Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo

Che cosa vuol dire? 

Avete mai conosciuto una persona autistica? Trascorso qualche ora con lei? Ci avete mai parlato? Avete mai guardato i suoi occhi? 

Filippo è nato un anno prima di me, ma abbiamo frequentato le stesse scuole elementari. Era un bambino, e un bambino gioca, disegna, corre, sorride. Ma Filippo era diverso. È brutto dirlo, perché non riesco mai a capire se questa diversità sia un muro oppure un ponte, ma so per certo una sola cosa: Filippo con noi era felice. Ci hanno insegnato a volergli bene, a capirlo, a parlare con lui, nonostante le sue risposte fossero lente, vuote, spesso monosillabi, ci hanno insegnato ad ammirare i suoi disegni, nonostante fossero linee, cerchi deformi, nonostante in quei fogli a volte non ci trovassi niente. Ricordo quando, un giorno, per spiegarmi il suo lavoro mi disse “C’è una scimmia sul semaforo”. Aveva disegnato una scimmia sopra il semaforo. E rideva divertito, perché quelle piccole cose erano tutto. Per cinque anni delle scuole elementari Filippo é stato amato, compreso, inglobato nella classe, seguito dalle maestre e da noi, aveva degli amici, con loro trascorreva il suo tempo, anche se a volte la sua solitudine fosse impenetrabile. Non era diverso, in quella classe, perché ci avevano insegnato a stare con lui. Non era semplice, questo no. In fondo avevamo otto, dieci anni, delle malattie non sapevamo niente, ci era stato detto che Filippo era un nostro compagno, ed è stato così, perché ai bambini non importa davvero che cosa li tenga lontani l’uno dall’altro. Posso dire che ho imparato tanto, a stare con lui. Non capivo se fosse felice o se volesse stare da solo, ma a volte ci si sedeva in gruppo attorno a lui, e dietro gli occhiali potevo guardarlo negli occhi, forse conoscerlo un poco di più. Ero la sua preferita. Lo ripeteva sempre, voleva lavorare con me, giocare con me, tenermi per mano durante le gite, ed io lo facevo, perché a Filippo non potevi dire di no, anche se quella mano dopo un po’ tendeva a lasciarla andare, anche se spesso i suoi giochi erano una noiosa ripetizione. Non ho più saputo niente di lui. So soltanto che alle scuole medie non è stato capito, probabilmente non c’era più nessuno come noi, a proteggerlo, a insegnarci a vicenda, a restare uniti. Le scuole medie, si sa, possono essere un inferno. So che non è più stato felice come prima, perché gli è stato impedito. 

Non si deve avere paura. Certo, possono essere aggressivi. Anche Filippo lo era; una volta ha picchiato sua madre. Ma non lo fanno di proposito, lo fanno perché non hanno altro strumento per esprimersi, non le parole, non gli sguardi, sono come legati da sè stessi, costretti al silenzio, a non essere compresi da tutti. Non ho mai visto Filippo piangere, o commuoversi. E chi non sa guardare, fugge. Oggi si cerca sempre l’avventura, l’eccesso, l’essere continuamente più grandi della propria età, e Filippo tutto questo non può averlo. È poco più che un bambino, quel bambino che è uscito dalle scuole elementari e che oggi ancora contatta su Facebook le sue vecchie maestre, perché per lui i punti di riferimento non possono cambiare, scomparire da un giorno all’altro. È un mondo difficile, quello dei bambini autistici. Ma non si deve scappare dai problemi, non si deve guardarli con diffidenza, come se fossero solamente dei pezzi, destinati a vivere per forza e non per volontà. Sono bambini con degli interessi, delle passioni, dei desideri, bambini che provano delle emozioni, ma le tengono chiuse nella propria anima come fossero un’ermetica scatola d’acciaio. Incomprensibili. Enigmatici. Per i genitori c’è una sola continua domanda, forse ogni mattina, prima di svegliare i propri figli e accompagnarli a scuola: “Perché proprio a mio figlio? E cosa ne sarà di lui quando non ci sarò più io?”. Dedicano la vita per stare loro accanto, combattono perché non siano vittime di una società cannibale, domandano delle risposte, e magari delle soluzioni, perché no, non possono sapere che cosa ne sarà dei loro figli, e allora corrono. Corrono a casa, poi al lavoro, poi ancora corrono dallo Stato, perché si ricordi del suo popolo, anche quello più imperfetto. 

Non sarei capace di accudire un bambino autistico, come non sono stata capace di rimanere accanto a Filippo, io che ero la sua preferita. Ma oggi voglio dirvi che ne vale la pena. Spendere un paio di minuti per riflettere, perché no? Quante persone di cui non conosciamo il nome, che camminano da sole, che ridono da sole, che osservano le nuvole come chi le vede per la prima volta, che ordinano gli oggetti in fila e poi lo rifanno, all’infinito, che ripetono le frasi degli altri ma non sanno aggiungere niente ad un sì o ad un no. Li abbiamo mai visti? Ci siamo mai lasciati trasportare nel loro mondo? Perché, ve lo giuro, io quella scimmia sul semaforo l’ho vista davvero, attraverso i suoi occhi, ed è stato così strano, così folle. Ma questa giornata serve a questo. A sentirci un poco strani anche noi. A entrare nel loro mondo strano anche noi. In fondo siamo tutti diversi, non esiste una diversità unilaterale. E non abbiate paura, non provate vergogna, non escludeteli dal mondo come fossero criminali. Meritano di vivere. Non dimenticatevi di loro. Ogni mattina affrontano una battaglia che non sanno nemmeno di vivere. Donate loro la pace. Guardatelo negli occhi. Pensate davvero che possano farvi del male? Sono bambini. Forse lo saranno sempre. Ascoltateli. Parlate con loro. Sì, vedrete una scimmia sul semaforo, ma loro saranno felici. Per un istante, li renderete felici. Ne vale la pena. Davvero.

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32 pensieri su “Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo

  1. L’ha ribloggato su ioinviaggioe ha commentato:
    “Ogni mattina affrontano una battaglia che non sanno nemmeno di vivere. Donate loro la pace. Guardatelo negli occhi. Pensate davvero che possano farvi del male? Sono bambini. Forse lo saranno sempre. Ascoltateli. Parlate con loro. Sì, vedrete una scimmia sul semaforo, ma loro saranno felici. Per un istante, li renderete felici. Ne vale la pena. Davvero.”

  2. Molto bello.
    Anche se non sempre il disagio di alcune persone è riconducibile all’autismo.
    Spesso si tratta di altro. Come non sempre la demenza senile può essere chiamata Alzheimer.
    Oggi si tende molto a generalizzare, soprattutto dai non addetti ai lavori e dai media.
    Vero è che in questi ultimi tempi l’essere umano è sempre più fragile, sia fisicamente che spiritualmente e non sempre si riesce a trovare la causa di questo disagio che non può essere sempre addotto ad una sola causa.
    L’importante è dare sostegno alle famiglie che hanno questi problemi, perché da sole non ce la possono fare e non devono sentirsi isolate.

    • Certo infatti bisogna sempre fare distinzioni e non fermarsi al primo aspetto… il sostengo per le famiglie é importantissimo, e purtroppo credo che la strada da fare sia ancora tanta… la cosa più difficile é riuscire a costruire il futuro di questi ragazzi… 🙂

      • Purtroppo la crisi non aiuta. Qui al mio paesello i genitori che hanno figli disabili hanno creato due associazioni e ora si sono riuniti e hanno aperto un mercatino dell’usato in un luogo che è stato dato loro gratuitamente dalla parrocchia e vendono oggetti donati dalla comunità. Il mercatino è aperto tutti i fine settimana e il ricavato verrà utilizzato per creare un luogo protetto qui nel nostro comune, con l’aiuto dell’amministrazione comunale, per accogliere questi ragazzi dopo che i loro genitori non saranno più in grado di accudirli.

      • Questi sono esempi che dovrebbero essere considerati, frutto della buona volontà e dell’impegno… si parte da piccoli passi 🙂

  3. cosa fare quando quei bambini diventeranno adolescenti o adulti??

    potenzialmente potremmo far loro del male solo consigliandogli di seguire la strada comune della nostra società, cercando di trattarli come persone comuni con l’intento di non discriminarli..

    quel tipo di persone hanno bisogno di essere capite e di creare attorno a loro un clima che in qualche modo per loro sia il più ideale possibile, dove possano sentirsi più o meno liberi di essere se stessi.

    Spesso si pensa di discriminare ma a volte nella discriminazione ci sono anche tentativi mossi da un sentimento nobile, spesso non ci si sente all’altezza e si sceglie di scappare.. io credo che sia importante non generalizzare, in questi casi molto più che in altri, nella ricerca di soluzioni che siano realmente mirate all’aiutare loro ma anche chi li circonda… purtroppo siamo realmente poco abituati a gestire ciò che non fa quello che ci aspettiamo o che siamo in grado di immaginare…

    ci vuole gran tatto e grande serenità nell’accettare e capire le differenze ma sopratutto nel capire come comportarsi in conseguenza…

  4. Ho avuto Giulio quando ero tirocinante. Ma 41 anni fa non si parlava di autismo, ma di bambini “non normali”. Non ero convinta…ma non avevo conoscenza. resta il fatto che giulio voleva solo me, in qualche modo ero riuscita a penetrare nel suo mondo, la sua famiglia (facoltosa) mi presero come baby sitter fino a quando non sono partiti per l’Inghilterra. Giulio non l’ho più visto, ho solo una foto che lo ritrae sdraiato su una oanchina della scuola, sotto il caldo sole romano. Amava il calore del sole, era un’abbraccio che non gli veniva concesso spesso. Io lo so. lo porto nel mio cuore sempre. Ora sarà un uomo, bello, da piccolo lo era, biondo, con dei grandissimi occhi blu persi nel nulla..

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