Non saper parlare

Si è perso l’uso della lingua italiana, noi tutti falsi internazionali, col web, con la privacy, con gli smartphone e i social network, con gli hamburger o lo shopping. Siamo malati di inglese, come se inserire un anglicismo in una frase la rendesse più attraente, più densa di significato. E invece dimentichiamo quelle sfumature, quei sinonimi, quelle perifrasi che hanno fatto di Dante Alighieri un colosso della poesia. Sapete cosa accade? Che si diventa presto volgari. Il virus delle imprecazioni inserite a sproposito, quei cazzo, quei minchia, quasi fosse un manuale di anatomia sessuale, ormai una frase che non contenga una parolaccia non è degna di nota. Perfino i politici si riempiono la bocca di ingiurie, Beppe Grillo ha scalato le classifiche di gradimento solamente riempiendo le piazze con vaffanculo corali. Ma l’italiano? Chissà. Testuali parole di una mia amica “Ma lombrico si scrive: elle apostrofo ombrico?“. E qui cominci a domandarti se davvero le scuole elementari esistano o se siano solamente una visione pre-parto dei neonati. Sui congiuntivi stenderei non un velo pietoso, proprio un lenzuolo pesante, piombato, ben farcito. Famoso il “Se mi dassi una mano” che si rifiuta di essere corretto, ma almeno il tentativo di usare il modo verbale corretto c’è. Seguono il “Se mi dai”, e l’obbrobrioso “Se mi darei”, davanti al quale il docente plurilaureato fa un salto sulla sedia. Dall’altro lato troviamo quella immensa schiera di persone che parla solo al presente, un po’ come gli analfabeti, “Io. Avere. Fame. Mangiare. Pappa. Ieri. Fatto. Passeggiata”. E ci metti tre quarti d’ora solo per capire quando il soggetto in questione abbia fatto che cosa. Poi c’è chi parla a gesti, chi ti saluta con una rotazione del mento quasi fosse un cavallo, chi risparmia sulle parole e in silenzio indica col dito ciò di cui intende parlare, così che non capisci nemmeno se “È buono” si riferisca ai piedi del turista inglese in lontananza o all’erba dell’aiuola in mezzo al viale. Misteri. Così come sono un mistero quelli che ci provano, italiani madrelingua, per carità, ma una frase di senso compiuto non riescono a formularla. Sembrano degli immigrati rimasti chiusi per anni in una stanza con un solo pallottoliere per imparare la matematica. E credetemi, non contano le conoscenze, il livello culturale, sarà questione di sinapsi, di neuroni indolenziti, di dislessia, chi lo sa. Ma in una quinta liceale, una ragazza esponeva la Seconda Guerra mondiale: “Hitler voleva delle terre, allora ha invaso la Polonia“. Dunque io che vorrei un giardino più grande, posso piantare una tenda in quello dei vicini? “Allora la Francia si è arrabbiata, perché comunque era un atto illegale“. Eh beh certo, che dispetto puerile… hanno combattuto a spintoni e sgambetti. “Poi c’è i tedeschi che prendono Parigi“. Visto che mi piace, allora domani mi prendo Londra. “Poi i tedeschi sono finiti in Russia“. Si erano persi? “Solo che faceva freddo, e allora erano in difficoltà. Poi c’è la ritirata dei tedeschi“. A questo punto ho smesso di seguire ogni discorso. Comprendete il problema? Italiani, vestitevi a lutto, perché questo è il destino della nostra lingua. Mi sanguinano le orecchie quando ascolto persone che non riescono nemmeno a costruire una frase: soggetto, verbo, complemento, mica uno di quei periodi manzoniani di trenta righe senza un punto fermo in mezzo, una frase, di quelle che i bambini usano per le proprie egoistiche esigenze. Sarà che i professori d’Italia si impegnano per dar fuoco al vocabolario della lingua. Veneta insegnante di storia, le parte l’embolo: “Non sapete neanche quello che dicete!“. Dice a noi? Professore di matematica già ripetutamente citato: “Supponando che le due componenti si sommono, dovete aggiungère centottanza gradi“. E qui ci si domanda se prima delle otto del mattino i professori non si trovino in piazza a spacciare qualche sostanza stupefacente. La confusione regna perfino durante le spiegazioni di letteratura latina: Virgilio ha scritto le Bucoliche? Per la proprietà transitiva “Oggi parliamo di Bucolico“. Certo, ci sono i dialetti. E qui bisogna soffermarsi un attimo, perché se davvero volevo fare un corso accelerato di bolognese, veneto o napoletano, forse mi sarei trasferita a casa di mia nonna, e per pure questioni di sopravvivenza avrei cominciato ad intuire che al “Brisa strazzer i maron” forse è meglio tacere, e che se “Non c’è pezza“, allora posso anche rassegnarmi a combattere. E invece? Il nostro Ciro sta spiegando l’opera Macbeth: “Dovete sapere che le streghe avevano la cazzimma“. Più esaustivo di così non potevi essere. Sempre la veneta di cui sopra: “Sputa quella cingomma!“. Domanda di chiarimento. “Sputa quella ciunga!“. In effetti, no, non sappiamo più parlare. Scaricatori di porto che lanciano bestemmie ad ogni movenza, pesci lessi che si celano in un impenetrabile silenzio, guaiti e miagolii, poi ancora, bambini che scrivono “Petaloso” e vincono il Nobel per la letteratura, i politici alle prese tra “Pascuetta” e “A suo tempo chiesimo la disponibilità“, dove terminerà questo naufragio?

Prevedo nel nostro futuro un ritorno all’esistenza dei primati, niente numeri, niente calcoli, niente frasi, niente romani, solo banane, e quelle, si spera, saranno comprensibili a tutti. 

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35 pensieri su “Non saper parlare

  1. Non generalizzare, personalmente parlo bene l’italiano. 😀
    Parlare più lingue è Cultura, il punto è che l’inglese è diventata mondiale e quindi ha influenzato (magari troppo) le altre lingue.
    Da mezzo tosco ti dico che si, Dante ha tutti i meriti del Mondo ma da mezzo siculo ti dico che molto prima di Dante, la lingua italiana nasceva in Sicilia e Calabria 😀

    Il futuro è sempre positivo, perchè tanti provano a cambiare le cose nel loro piccolo.

      • Si può riflettere in tanti modi, credimi 😀
        Il miglioramento deve essere voluto.

        Penny, ti avevo promesso aiuti per la tesi… perchè non ci sentiamo più di là? Dai, io ne ho da fare più di te e il tempo lo trovo comunque 😉

  2. Concordo con te…..pienamente!!!senza English terms, cazzo e minchia e se andrei farei…..non siamo più Italiani. Un caso che anche tv e professori si stiano disperdendo nell’ignoranza più totale????

  3. ahimè alcuni strafalcioni si leggono pure nei giornali ed effettivamente alcuni vocaboli o modi di dire in inglese vengono usati un po’ a sproposito, quasi a ostentare conoscenza; ma come disse Corrado Augias sarebbe giusto parlare con termini inglesi quando ci rivolgiamo a uno straniero che parla quell’idioma, ma se conversiamo con un italiano sarebbe meglio utilizzare la nostra bella lingua, che non è certo scarsa di termini .Ed è anche capitato di ascoltare stranieri che parlano egregiamente l’italiano con forme verbali corrette…La dice lunga…

  4. E’ un problema secondo me sottovalutato. La lingua – o meglio la proprietà di linguaggio – viene trascurata a favore di una messaggistica e di un modo di parlare sempre più succinto ed asettico.
    Vengono perse le sfumature, l’uso dei sinonimi, la grammatica. Per non parlare dei verbi e della consecutio,

    L’evoluzione inciampa.

  5. Ok. Provengo da una laurea in Giurisprudenza dove tutti i professori dicevano “INTERPETRARE” anziché “INTERPRETARE” e tutt’ora molti giudici storpiano questa parola che è proprio il fondamento della laurea in Legge.
    Detto ciò basta sfogliare una rivista di moda e trovare frasi del tipo “Vesti skinny con outfit ecogreen per un’allure bio ed un twist frou frou”. Non nego di leggere con il dizionario accanto e rendermi conto che “mood” significa umore (ma secondo la moda è l’aria che hai con quel vestito) ed allure equivale a guardare (ma per la moda significa tocco- come tocco chic, tocco glam). Twist significa torcere (ma per la moda è sempre sinonimo di tocco) e frou frou è allegro. Mi dico. Va bene l’innovazione, ok essere globalizzati ma dire “vestiti con capi della tua taglia che esaltano il fisico, con abbigliamento ecologico per un tocco naturale e un’aria allegra” non è poi così male. Il significato non cambia, ma forse è vero, mi sembra di parlare come Manzoni!

    • Sai che ogni tanto mi sento anch’io Manzoni? Forse é anche colpa nostra che tendiamo ad adeguarci, alla fretta, all’importanza del contenuto e non della forma, purché si capisca… la cosa più triste però è che anche a scuola si é diffuso il problema…

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