Liebster Award

Non ne ricevevo uno da tanto, eppure fa sempre piacere, un piacere strano, come a dire “Allora qualcuno vuole davvero sapere che cosa penso, allora non sono solo io che sproloquio”. Un grazie va a Sfabix Valcuvia Express che ha pensato a me per questa nomina: è sempre piacevole scoprire nuovi blog per caso, soltanto perché questi nuovi blog hanno scoperto noi per primi. 

Le regole del Tag non sono poi cambiate tanto dall’ultima volta:

– Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog. (Incredibile ma vero, è stato aggiornato)
– Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo. (E se per caso, caso che non è questo, il tal blog mi facesse schifo?)
– Rispondere alle sue 11 domande.
– Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers. (E se volessi nominare un blog con 201 followers come la mettiamo?)
– Formulare altre 11 domande per i blogger nominati.
– Informare i blogger della nomination.

Ma veniamo subito alle domande di Sfabix:

1) La tua città preferita e quella che non sopporti? Sono così tante le città che faccio fatica a scegliere. Non sopporto le città grandi, caotiche, affollate, impossibili da percorrere, prive di storia o di arte, o di persone oneste e gentili. Osservo molto la vita di chi le vive, e apprezzo le città che mi permettono di entrarvi dentro. Città come Ricciome, i paesini della costiera Amalfitana o la mia Bologna, luoghi particolari anche se semplici, unici forse, ma hanno tutti qualcosa, il calore umano che ho trovato camminando per strada, il senso di fratellanza, di essere nel posto giusto. Poi c’è Londra, che brilla di una luce particolare tutta sua. E Moena, il mio rifugio in Trentino per dodici estati, la conoscevo meglio di casa, era come un enorme stanza aperta, ed io potevo muovermi dovunque, senza perdermi mai. E Venezia, con la sua immagine da cartolina. Tante sono le città che ho visto, e un ricordo da perfezionare mi perseguita, di Roma, di Padova, di Barcellona, di Budapest, città travolgenti, ma io non riesco mai a farmi travolgere in questo modo. 

2) Libro cartaceo o ebook?
Decisamente libro cartaceo. I miei libri hanno tutti una storia scritta dentro, tra le righe, e tra i segni fatti con la matita sul margine delle pagine. Io i libri li sottolineo, li coloro riempiendo gli spazi delle lettere, li piego negli angoli per non dimenticare il paragrafo. Li porto ovunque, se necessario, anche in valigia a costo di litigare per chiuderla, o nella tasca della giacca perché il cappotto grande almeno serve a qualcosa. Il libro cartaceo ha poi un odore, un profumo di carta, di viaggio, di sogno, che nell’ebook-reader si perde dietro il fascino della silente tecnologia, che cancella la personalità del libro e lo rende semplice… materiale. Ma il libro vale molto di più del suo contenuto. 

3) Quando hai aperto il blog e perché?
Non rispondevo a questa domanda da molto tempo, per cui non farò copia e incolla delle mie precedenti frasi a effetto. L’ho aperto quasi tre anni fa. Provavo allora delle emozioni che non riuscivo a comprendere del tutto, che non volevo confessare a nessuno, e rimanevano chiuse in un cassetto, su dei fogli di carta raccolti in una carpetta. Non avevo mai pensato che un blog avrebbe pouto far parte della mia vita come adesso, o che avrei sentito il desiderio di scrivere della mia vita, di raccontarmi con una sincerità sempre più grande, non immaginavo nemmeno che ci sarebbero state persone interessate a me, alle povere parole che scrivevo, e quasi ne avevo paura, perché era un mondo nuovo per me. Ho aperto un blog quasi per gioco, non mi stancherò mai di ripeterlo, perché non ci credevo, lo giuro. Era un esperimento folle, per scoprire che cosa la gente pensasse di me senza vedermi, senza conoscere niente, nemmeno il nome o l’età, volevo proteggermi anche sul blog, perché allora non ero sicura di niente. Dopo tre anni posso dire che questo mondo dapprima estraneo mi ha aiutata tanto. Fa parte di me in un modo irreversibile, conosce il mio vero nome e il numero dei miei anni, mi ha insegnato a crederci, a credere in me stessa, e a credere di potercela fare, sempre. Era un gioco, ma adesso è diventato qualcosa di più. E anche più bello.


4) Che cosa ne pensi dei social network?
Non sono esattamente la persona definibile social. Mi imbatazzano, un po’ come quando devo rivelarmi davanti al mondo per ciò che sono, mi imbarazza mostrare le mie foto, foto con la mia faccia in primo piano, o foto che in primo piano nascondono la mia anima. Sono iscritta ad un solo social, Instagram, eppure con due account: uno vero e uno falso, perché in pubblico non riesco del tutto a a dire, a parlare, a esprimere la mia lingua. Su Instagram seguo una trentina di persone, forse per il solo gusto di poter osservare le loro immagini e la loro vita come fosse un film. Di social ho il mio interesse nel ricordare i compleanni altrui, e scrivere la mattina i miei messaggi di auguri. Ma non credo che tutto questo possa sostituire la vera conoscenza, l’amicizia che si consuma nei pomeriggi davanti ai caffè del bar, non può nemmeno sostituire me stessa, perché i social network nascondono, a volte ingannano, e chi dipende da questo essere social dimentica l’importanza della verità degli sguardi.

5) Che cosa volevi diventare da piccolo?
Non ricordo esattamente, ho cambiato idea mille e più volte. Forse l’idea per cui mi sono battuta di più, quella che ho conservato per anni curandola nei dettagli, é soltanto una: la veterinaria. Ero innamorata del mondo degli animali, volevo rivendicare la mia solitudine a casa, figlia unica e senza alcun cane, e volevo farlo perché servisse a qualcosa. Ancora oggi penso che quell’idea fosse nobile ed egoista al tempo stesso, ma se non fosse che sono cresciuta, che le attitudini sono cambiate, ecco, penso che ancora proverei ad inseguirla. 

6) Racconta una tua piccola mania.
 Ho la mania di collezionare cose. Biglietti dell’autobus, cartine, carte di caramelle, messaggi di auguri scritti su minuscoli pezzi di carta, tutto finisce inesorabilmente nel mio cassetto fino a quando il suddetto non implode. Sono importanti per me questi ricordi tangibili, sono come le prove scientifiche di una esistenza complessa: la mia. Ogni piccola gemma di materiale corrotto racconta una storia, e se per gli altri è spazzatura, per me hanno un senso. Dal primo all’ultimo tassello, hanno una data, una collocazione, un significato profondo intriso tra le pieghe. Ho la mania di non buttare via niente, perché i profumi non scompaiono mai del tutto, e se voglio posso immergermi una seconda volta nel passato che ho chiuso nel cassetto. Ho due cassetti, per l’appunto, e l’altro è per i sogni da realizzare. Uno è ricolmo come un libro lo è di pagine, l’altro é vuoto. E sono due mie manie a cui non riesco a rinunciare.  

7) Hai animali?
Ho sempre chiesto un cane, in alternativa un gatto, in alternativa un porcellino d’india, o un criceto, in alternativa ancora un pappagallo, e i miei genitori hanno comprato un acquario. Bello per il primo anno, forse, poi mi sono totalmente dimenticata di lui, come un pezzo d’arredamento da spolverare, e oggi non saprei dire nemmeno quanti pesci vi siano dentro. Il fatto è che non ci parli, con i pesci, non ci giochi, non ti confidi, non puoi farti volere bene da loro, sono come pezzi di legno con un cuore e qualche vaso sanguigno. E cosa siamo noi per loro? Cacciatori che li tengono chiusi in una gabbia, e si ricordano ogni tanto di dar loro sa mangiare. 

8) Qual è il tuo soprannome?
 Per tutti gli amici io sono “Gio”, compare così il mio nome nei messaggi sul cellulare, così mi chiamano quando hanno bisogno di me, o quando semplicemente si parla, e guardandosi negli occhi ci si scambia qualche idea. Mi sono talmente abituata al suono di quel “Gio” immediato, che non sopporto chi mi chiama con il mio nome completo. Non riesco a non trovarci una sorta di freddezza, di distanza dalla vera conoscenza, come se non fosse ovvio che preferisco essere chiamata confidenzialmente soltanto “Gio”. Essere chiamata “Giorgia” mi riporta lontano, in un deserto vuoto in cui la mia voce rimbomba e si cerca da sola, mentre i soprannomi… non siamo noi a costruirli, a mala pena ricordiamo come sono nati o per merito di chi, ma ci rappresentano in poche sillabe, e la cosa incredibile è che io mi sento pienamente soltanto “Gio”. Concisa, io che mostro solamente il necessario, efficace, pronta, decisa, chiusa, con un suono opaco o squillante a seconda dell’umore. Sono io, esattamente così.  

9) (classico) Il rosso o il nero?
 Nel mio caso, sempre e solo nero. Adoro il nero nei vestiti che indosso, li rende eleganti anche se hanno la forma di un sacchetto, snelliscono la figura, e se c’è per caso qualche gioco di vedo-non vedo, potrebbero diventare anche terribilmente sexy. Adoro le foto in bianco e nero, con quel sapore di antico che le riveste, e al tempo stesso nasconde i dettagli di colore aprendo un mondo al lavoro della fantasia. Adoro quando i disegni rimangono in bianco e nero, soltanto il contorno a delineare quelle immagini, un po’ incompleti ma perfetti così. Il nero è un colore apparentemente tetro, apparentemente senza personalità, eppure dovunque lo metto mi affascina, nell’inchiostro delle parole, nel trucco degli occhi prima di uscire di casa, è un colore che non si lamenta mai, che si adatta al suo posto con immensa grazia e compie il suo mestiere. Non sento spesso la mancanza del colore, e non per questo sono troppo seria o noiosa, chi mi conosce lo sa. 

10) Chi è il tuo eroe/la tua eroina di sempre?
 In realtà non saprei. Non ho mai avuto un solo esempio nella mia testa, ho sempre seguito i consigli dei miei genitori, e anche adesso ogni tanto li guardo, e mi rendo conto che vorrei un giorno avere la forza di mio padre, gli interessi di mia madre. Mia eroina è stata mia zia, che ha cambiato vita talmente tante volte per colpa della sfortuna, che adesso forse siamo più distanti di prima, ma conservo il ricordo di quel giorno in cui ruppi il mio Nintendo Ds e piansi: mi disse “Ci sono cose peggiori per cui piangere”. E smisi pensando a lei, che la sola volta in cui l’ho vista piangere è stato al funerale del suo compagno. Ho avuto eroi ed eroine in televisione, non so nemmeno quante, irraggiungibili figure piatte dentro ad uno schermo. Eroe per me è stato un professore del liceo, di filosofia al terz’anno, che ci ha insegnato ad apprezzare la bellezza delle piccole cose in un modo soltanto suo, con lo sguardo, ed una voce pacata che “riconoscere il valore di una persona che se ne va serve a mantenere aperto lo spazio che quella persona occupava, senza pretendere o aspettarsi alcun riconoscimento“. Penso che gli scriverò presto. 

11) Che cosa ti piacerebbe dire al web ora?
Per come sono fatta io, tante cose. In questo periodo non sto nemmeno scrivendo tanto, inizio a buttar giù parole e l’idea mi passa, non so perché. Quindi al web vorrei dire che no, forse non ho il tempo che avevo prima, o l’ispirazione che mi perseguitava prima, ma il mio spazio sarà sempre pieno della mia vita, anche a costo di scrivere solamente poche righe. Vorrei dire al web che gli ostacoli ci sono sempre, ce ne accorgiamo ogni giorno, nel mondo come nel nostro piccolo universo, ma non è un motivo per arrendersi, perché la forza di cambiare le cose è nelle nostre mani. Mi piacerebbe discutere su quella infinita valanga di informazioni che sul web si incontrano, per voglia o per caso, ed é forse un miracolo per le vecchie generazioni, io che ci sono cresciuta vorrei a volte che non fosse così. Ci sono meraviglie e squallori come fossero semplici strade cittadine, ma il web ha anche il potere di ferire, di nascondere il volto dei malvagi dietro maschere di ferro, e quando Pirandello scriveva “Uno, nessuno, centomila” non lo sapeva. Ma aveva ragione. Nel web possiamo essere tutto: uno, nessuno, centomila. Vorrei dire al web che c’è sempre la speranza, perché é l’ultima a morire, come quando si spera che smetta di piovere sotto un cielo grigio come una coltre di immobili piume. E c’è sempre la possibilità, anche quando non la vediamo, di costruire un passo in più. 

Ho risposto alle domande con un piacere immenso, sì, mi sono eternamente dilungata, e vi perdono se non siete arrivati in fondo a leggere. Ma giunti a questo punto lascio a chi vuole la facoltà di decidere se partecipare, l’ho sempre fatto, io pigra e incapace di scegliere tra i blog in circolazione, lo faccio anche adesso che mi sento ritornata alle origini, al mio primo Liebster Award che non sapevo come affrontare.

1) Cosa pensi se ti dico… ghiaccio?

2) … Arancione?

3) … Sfera?

4) … Legno?

5) … Infanzia?

6) … Cucina?

7) … Scale?

8) … Scarpe?

9) … Bugie?

10) … Tempo?

11) … Luna?

Scrivete quanto volete, dove volete, ciò che volete, anche se apparentemente non c’entra con la mia domanda, è un Liebster Award della libertà, e voglio che sia così. 

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15 pensieri su “Liebster Award

  1. “Ho la mania di collezionare cose”

    Dunque non sono l’unico.
    Sono arrivato al punti di collezionare i bugiardini delle medicine, poi 2 anni fa li ho buttati via tutti, erano migliaia.

  2. I loved this post! I just read your blogs fairly often and you’re always developing great stuff.
    I shared this on my facebook and my follwers loved it!
    Keep up fantastic work.

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