Lettera immaginaria di un disabile

Caro Gesù bambino, volevo farti una domanda che da tempo non ha risposta: perchè sono diverso dagli altri? Perché gli altri ragazzi corrono, giocano a calcio, scattano fotografie, scrivono così veloci che mi incanto a guardarli? Perché io no? La mamma dice che sono speciale, e non so che cosa vuole dire. Mi chiedo se sia una malattia. Tu dici? Non posso camminare, tutte le mattine mi alzo dal letto e quello che mi trovo davanti è l’immobilità. E poi è come se tornassi a vivere. Dicono tutti “oggi siamo nel ventunesimo secolo”, come se oggi non ci fossero problemi, come se tutto andasse per il meglio. Ho una sedia a rotelle e una ragazza con cui parlare tutte le settimane, il computer, la televisione, il cellulare. In fondo sono immerso in questo mondo, mi è capitato, tanto vale provarci. Ma sono speciale? Io non lo so, a volte mi sembra di essere nel posto sbagliato, tutti sanno fare delle cose, ed io ci provo, davvero, ma non ce la faccio. È sempre stato così, anche alle elementari, con le tabelline ad esempio, o con la i della parola scienza. Non mi entravano in testa. Forse è per questo che dicono che sono speciale. Ma Gesù, io volevo chiederti perché. Io non voglio esserlo. Non voglio essere diverso dagli altri, non voglio sentirmi nel posto sbagliato. E poi, sai, la gente a volte è cattiva, ti guarda come se fossi un essere sbagliato, e non capisco, davvero, perchè esistono i pregiudizi? Gesù, perchè non posso alzarmi da questa sedia e correre per strada, senza che nessuno provi pietà per la mia vita? Io sono felice. Sono felice quando vado al parco a leggere, quando ascolto la musica, quando faccio quello che mi piace. Perchè io posso essere felice. Ma mi chiedo come mai, perché tutti pensano che le mie gambe morte mi impediscano di essere felice? Vedo quegli sguardi, quelli pieni di compassione falsa, e vorrei che si spegnessero. E invece niente, tutti pare che siano attratti, quasi incantati, dalla sedia a rotelle. Come se non ne avessero mai vista una. Forse è vero, dovremmo esclamare ancora più spesso che siamo nel ventunesimo secolo, ma come esserne soddisfatti? Il tempo passa e il mondo è lì. La mamma dice che un giorno non saremo più persone diverse, noi con la sedia a rotelle, noi con un paio di occhiali, noi con il viso un po’ schiacciato, noi bambini anche a trent’anni. E pensare che ci sono adulti che uccidono, ma loro non sono speciali, diversi. Gesù bambino, io mi chiedo soltanto come le cose potranno cambiare, se anche la mia mamma mi dice che sono speciale. Io lo so che mi vuole bene, che lo fa per me. Ma io non voglio sentirmi dire che sono speciale. Io voglio sentirmi dire che sono un bravo ragazzo, che devo studiare, che se non studio mi mettono in punizione, che mi daranno la paghetta settimanale, che le cose me le devo meritare. Io voglio vivere come gli altri. Posso? Gesù, fa’ in modo che le cose cambino prima del prossimo secolo. La mamma dice che porta bene, quindi “oggi siamo nel ventunesimo secolo”, lo dico anch’io, magari qualcuno mi ascolta. Sai, a volte mi prendono in giro, ed è allora che me lo ripeto forte, “oggi siamo nel ventunesimo secolo”, “oggi siamo nel ventunesimo secolo”. Perchè ci credo. Solo che gli altri… sono ciechi, dice la mamma. Ma per me ci vedono bene. Vedono me. Ma non capiscono. Dicono che non capisco io, ma mi sto confondendo. È solo che a volte la cecità è dentro, è una cecità dell’animo, e quella si può curare, credo. Non come me, che non potrò mai correre come gli altri, che non potrò mai fare i conti come gli altri. Gesù, perchè io? Dimmi solo questo, poi non ti disturbo più. Ho bisogno di sapere che è stato il caso, una sfortuna piombata dal cielo casualmente. Dimmelo. Perchè io sono felice, voglio esserlo. Ma a volte sono gli altri a volermi vedere triste, perchè sono gelosi del fatto che io, disgraziato, sorrido tutte le mattine, mentre loro hanno bisogno di un post-it che ricordi loro che sono vivi. Gesù, lasciami la forza che mi hai tolto dalle gambe e dal cervello, lasciamela nel cuore. Vedrai che sarò felice lo stesso. Grazie.

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