Gita scolastica a Barcellona #2

Terzo giorno – Mercoledì 

Ci siamo svegliati, e fuori pioveva a dirotto. Un tempo gelido e triste che non ho mai sopportato. Non avevo voglia di aprire l’ombrello, non lo faccio mai nemmeno quando sono a casa, nella mia città dell’Emilia, mi sembra quasi di chiudermi da sola nello spazio di strada meno ingombro di persone, perché se hai l’ombrello devi camminare dietro tutti, da sola, e stare attenta a non colpire nessuno. Sotto la pioggia insistente siamo giunti fin sotto la Sagrada Familia, imponente, affascinante, una specie di mistero, così alta da non rientrare in una singola foto. Ma non mi veniva voglia di entrare, solo di guardarla per ore, e guardare gli operai lavorarci attorno, incantata, perché pareva un castello, mai una chiesa. Non è stato possibile, in fondo questa gita era una camminata continua, che ha proseguito per chilometri ogni giorno, ed oggi fino a Casa Milà, che non ho quasi nemmeno visto perché in quel momento era l’ora di pranzo, e le gambe chiedevano di sedersi. Abbiamo perso una parte del gruppo, una ventina di studenti e due professori, noi bloccati all’inizio di un marciapiede a senso unico, e siamo finiti dentro Starbucks a ordinare quei bicchieri bianchi con il nome scritto sopra, che almeno una volta vorrei tanto portare a casa con me. Abbiamo pranzato al KFC, l’unico fast food che mi piace davvero, ma i minuti erano sempre contati, e lo shopping un chiodo fisso che non potevo più sopportare. É che quando sei stanco tutto sembra più pesante, e credetemi se vi dico che i vestiti si moltiplicano, le scale si fanno più ripide ancora. Ci siamo riuniti in Plaça Catalunya, e poi siamo partiti. CosmoCaixa, il museo della scienza di Barcellona. Alle tre eravamo avvinghiati alle seggiole del bar, come automi, robot in ricarica, accaldati e sfiniti, ma non volevo che quella giornata finisse, perché sapevo che la sera, forse, saremmo andati a ballare. Io detesto ballare. Io non riesco a ballare. I professori sono arrivati con un’ora e mezza di ritardo, e di quel museo ricordo a mala pena le stanze che ho incrociato passando, e la foresta pluviale ricostruita a puntino, con febbricitante gioia dei miei capelli gonfi di umidità. Siamo usciti il più in fretta possibile, perché la nostra vera vita in fondo era di sera, e si era deciso che saremmo andati a ballare. Non mi ero arresa del tutto, non potevo. Ma sono corsa a prepararmi anch’io. Eravamo in ritardo per la cena, fuori pioveva, e noi pochi ancora rimasti indietro abbiamo corso con le giacche sulla testa e il rischio di scivolare. Non so come poi siano cambiate le cose, ma a ballare non ci sono andata. Ho seguito Lei, perché nessuna di noi due sopporta le discoteche. L’abbiamo seguita in una decina, mentre ancora pioveva, e lanciandoci in mezzo alla strada e al diluvio insistente siamo entrati nel primo negozietto pakistano. Sei litri di birra, una gialla bottiglia di limoncello, le caramelle gommose, ma io non ho pagato un solo euro. Sono saliti tutti in camera mia, nostra. Lei è stata la prima. Ed era così strano accoglierli sui letti, mi sono accorta di come fosse piacevole, perché si rideva per niente, ci si divertiva con poco, e ci sono riuscita perfino io, ho fatto ridere quella persona che il giorno prima mi aveva guardata come si guarda una statua di marmo muta. Sono stata felice così, fino alle tre del mattino a parlare, a ballare tra i letti, a lanciare gli orsetti gommosi da un lato all’altro della stanza. Era come avevo sognato.

Quarto giorno – Giovedì 

Giovedì mattina mi aspettava lo stadio. Io che non seguo il calcio, non so quasi quanto duri una partita, io che non lo sopporto nemmeno, non so che cosa sia la Champions, ho in mente solamente la forma rettangolare del campo, ecco… sono andata a vedere lo stadio. Camp nou. E non pensavo nemmeno che esistessero i musei dentro gli stadi, con le coppe a mia vista tutte uguali e le scarpe di Messi in una teca illuminata, mi sentivo oppressa da quei tifosi eccitati, perché a vedere lo stadio eravamo in cinque ragazze, ed io ero lì come per caso. Non so perché lo avessi fatto, probabilmente perché dalle amiche non ci si separa in gita scolastica, e poi le foto, le foto di gruppo, per me sono state importanti. Mi piace avere un ricordo delle nostre facce tutte vicine, e per me il tour dello stadio è stato questo: un servizio fotografico della nostra amicizia. Abbiamo pranzato alle tre del pomeriggio dentro un supermercato, dopo una camminata di venticinque minuti sotto un sole bollente, e non ho mai pensato che mi sarebbe venuta voglia di arrendermi, eppure in quel momento la pazienza è volata via. Forse perché mi mancavano tutti, mi mancava camminare in una folla di cinquanta persone tutte assieme, e sapere che in qualche angolo Lei ci sarebbe stata. Non li ho più rivisti fino a sera. Avremmo dovuto ritrovarli a Park Güell, abbiamo salito scale a piedi quando c’erano le scale mobili, abbiamo sbagliato ingresso, abbiamo aspettato davanti ad uno scorcio panoramico senza la forza di alzarci per scattare una foto, ed io pensavo solamente al momento in cui sarebbero arrivati. Ma in gita la stanchezza si dimentica sempre. Quella sera ho bevuto per la prima volta la Sangria, e poi siamo finiti a ballare veramente. Sarà che tutti eravamo più allegri, sarà che non mi importava più di chi io prima odiassi, sarà che è stato bello correre per prendere l’ultima metro ed essere accusati da una pazza di non aver timbrato il biglietto. Era tutto surreale, perché non avevo mai avuto voglia di ballare, eppure sono entrata in quel locale, il Club Catwalk, e ho cominciato a seguire la musica. Era la prima volta che ballavo accanto a Lei. Forse é perché questo che mi sembrava tutto strano, noi due ad alzare le braccia insieme, con la sangria in corpo. Siamo uscite presto, e la serata è piombata in spiaggia, come nei film americani. C’eravamo tutti, per la prima volta nello stesso luogo, per la prima volta tutti assieme, a fregarcene della sabbia nelle scarpe, o della musica a volte inascoltabile, eravamo tutti apparentemente uniti, anche quando alcuni hanno cominciato ad andare via. Era freddo, ma non importava a nessuno. Non si faceva niente di particolare, solo vivere l’atmosfera, ma era bello. Era la nostra ultima serata, e l’avevamo resa speciale, nel nostro strano modo di riempire tutto con un po’ di musica e un leggero fumo di sigaretta bruciata. Siamo tornate in albergo alle quattro del mattino, e noi pazze abbiamo deciso che avremmo fatto la valigia. Quella notte ho dormito dalle cinque alle otto, prima che la professoressa sfondasse la porta con dei pugni di ferro, e la mia sveglia suonasse ininterrottamente per una decina di minuti. Non avevo visto l’alba sulla spiaggia. E quella è stata la sola cosa che mi è mancata.
Continua… 

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