Lettera speciale per i diciotto anni di E.

Più che farti gli auguri, mi piacerebbe raccontarti una storia. Sì, una storia strana, la mia. Era il primo giorno di liceo, te lo ricordi? È stato allora che ci siamo conosciute, sedevi davanti a me, ma non ci siamo scambiate nemmeno una parola. Ricordo perfettamente come eri vestita tu, non ho idea di come fossi vestita io. Strano, dici? Ma ecco, da quel giorno è stato come vivere su di un’altalena. Non sei stata la mia prima amica, nemmeno la seconda, ma sei stata la prima a salutarmi la mattina, ed io ti aspettavo, aspettavo che entrassi dalla porta della classe per rispondere al tuo sorriso, come un’abitudine infinita. È paradossale come ci siamo sempre sfiorate senza stringerci mai. Non ero nemmeno certa di che cosa fossi tu, eri bellissima, forte, stretta nel tuo giubbotto di pelle, ma avevo paura. E probabilmente ho paura anche adesso, perché quel tuo sguardo pare quasi graffiare. Alla prima festa della scuola ti ho vista fumare una sigaretta, ed ho ancora impressa in mente l’immagine di te, seduta sopra un tavolino, come una colonna di un porticato. Non avrei mai saputo parlarti. Non posso dire che ci abbiano unito molte cose, ma io ci ho provato, e poi segretamente ti ho chiesto scusa, davvero. È che non sei mai stata il mio mondo, non sono mai stata a mio agio con te, e soltanto una volta, a mezzanotte, non ho avuto la forza di chiudere gli occhi e dormire, sono rimasta a pensarti, a ricordare quando in pieno agosto un tuo messaggio recitava “Che bella che sei nella foto”, ed io avrei solo voluto correre di gioia. Di strada ne abbiamo fatta, da allora. Sono cambiate forse fin troppe cose. E dire che sono tante le promesse che ancora rimangono sospese in aria, come quel rotolo alla Nutella che dovevamo cucinare a casa tua, ma ho potuto soltanto ammirarlo in foto. Ci sono sempre stata male, perché credevo in te, quando si parlava di amicizia, di condivisione, di un futuro, ma l’estate ha interrotto tutto. Non sono riuscita a dirti che a volte i genitori non sanno prendere subito le decisioni giuste, ma prima o poi ci arrivano. Non sono riuscita a dirti grazie per avermi insegnato a sciare e a pattinare sul ghiaccio, a vincere la paura soltanto per inseguirti e stare con te. Non sono riuscita a scattare quella foto, noi quattro, come mi avevi promesso. Non sono riuscita a chiederti di restare, non era giusto, e lo sapevo, perché sei sempre stata troppo diversa da me ed io troppo testarda per lasciarti andare senza rimpianti. Io ti ho vista ridere e ti ho vista piangere, ti ho vista sull’orlo di un cratere e poi stesa sul prato, senza capirti mai. Forse siamo entrambe sulla stessa altalena, ma ad inseguirti sono soltanto io. Non ho il coraggio e la forza che hai tu, non ho un fidanzato da amare, non ho una famiglia enorme e felice come la tua, non ho la tua capacità di sorridere nonostante tutto, e nemmeno ho il tuo pianto nascosto quando quelle poche volte sei crollata, ed io non c’ero. No, non c’ero. Troppo occupata a guardarti, vigliacca, non ti ho mai detto nulla e di questo mi rimprovero, perché ho riempito pezzi di carta per te, ma le lacrime bagnavano il tuo volto senza che avessi nemmeno un fazzoletto. Avrei voluto abbracciarti, dirti che sarebbe andato tutto bene, che a volte le persone non ci capiscono, ma è normale. E invece sono sempre rimasta nell’ombra, a chiedermi il perché delle tue lacrime, e se qualcuno là fuori avesse trovato il coraggio di asciugarle. Ho avuto paura di perderti per strada, paura di quel vuoto lasciato da un banco in meno nella classe, paura di voltarmi e non trovarti più, invisibile, inconsistente come un ricordo. Ti ho aspettata per estati intere, ogni anno, fino al settembre maledetto che riapre ogni ferita. Ho aspettato di scoprire che cosa l’estate avesse cambiato in te, io vittima di quella stessa paura che ogni estate mi ha fatto sperare di incontrarti per caso, con la certezza che se fosse successo non avrei saputo parlarti. Sei forte, più di me. Hai dimostrato di esserlo, e in qualche modo è come se quella mia prima impressione di te, quella prima occhiata durante il primo giorno di liceo, é come se fosse verità. Come se ti avessi sempre conosciuta. Sapevo che saresti tornata a sorridere, sapevo che avresti fatto la scelta giusta, sapevo che eri diversa da come volevi apparire, sapevo che eri di più, più di tutti gli altri. Non lo so che cosa me lo abbia suggerito, forse solo la speranza di avere ragione, di aver trovato una persona così apparentemente perfetta in tutto. La nostra altalena ci ha tenute distanti per molto tempo, e ricordo ancora quel mio sedicesimo compleanno in cui mi hai fatto gli auguri, e fuori da scuola mi hai aspettata per abbracciarmi e in qualche modo scrivere la mia giornata. Lo ricordo perché è stato il solo compleanno che io abbia festeggiato con te. Il solo momento in cui le nostre guance si sono avvicinate, e ci siamo scambiate un bacio sulla guancia. Non nascondo di aver rimpianto quel giorno, era come se mi mancasse un pezzo di quella quotidianità che avevo con il tempo costruito. Mi mancavi tu. Mi mancavi quando stavi male, fissavo il banco vuoto davanti a me, e non avevo il coraggio di cercarti. Mi mancavi quando sei tornata e mi sembravi un’altra persona, forse stronza, forse costruita male, forse ti piaceva fingere. Ma mi mancavi ancora di più, perché non eri tu quella ragazza strafottente in mezzo a quelle quattro oche, no, non lo eri, e non mi sono rassegnata mai. In questa storia che voglio raccontarti, ho avuto ragione io. E non posso spiegarti la gioia che ho cercato di dissimulare quando hai deciso che era ora di riprenderti la tua vita. Non voglio vederti soffrire, ma quelle persone di cui ti circondavi ora non ci sono più. E sembra un sogno bellissimo e irreale trovarmi accanto a te, a scuola, ogni mattina fino a fine lezione, come in quel primo anno del liceo oggi così lontano. Un sogno tanto vero che quasi non ci credo. Avevo ragione. Avevo ragione quando ti difendevo, perfino da me stessa, quando ripetevo che tu eri diversa, che tu non eri così, che tu avevi qualcosa in più, ma avevi paura ad usarlo. Lo raccontavo e nessuno ci credeva, forse nemmeno io, nemmeno tu. Avevo ragione e mi hai fatto dubitare per cinque anni del mio intuito fantasioso, ma questa storia forse giungerà al termine. Non oggi, ma tra meno di un anno non ci vedremo più. Non vorrei perderti, perché tu mi hai dato tanto, mi hai dato cose che non ho trovato in nessun altro, e una presenza, un’amicizia strana, quasi soffocata dalla nostra reciproca indagine sull’altra. Non siamo mai contente, noi. Ma averti accanto è forse il più bel lieto fine per questa storia che spero, in qualche modo, possa farti piacere. Vorrei farti capire quanto sei importante e quanto vali, perché a volte ho l’impressione che tu non te ne renda conto. E non fare più certi errori, non lasciarti mai andare con persone che non hanno nemmeno intravisto quel tuo bel cuore, credimi. Forse non ti conosco e non ti conoscerò mai come vorrei, ma per i tuoi diciotto anni non posso che augurarti di essere felice. Sii felice, perché te lo meriti. Sii felice, perché sai voler bene davvero. Sii felice, perché hai un cuore grande, lo so, anche quando non lo vuoi mostrare. Sii felice, perché sei la persona che ho sempre cercato con lo sguardo da lontano, immaginando la tua vita e la tua storia, ed oggi posso dire che in quegli occhi verdi ci ho visto giusto: ho trovato una persona speciale. Probabilmente tutto questo non lo leggerai mai, o rimarrà nascosto dietro l’emoticon del cuoricino, perché non sono brava con i messaggi di auguri, e non sono brava con te. Auguri, e scusami se non ti ho fatto un regalo, ma lo sai che il mio coraggio si nasconde. Spero soltanto che un pensiero giunga a destinazione.

Auguri ❤

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