Estratto immaginario #11

“Sono corsa appena ho saputo… Come sta?”, “È là fuori. Da tutto il giorno ormai. No, lascialo, tornerà”. 

Michael fissava l’enorme vela bianca legata stretta all’albero della barca. Svolazzava schiaffeggiata dal vento invernale con una pacifica violenza, come un leggero tocco, un risveglio buono e familiare. Il porto deserto era avvolto da un fruscio continuo, dell’acqua verdastra che a tratti scavalcava la banchina e quasi giungeva fino alle scarpe di Mike. Ondeggiavano le barche l’una contro l’altra, come bambini stretti per mano, intrise del profumo di alici e di cernie appena pescate, e le reti incastrate tra loro ancora gocciolavano come panni stesi dopo il temporale. Il cielo azzurro sembrava riflettere come un muro bianco e un proiettore i pensieri tetri che in quegli istanti gli avevano attraversato la mente. Avrebbe presto dovuto lasciare tutto questo. La barca, le uscite notturne a pesca, l’odore pungente del mare un poco torbido attorno al canale, e color blu profondo in mare aperto, quasi fosse una grotta. Sedeva ora sullo scoglio che il nonno era solito usare per affilare i coltelli da pesce, con quella punta ormai erosa dalle lame antiche, battute e ribattute sulla stessa faccia e sottili ormai quanto un pezzo di vetro d’una finestra. Quasi riusciva a sentire il rumore, quel battito penetrante del braccio del nonno, chino sulla pietra brunastra, che quando lavorava non aveva occhi per nessuno. Michael lo sapeva bene, ma portava tratti indelebili nel suo carattere cuciti da una vita vissuta sempre tra le mattonelle del porto. 

“Mike!”, “Non verrà. Non ti ricordi? Rispondeva solo a suo nonno”, “È grande, adesso”, “Da quanto tempo non vi vedete?”.

Una lacrima gelida scese per la guancia del ragazzo, a bagnare il lembo superiore della maglietta, e le cuciture rifinite dal nonno che spiccavano per lo spago grosso e nero che era solito usare. Ricordava ancora quando si era strappato la maglietta. Il nonno non voleva che pedalasse con la bicicletta sulla banchina del porto, lo ammoniva con quel suo strano modo di gridare, con un leggero sussurro e il dito tremante alzato, quasi per assaporare l’aria pesante della sgridata. Ma quella volta Michael non aveva voluto ascoltarlo. Pedalava dipingendo una scia di prepotenza innaturale per lui, bambino da sempre buono e da sempre solo. Lo aveva visto fare dai ragazzi più grandi, staccò in un attimo entrambe le mani dal manubrio, e con un senso tremendo di vertigini continuò a pedalare avanti. Si sentiva grande e minuscolo allo stesso tempo, un gigante e uno gnomo intrappolato nel corpo sbagliato, gracile ma forte nelle serate di pesca. Suo nonno lo guardava e da lontano scorgeva nella nebbia il dito alzato, poi non vide più nulla. Solo acqua. 

Camminava ora là dove si era risvegliato, bagnato e ferito ad una gamba, nascosto dall’ombra di suo nonno chino su di lui. Cercava involontariamente ancora quel dito alzato e minaccioso che aveva voluto sfidare, come un bambino capriccioso, e si sentiva in colpa senza riuscire a trovare le parole per chiedere scusa. Aveva la maglietta strappata sul collo, e dai capelli l’acqua tiepida discendeva in due rivoli lungo la schiena, mentre il sole del pomeriggio scaldava il terreno secco. Quasi provava ora la stessa sensazione di un tempo, non di freddo, ma di piacere, così accudito da suo nonno chino su di lui per proteggerlo dal dolore. Ci vollero otto punti per quel taglio alla gamba, e otto giorni in cui il nonno smise di andare a pesca. Lo aveva fatto per lui, per il suo Mike, perché non sopportava l’idea di lasciarlo a casa da solo. Per Michael la sola persona degna di fiducia era lui, suo nonno. Ed ora che un vuoto immenso gli aveva lacerato il petto, quella sera d’una domenica di agosto, non riusciva a darsi pace. Vagava come un insonne che si rigira nel letto senza mai trovare sollievo in nessun angolo del materasso, scavava nei ricordi quello che gli impedisse di piangere, o di soffrire sotto il peso di un macigno nello stomaco, come per i sensi di colpa per quelle scuse mancate. 

“Mike… Mi dispiace tanto”, “Vai via”, “Mike, non fare così, ti prego. È già tutto difficile”. Si guardarono per un attimo, incantati da tutti quegli anni di assenza e di silenzio, e nel contempo cercavano di scoprirsi, il gusto di gelato preferito, il colore, le abitudini di tutti i giorni. Poi tutto a un tratto Michael voltò le spalle verso di lei, abbagliato per un attimo dai capelli biondi che da bambino gli parevano quelli di una bambola, e si gettò con tutto il corpo ormai privo di forze con la testa sul suo petto. Fu la prima volta che si abbracciarono, fratello e sorella, in uno di quegli abbracci caldi in cui non si distingue più un braccio dal braccio, e i capelli sono un arcobaleno. 

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88 pensieri su “Estratto immaginario #11

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