, quelli che sembravano uguali a noi, ma dentro portavano una paura nuova, quella che proviamo noi oggi, quella dell’ultimo anno di liceo. Siamo noi, adesso, quelle presenze timorose del tempo che passa, e che ci traghetta verso l’ultimo scoglio importante e miticamente invalicabile. Ma non basta più allungare la mano, e poter sfiorare quel mondo chiuso dentro il nostro stesso universo. Non ci sono più quei volti, quegli zaini che avremmo potuto riconoscere a chilometri di distanza, non udiamo più quelle voci sulle gradinate tante volte ascoltate furtivamente, quelle che in qualche modo ci sono sempre state, ed erano come fratelli maggiori invisibili, per noi. È il primo anno in cui siamo da soli. Nessuno a suggerirci che cosa si più importante studiare, nessuno a dirci che quell’argomento non servirà a niente, nessuno ad aprirci la strada un’altra volta, magari all’infinito. Non è così. La strada adesso è nostra. Noi classe Quinta I del liceo scientifico, siamo quelli grandi, i “grandoni”, quelli che i primini temono il primo giorno di scuola, impauriti dalle immagini dei telefilm americani che ci vogliono forti e prepotenti. Ma forse siamo noi quelli che hanno più paura. Perchè i fratelli maggiori ora sono all’università, e non li rivedremo mai più. Solo, qualche comparsa soffocata di chi sale le scale per salutare i professori più cari, quelli che per loro erano i veri fratelli maggiori, ed oggi sono i nostri. È tutta una grande famiglia, il liceo. Pieno di nostalgie, di paure, di novità, di ultimi anni all’infinito. E questo sarà il nostro. Lo percepisco mentre sulle gradinate ricerco quelle antiche presenze di un anno passato, con i libri sempre aperti anche alle otto del mattino, e l’ansia di scoprire la materia della seconda prova. Oggi, ci siamo solo noi. Ed è tutto diverso.

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4 pensieri su “Quelli di Quinta erano i “grandoni”

  1. Ricordo ancora le occhiate tra il timoroso e il coraggioso che si rivolgevano ai più grandi, tra cui c’erano il più bello, il più ribelle, il più bravo etc etc
    Ammetto però che la mia classe era sui generis: già dal secondo anno venivamo guardati da tutti con timore reverenziale perché avevamo il più alto tasso di maschi del liceo xD E tutti, grandi o piccoli che fossero, ci ammiravano.

    • Beh anche la nostra classe non è mai stata male, ne abbiamo passate parecchie, tra cui un vaffanculo alla prof peggiore del liceo, quindi il rispetto ce lo siamo guadagnato 😂 una cosa apprezzabile è l’idea di dividere i primi due anni dagli ultimi tre, trovo ci sia molta disparità di età 😉

  2. Io con i “grandi” ho sempre convissuto bene.
    Ci sono 3 motivi.
    1) ero piccolo (specialmente di statura) ed indifeso, e per qualche motivo facevo tenerezza
    2) avevo una buona parlantina, e dunque riuscivo a reggere una conversazione con i “grandi”
    3) ero bravo a giocare a pallone, e dunque spesso venivo scelto dai “grandi” per giocare con loro

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