24 Dicembre 

Vuole la tradizione che la sera del Ventiquattro di Dicembre si festeggi la Vigilia di Natale, e non è soltanto la tradizione, è storia, fatti, ricorrenze. Forse il vero senso religioso di questa festa un poco mi sfugge, sono cresciuta con Babbo Natale e tanti regali da scartare, ed oggi sono più responsabile, più consapevole, meno miope. Quest’anno ho comprato anch’io i miei regali di Natale, è stato strano, entrare nel negozio e cercare in ogni angolo quella borsa, quella sciarpa, entrare con un disegno in mente, perfetto, di un obiettivo da realizzare. Ancora più strano è stato passeggiare per i mercatini di Natale e rendersi conto che avrei voluto comprare tutto. Di mio c’è soltanto il pensiero, ed un pacchetto deforme con una coccarda incollata sopra. E dire che quest’anno ci ho pensato, ho riflettuto per settimane, ma i regali mi mettono in crisi. Così come entro in crisi quando cala il silenzio e devo aprire i miei, davanti a tutti, e ringraziare nonostante lievi sensi di colpa, perché tutti per me fanno sacrifici enormi. Sono sensibile al Natale, come se fosse una sensazione oggettiva, caldo freddo e Natale, un vento gelido che soffia tra i tetti e traghetta con sè i sogni dei bambini. Sono sensibile al Natale, e mi sento quasi più vulnerabile, ho paura di leggere un biglietto di auguri pieno d’amore e scoppiare a piangere sulla tavola, perché non sono così, non mi succede mai, non piango mai davanti a nessuno, nemmeno davanti allo specchio, eppure il Natale mi fa sentire più fragile. Ma come una vera sensazione, mi fa sentire nello stesso tempo più piena, più felice, in famiglia, al caldo di un abbraccio. La vigilia di Natale per me è sempre stata speciale, il momento più magico, per tornare a sorridere con quelle persone che non vedo mai, e raccontarci la nostra vita tra un boccone e l’altro, giocare con le statuine del presepe, rincorrere la micia, giocare. È una tradizione che ogni anno rivivo, mai uguale, perché il tempo passa e sarebbe assurdo se tutto rimanesse immutato, idilliaco come dodici, ventiquattro mesi fa. Probabilmente quest’anno sarà tutto fin troppo diverso per me. Per me e per tutti. Eppure respiro un’aria pulita, piacevole, che ha il sapore dei ricordi, e il rumore della carta da regalo che cade sul pavimento. Sarà diverso e un poco ho paura, perché per una piccola sbavatura bisogna riscrivere un’intera pagina, reinventare il Natale dopo anni di sicurezze, ma ho voglia di vivere l’attesa della mezzanotte come fosse un capodanno, ho voglia di dimenticare ogni regola, ogni orario, e mangiare fino a mezzanotte, scartare i miei regali, e sentirmi amata come un fausto destino. Tra le luci intermittenti dell’albero, vedrò i volti di quelle persone che non ci sono, e quelle che purtroppo non ci saranno mai più, penserò a loro, a lei, a voi, un po’ a tutti, perché nemmeno a Natale la mia mente si riposa. Forse dovrei smettere di scrivere, adesso, e correre a preparare gli ultimi pacchetti perché arrivo sempre in ritardo su tutto, dovrei aiutare a scrivere i biglietti, dovrei decidere come vestirmi tra meno di ventiquattro ore, ma è come se avvicinarmi al Natale spegnesse la sua magia. Sono un po’ come i bambini, aspetto tutto l’anno questa sera, perché a quel tavolo non siedo quasi mai, e mi sento a casa, mi sento circondata dalle persone giuste, mi sento felice, come se tutto fosse armonia perfetta. Ma quando finisce, mi manca. Mi lascio cullare dalla magia di questo giorno, pensando che ieri ho salutato tutti, ho distribuito i miei auguri, ho scartato i regali delle amiche e ho lasciato che scartassero i miei, è stato allora che mi ha coccolata l’aura magica del Natale, ho chiuso gli occhi e ho rivisto i sorrisi confusi, un poco sbiaditi perché sorridevo anch’io, ho percepito davvero tutte le emozioni del Natale, così, in pochi istanti, prima del suono dell’ultima campanella. È l’ultimo Natale che vivrò così, nell’abitudine dei minuti che scorrono, e l’albero di Natale della scuola che brilla davanti all’ingresso. Dovrei davvero smettere di scrivere. O per lo meno augurarvi buone feste. Lo farò, lo giuro. Ma qui, adesso, lascio soltanto scivolare i pensieri, come un fiume irrefrenabile sotto il temporale, dominato da una ingenua voglia di tornare bambina, e guardare le stelle accanto a mio zio, seguire la scia della slitta e coprirmi la faccia con le mani, perché sentivo un rumore e sapevo che era lui. Era Babbo Natale. E mi manca. Mi manca perfino la sua immagine fantasiosa che non sono mai riuscita a vedere, perché mi faceva paura. Mi manca crederci, o semplicemente mi manca vivere il Natale per quello che era veramente. La Vigilia di Natale è una festa. Come un matrimonio annuale. È l’occasione per dirsi, ancora una volta, ti voglio bene. Ma quello che più non smetterà mai di esistere, nella mia, nella nostra Vigilia di Natale, è lo scoccare della mezzanotte, e la tradizione di porre nella capanna il Gesù Bambino. É nato, sussurro. E da lontano riesco quasi a sentire una dolce melodia leggera, dei bambini che cantano le canzoni di Natale.

Buone feste a tutti, di cuore. 

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