Storia di come ho preso la patente – L’esame pratico

La mattina stessa di quel terribile lunedì 20 di marzo mi è venuto il ciclo. Avete presente quando aprite un rubinetto? Ecco. Testuali parole scritte via messaggio alla mia migliore amica: “Potrebbe andare peggio di così?”. In effetti sì, potrebbe piovere. E invece c’è un pallido sole primaverile che rende tutto sfumato. La mia probabile ultima guida, alle dieci e mezza del mattino, mi sembrava un sogno, non saprei dire se bello o brutto, soltanto un sogno. Ho guidato bene, forse meglio di tutte le altre volte, ho guidato senza quella paura che sapevo Francesca mi avrebbe rimproverato. Senza pensieri, senza ansia, senza terrore di sbagliare. Forse perché le emozioni sono come esplose in ritardo, appena sono scesa dall’auto ed ho incontrato l’altra allieva, che avrebbe fatto l’esame con me. È cresciuta senza sosta, mi ha chiuso lo stomaco e mi ha fatto tremare, cercando l’aria sul balcone come se in casa non ve ne fosse abbastanza, mi ha fatto desiderare che il tempo passasse, e invece non passava mai. Alle due e un quarto ero davanti alla mia autoscuola, a parlare con quell’altra allieva di cui nemmeno ricordo il nome, anche se me lo ha detto, ed io le ho stretto perfino la mano. Sì, in quel momento avevo paura, ma non era quel panico che ti prende allo stomaco e ti blocca sui tuoi passi, era una paura con cui riuscivo a scherzare, continuando a ripetermi “So guidare, so guidare, so guidare”. Un matto si è fermato a parlare con noi, sussurrando e tremando con le mani, ci ha chiesto chi fosse più brava, e poi ha indicato me, con un sorriso a tre denti che mi ha fatto rabbrividire. Era così surreale, quella scena, che mi sentivo quasi in un sogno. In pochi minuti ci siamo ritrovati in sei nel quartiere Barca, quello sempre deserto ma sempre intricato, come un infinito labirinto di strade, aspettavamo Francesca con l’esaminatore a bordo, aspettavo l’auto arancione brillante comparire all’orizzonte, eppure non arrivava mai. Poi è arrivata, e l’esaminatore si è presentato davanti a noi. Eravamo in fila, come un coro. Il signore era basso, abbastanza anziano, determinato, eppure non aveva alcun ghigno malvagio, parlava e basta, ma ero confusa da tutta quella situazione, da Francesca che dietro di lui gesticolava e mi sorrideva, dal silenzio che si era creato, dal tempo eterno che si era fissato su sè stesso. Sarei partita per seconda, dopo una donna straniera con un altro istruttore. Ho sistemato tutto, gli specchietti retrovisori, il sedile, la borsa nel baule, e poi ho solo aspettato, ancora, con le chiavi in mano e Francesca davanti a me, appoggiata all’auto. Non ho mai pensato veramente di non potercela fare. Ma l’esaminatore non tornava, i minuti mi sembravano ore. Quando è arrivato, sono salita in macchina, e dallo specchietto lo vedevo, fermo dietro di me, che consegnava la sua prima patente del pomeriggio. Francesca si è seduta al mio fianco e mi ha chiesto “Hai il cuore in gola?”, “Un po’ “, “Ricordati sempre: io so…”, “Guidare. Sì”. Io so guidare. Ero in auto da sola, fuori tutti mi guardavano, e Francesca che sorrideva, “Sta bene in macchina, le dona”, lo faceva per me, perché il mio cuore uscisse dalla mia gola, e non so in qualche assurdo modo ci sia riuscita, ma quell’esame è letteralmente volato via. L’uomo è salito dietro di me, ha chiesto i miei documenti, e siamo partiti. Ho cercato di spingere, di cambiare marcia, di mostrargli la guida che lui si aspettava, ed era come se le istruzioni provenissero da un robot. Le seguivo una dopo l’altra, non guardavo altro che la strada, e all’improvviso mi sono accorta che in realtà non avevo paura. Non tremavo, non esitavo ad accelerare, guidavo esattamente come sapevo fare. “Io so guidare”. Francesca nel mentre parlava con lui, e quel chiacchierare in sottofondo era come una musica dolce, che mi tranquillizzava, mi faceva sentire più sicura, di tutto. Ho fatto il primo parcheggio, e non sapevo se interrompere quelle chiacchiere per dire che ero pronta a ripartire, mi sembrava quasi scortese, e non sapevo se effettivamente quel parcheggio sarebbe andato bene. È stata la sola volta in cui ho incrociato gli occhi di Francesca, e subito ho risposto “Sono a posto”. “Bene, andiamo”. Andiamo. E sono andata. Non so quanto tempo sia durato l’esame, mi è parso appena cinque minuti, ma probabilmente sbaglio. Davvero, non lo so. Ma quando mi ha fatto accostare, ero sicura che fosse andata bene, sicura come non lo ero mai stata. Francesca ha strizzato l’occhio, e mi ha dato un foglio da firmare, la mia mano tremava, per la prima volta dall’inizio dell’esame, tremava anche se cercavo di farla scorrere dritta. Ho preso la patente e sono uscita. Con un sorriso enorme. Vedevo gli altri in ansia, e non sapevo nemmeno descrivere loro il percorso che avevo fatto, le strade non sono mai state il mio forte, e del resto ho solamente eseguito, chissà dov’ero, dove ipotizzavo di essere, ovunque ma non lì. Ho scritto a tante persone, ho risposto ai messaggi di tante persone, perfino il Suo, “Ma quindi questa patenteee?”, è qui questa patente. Ce l’ho. Rosa, con la mia foto e la mia firma. E forse senza Francesca sarebbe stata tutta un’altra cosa. 

Mia madre mi ha abbracciata. Con mio padre ho parlato al telefono. Mio nonno ha chiamato la sera, ed ho risposto io: era più felice di me, lo sentivo nella sua voce quando mi ha chiesto incalzante di raccontare tutto, lo sentivo quando mi ha fatto i complimenti per due, tre volte, lo sentivo quando alla fine della telefonata mi ha detto “Sono contentissimo”. Lo so. Lo sono anch’io. 

Continua… 

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8 pensieri su “Storia di come ho preso la patente – L’esame pratico

  1. Ma Ferrari è l’auto che ti sei comperata?

    A parte la stupida battuta, sappi che stanotte non potrò dormire perché mi apparirà in sogno “l’uomo con il sorriso a tre denti”

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