Il Natale è

Mangiare. Mangiare come se il mondo finisse domani. Mangiare come se ci avessero trapiantato i quattro stomaci delle vacche. La nonna di turno cucina per il condominio intero, spedisce un autoarticolato pieno di lasagne al nipote in Germania, apparecchia una tavola rotonda del diametro di Giove, e via che si mangia. E la pancia si ovalizza, la dieta viene presto dimenticata, le fette di salmone volano sul pavimento, la panna montata sul soffitto, la casa si ribalta come dopo un’esplosione. Il problema è che a Natale si mangia per tre giorni di fila. Vigilia, Natale, Santo Stefano, un camion di roba penetra nello stomaco sfiancato dalla palestra a cui é sottoposto. Ma fosse solo quello, ci sarebbe la soluzione: un bel digestivo.

Ma innanzitutto Natale vuol dire esperimenti culinari, e quando tali esperimenti assumono le sembianze di un laboratorio chimico, quando si notano esalazioni verdastre, quando fiamme libere si sprigionano dalla padella, allora è il caso di preoccuparsi. Senza contare che finisce tutto immediatamente su Instagram, #esperimentofallitosigh, con tanto di commenti delle amiche “Ritenta, sarai più fortunata!”, e una media di tremilacinquecento like al minuto. 

Natale vuol dire poi sdolcinate canzoni natalizie ormai proposte in duemila versioni, comprese quelle di Michael Bublè che purtroppo, e qui sono seria, ha ceduto il trono alla Pausini, e la sento con l’orecchio indolenzito gridare dalla cucina “AAAALL AI UONT FOR CRISMAS, IIIIS IUUU”. L’effetto delle suddette canzoni è quello di rincoglionirti totalmente, e come se non bastasse più cerchi di fuggire più ti raggiungono. In radio, nei supermercati, nelle pubblicità dei panettoni, perfino nelle catene di Sant’Antonio natalizie. E qui casca l’asino. Anzi, l’asino, il bue, Giuseppe, Maria, tutta la capanna. Perché a partire dalle ore venti del 24 di dicembre, cominciano ad arrivare i messaggi di auguri. E si dividono principalmente in queste categorie: 1) L’immagine di Mafalda disperata che si interroga sui destini dell’universo, 2) I sette nani o il popolo dell’Albero Azzurro che cantano Jingle Bells, in versione Zecchino D’Oro e con una voce da transessuale, 3) Il messaggino composto dalla parola Auguri e una caterva di emoticons che brillano e pulsano, e che impallano l’applicazione e tutto il sistema operativo, 4) Il video a sfondo pornografico in cui Babbo Natale, coi mutandoni della nonna, rimorchia una renna, scopa con la Befana, suona i sederi degli elfi, o simili. Ma la cosa più assurda è che ormai questi video arrivano da tutte le parti, perfino dal proprio capo e dal padre ottantenne. Non hai possibilità di uscirne. Perché poi è un circolo vizioso, ne apri uno, decidi di mandarlo a un amico per scherzo, e quello di vendica, ti manda l’intera saga di Babbi Natale pervertiti, al che rischi la denuncia per pornografia. 

Finisce qui? Assolutamente no. Natale è anche e soprattutto regali. E qui bisogna chiarirsi, perché da un lato ci sono le persone care, veramente care, che riflettono da settembre sul nostro regalo, giocano d’anticipo, e ci prendono, eccome se ci prendono! E poi arrivano i cosiddetti maipiùsenza, che in gergo tecnico indicano tutte quelle boiate che puntualmente finiscono in cantina. Potrei citare quei ceri da chiesa che di solito piazzano accanto alle bare del morto, oppure quelle tovagliette a forma di foglia grandi come una finestra. Lo shampoo per capelli danneggiati da quella cara amica a cui non rivolgo più la parola. La crema anticellulite perché “Sai, costa, così te l’ho presa io”, e mi parte un dito medio. Gli stuzzicadenti colorati a un euro, perché tanto conta il pensiero. La cesta, ma non quella buona a base di lipidi e carboidrati, no, quella vegana, perché va di moda essere alternativi: bacche, semini, foglioline, erbette, perfino il vino dicono sia biologico. E poi ancora, le tazze da colazione che ogni anno uso come portapenne, ma ormai non ho più penne per riempirle. Le gift-card! E mannaggia al Fato, ogni volta mi ritrovo cento euro da spendere in un negozio in cui la sola cosa che apprezzo sono i manichini, senza vestiti addosso però. E accumulo gift-card, riempio il portafoglio di gift-card, ma non ho il coraggio di entrare e spulciare tra gli scaffali. Proseguo? C’è chi non si adegua alle gift-card, e compra direttamente un articolo del negozio: una maglia che al primo lavaggio si scioglie, un anello che fa la ruggine dopo una settimana, una sciarpa dorata e luccicante che sembra un mazzo di capelli d’Angelo per l’albero di Natale. E poi ancora. Che dire dei prodotti dell’erboristeria? Per carità, un bel pensiero. Ma vedete, vedersi arrivare una carriola di saponette, bagnoschiuma, profumi, cremine, ecco, ti fa come minimo sorgere una domanda: ma io puzzo? Perché poi ti fanno la confezione regalo, un grattacielo che devi legare sul tetto dell’auto perché nel baule non ci entra, e la riempiono di segatura, di paglia, di coriandoli, così quando la apri ti penetrano nel naso e sotto gli occhiali, e al destinatario restano due microscopici pacchettini che sembrano dei campioncini, di quelli che trovi d’estate dentro le riviste di gossip. Ecco, io li chiamo regali di merda. Capisco che conta il pensiero, davvero, ma mi chiedo come si possa trovare il pensiero in una trottola dipinta a mano, in un portabanana giallo o in uno strofinaccio con il calendario 2017. Davvero, dovete spiegarmelo. Così come dovete spiegarmi chi ha stabilito che a Natale la famiglia deve riunirsi al completo, come una rimpatriata di soldati di due fronti opposti. Da un lato c’è la suocera, dall’altro lato tutti gli altri. E poco ci manca che volino coltelli in uno spettacolo da circo indecoroso, perché emergono scheletri dagli armadi che neanche ad Halloween, e quelle vecchie offese, quella litigata perché il pesce era troppo cotto, o perché avevi suonato il campanello per due secondi di troppo, a Natale tutto torna a galla. E fidatevi che non se ne esce indenni. Come minimo se ne esce con un regalo di merda ben impacchettato, a cui bisogna sorridere, e dire “Che beeeello, lo volevo tantooo!”. E si parla di un pelapatate. Un ultimo problema del Natale è forse quello degli avanzi. Anzi, della corsa agli avanzi. Perché lo stomaco invoca pietà e un digestivo, ma il dolce rimasto in frigo, rigorosamente a base di uova, uova, e ancora uova, chiede di essere mangiato. Che fare? La risposta può essere una sola. È questo il motivo per cui a Natale si ingrassa di venti chili. È un dato oggettivo. Ci si gonfia come una mongolfiera. Insomma, il Natale ti pompa su tutti i fronti, i fianchi, la pazienza, il culo, raramente il portafoglio, evidentemente non usa più. E i nonni, che un tempo ti rifilavano la banconota “così ti compri quello che vuoi”, son regrediti, ed ora ti rifilano una scatola di Baci Perugina “così li regali al fidanzatino”. Ma cara nonna, ti devo spiegare io che i Baci Perugina me li magno io, in un pomeriggio solo, e mi tengo pure i bigliettini d’amore da collezione? E comunque, no, non ho neanche il fidanzatino. 

In questo caso Natale è solo deprimente. 

Dopo Natale? Le corse per cambiare i regali e renderli quanto meno presentabili. Si stima che la coda di gente in attesa raggiunga la Cina. 

Ah, e ovviamente i cinepanettoni, i mercatini di Natale, le piste di Cortina che monopolizzano i telegiornali, l’ansia per Capodanno… ma questa è tutta un’altra storia.

Divertente, il Natale. Sì sì.

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8 pensieri su “Il Natale è

  1. È stato saggio scrivere questo post dopo Natale anziché prima, sennò avresti fatto una strage.
    Cavolo, c’è ancora Capodanno però…

  2. Ahahahaha !!! Abbiamo un atteggiamento simile ed una somatizzazione diversa. Io rido da senza speranza, tu ti incavoli ed ancora ti difendi. Io, ormai, nelle feste mi perdo. Volontariamente.

  3. Io messaggi di Natale ne ho inviati solo due, poi ho fatto/ricevuto 3 telefonate, poi basta.
    Per fortuna io ed i miei amici non abbiamo bisogno di troppi messaggi e telefonate per farci gli auguri e dimostrare la nostra amicizia.

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