Quelle vecchie scarpe

In quelle vecchie scarpe raccolgo tutti i sassolini di cui non riesco a liberarmi, che si infilano sotto il tallone e pungono ad ogni passo, tutte le impervie salite che mi sono costate tanta fatica, tutte le vesciche dopo aver corso chilometri dietro ad una persona, tutte le parole che ho ingoiato per paura di dire la cosa sbagliata. Da otto anni porto quelle scarpe ormai disfatte, e separarmi da loro è come dire addio ad un diario segreto, alla mia storia. Scarpe che hanno segnato l’inizio di qualcosa, forse il vano tentativo di essere uguale agli altri, e questo non mi è mai del tutto riuscito. Ho conosciuto il mondo schietto delle persone vuote, e l’ho attraversato aggrappandomi a quelle scarpe, unico nodo in comune con chi cercavo di eguagliare. Ho camminato in mezzo ai temporali, io che portavo l’ombrello sempre con me ma il sapore della pioggia è dolcissimo, fino a sentire l’acqua infilarsi contro la pelle, e le scarpe farsi pesanti, fragili, indifese. Ho affondato i piedi nella neve gelida, ho attraversato il deserto freddo e ostile senza adeguarmi mai al suo colore, e le scarpe, quelle stesse scarpe che ora giacciono inerti davanti a me, mi avvolgevano le caviglie come la presa salda delle mani di mia madre. Sono le scarpe che forse ricorderò di più, quelle senza una stagione, quelle che adesso se ne stanno tutte rotte sul pavimento davanti alla porta, senza più la forza nemmeno per scendere le scale. Hanno viaggiato tanto, sono state calciate, calpestate, lanciate, disprezzate, e poi adorate, pulite, accarezzate, invocate. Scarpe che nel bene e nel male sono sempre rimaste con me, legate ai miei piedi con due lacci annodati di fretta. E c’erano nel giorno in cui ho potuto dire per la prima volta di essere finalmente felice. Ho perso anche persone amiche, e queste scarpe in fondo un poco ricordano anche loro. Come quelle telefonate dopo cena, ed i miei piedi nudi che giocavano con i lacci delle scarpe, quelle telefonate che oggi non sono altro che messaggi silenziosi, così piacevoli, ma così lontani dal vecchio rituale. Quelle scarpe raccontano otto anni della mia vita, e sono nate come sogno di una bambina. Le volevo così, nere, perfette, come in televisione. E poi sono cresciuta, e loro sono sempre rimaste uguali, io sempre legata a quelle Converse sporche e un po’ scassate, e loro sempre solide nonostante la plastica bucata. Hanno avuto una lunga vita, ed hanno fatto in tempo ad essere alla moda, proprio ora che rifletto sulla loro fine imminente, un paio rovinato in mezzo ad un esercito di scarpe tutte nuove. Sono state il primo paio di scarpe che gli altri hanno invidiato a me, un paio di scarpe che ha unito perfino noi due: ricordi di lei che guarda ai miei piedi quasi con una luce di invidia che mai più ho rivisto uguale nei suoi occhi. E sarà sempre meraviglioso il momento in cui l’ho vista entrare con le mie stesse scarpe ai piedi, meraviglioso come l’importanza che hanno assunto quei pochi materiali messi assieme attorno alle mie caviglie. Ricordi che si perdono in una cascata infinita, tra la preghiera della sera e i voti che prendevo a scuola, tra il mio primo pomeriggio a casa di un’amica e i tradimenti di chi, dicono, non mi meritava. Scarpe che forse mi capiscono più di molti altri. E conoscono tutto di me, tutte le mie passioni, la musica che mi piace, la paura di stare davanti ad un pubblico, il timore a volte di dire la cosa sbagliata, il mio affezionarmi in fretta alle persone. È tutto lì, scritto sotto una suola piatta di gomma e il logo delle Converse All Star disciolto dalla pioggia di otto anni trascorsi. Parlano come un’opera teatrale, e separarmene è difficile, ora che sono diventata grande e quelle scarpe non mi vanno più. Saranno sempre le mie prime scarpe preferite. E non importa quanti anni passeranno, ma ricorderò sempre che per otto anni sono cresciuta con quelle scarpe ai piedi, otto anni in cui ho imparato e camminato tanto, otto anni in cui mi sono nascosta e poi sono corsa via, lontano, senza guardare indietro, per prendermi ciò che più desideravo. Otto anni in cui ho fatto degli errori, e le mie scarpe lo sanno, sono scolpiti nei tagli della plastica e nella tela strappata. Otto anni in cui sono cambiate tante cose, e forse è giunto il momento di comprare un paio di scarpe nuove, perché continuare a portare con sé un passato ormai lontano, sbiadito, a tratti oscuro, a un certo punto comincia a pesare, le scarpe a stringere, e noi ad inciampare. È stata una bella storia, in fondo, ma certi strappi non si possono ricucire. Si può solo andare avanti.

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