Giuseppe Costanzo e la strage di Capaci 

Venticinque anni fa, sull’autostrada A29, moriva Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della sua scorta. Morivano perché quello della criminalità organizzata è un mondo che non perdona, non concede sconti, e se decide di ammazzare una persona, quella persona morirà. Ma nessuno riuscì a impedire quel Maxiprocesso che portò ad analizzare 475 imputati, per un totale di 19 ergastoli e pene detentive per 2665 anni di reclusione. Un traguardo che Falcone non è riuscito a vedere. Ecco, tutto questo lo ha vissuto una persona, una persona che si definisce “abbandonata da tutti”, che non è morta e forse proprio per questo è rimasta solamente un nome tra i tanti. Giuseppe Costanza, l’autista di Giovanni Falcone dal 1984. 

Essere rimasto in vita è una colpa, perché mi sono reso conto che i morti, giustamente vengono ricordati, ma dei vivi non sanno cosa farsene. Anche perché potrei essere un testimone scomodo, in quanto conosco la realtà dell’attentato, per quale motivo potrebbe essere stato ucciso Giovanni Falcone, cosa che non si dice. Per esempio Giovanni Falcone, quando è sceso a Palermo la penultima volta, mi comunicò: “è fatta, sarò il Procuratore Nazionale antimafia”. Io sono convinto che lo abbiano ucciso proprio per questo motivo. Perché tra il potere che aveva acquisito e con la poltrona di Procuratore nazionale, erano in tanti a tremare. È fatta a Palermo perché è stato un depistaggio, hanno voluto depistare le indagini. Perché potevano benissimo eliminarlo, se volevano, a Roma, in quanto camminava senza scorta. Fatta a Palermo ha preso tutto un altro significato, hanno utilizzato la manovalanza locale. Ma da dove è arrivato l’ordine? Chi ha dato questa disposizione? Tutt’oggi dopo 24 anni non si riesce a risalire a nessuno, siamo fermi ai manovali. 
Io ero a Capaci, ero dentro la macchina con Falcone, quando ci siamo avviati per Palermo lui era alla guida, accanto la moglie Francesca Morvillo, io dietro nei sedili posteriori, centralmente alla macchina. Si parlava di cosa c’era in programma per i giorni a venire, mi disse che non aveva più bisogno di me, al ché gli chiesi le chiavi mie, in modo che potessi prendere la macchina lunedì mattina. Lui istintivamente ha sfilato le chiavi dal quadro comandi, spegnendo la macchina, lo richiamai, gli ho detto “ma che fa? così ci andiamo a ammazzare!” Lui girandosi verso di me annuiva e chiese “scusa, scusa”. Questa sua ‘follia’ è stata la mia fortuna, poi è stato un attimo. Dopo di ciò non ricordo più niente, perché mi sono svegliato in ospedale dopo svariati giorni, non so più quanti. Quando ho aperto gli occhi mi hanno comunicato che c’era stato un incidente, poi piano piano mi hanno messo a conoscenza di ciò che era avvenuto. 
Ma uscito dall’ospedale, il mio primo passo è stato quello di andare a Capaci a vedere quello che era successo. Ho trovato un cratere, una cosa enorme, la macchina che ci precedeva era sbalzata dall’altra corsia andando a finire in un campo, una cosa mostruosa, come hanno potuto fare una cosa del genere, non so, mi sembrava di essere in guerra.
C’è stata una reazione sincera, vera, della cittadinanza tutta a questo evento così drammatico e quindi una vera antimafia, ma poi è subentrata l’antimafia di facciata, quelli che fanno soltanto palcoscenico non dando spazio alla vera antimafia, non raccontando le cose ai ragazzi così com’è avvenuto, e chi poteva raccontarlo meglio di me? Siccome mi hanno emarginato, i ragazzi oggi apprendono tutto ciò attraverso gli incontri che facciamo nelle scuole organizzati dai vari docenti. Ma è fondamentale soprattutto per i ragazzi che vengono informati di una testimonianza. Rimangono sbalorditi quando gli dico com’è andata. Perché non lo sapevano e non sapevano neanche dell’esistenza di Giuseppe Costanza, questo li sbalordisce ma a me più di loro, perché i ragazzi hanno bisogno di sapere per crescere e formarsi nella società civile con una cultura di legalità vera e non fuorviante.

(Giovanni Costanza)

É vero, non sapevo niente di Giuseppe Costanza. Ho avuto l’onore di averlo davanti a me, e non l’ho nemmeno riconosciuto. Che dire? È un miracolo, in tutti i sensi. Una persona può essere un miracolo. Sì. È un miracolo perché non era nessuno, sapeva guidare una macchina, e lo hanno posto al servizio del magistrato Falcone. È un miracolo perché per otto anni é stato il suo autista, e a volte anche suo barbiere. É un miracolo perché in quell’incidente, quell’esplosione di corpi, sangue e lamiere, ha visto il suo padrone e amico squarciato dal volante piegato dell’auto, e poi più nulla. È un miracolo, perché da quell’orrore è riuscito a uscire, ed oggi ha una storia da raccontare, una storia fatta di verità, di emozione, di ricordo, di dolore, di orgoglio. É un miracolo perché ancora oggi, quando parla del dottor Falcone, gli brillano gli occhi e gli trema la voce, era una brava persona, dice, una persona meravigliosa. Ho avuto l’onore di ascoltare la sua storia, ancora fresca di quel dolore e di quella rabbia per essere stato dimenticato da tutti, e mi sono sentita piccola e giovane, impotente davanti alle scelte di chi è più forte. 

Le istituzioni mi hanno sempre trascurato. Dopo quel 23 maggio 1992 io rimasi in servizio per altri 10 anni. Fui declassato a commesso e protestai, allora corressero il tiro assegnandomi la qualifica di dattilografo. In ufficio non sapevano cosa farsene di me. E mi sballottavano da un posto all’altro senza fare nulla: timbravo il cartellino di entrata e poi quello di uscita. Dopo un decennio mi sono stancato di questa vita e attraverso una visita medica che attestava una mia patologia provocata dallo stress mi hanno riconosciuto non più idoneo al servizio permanente. Dal 2004 sono in pensione e mi sono liberato dal fastidio di essere inutilizzato in ufficio. […] La magistratura ha colpito la manovalanza mafiosa, ovvero coloro che hanno compiuto la strage ma in realtà ancora non si sa chi sia stata ad idearla. Ma difficilmente avrò questa risposta. Alla mia età non penso che arriverò a sapere la verità, che di solito si conosce a oltre 60 anni dai fatti. Ma mi sono stancato, non vorrei più parlare di quei giorni. Mi si cerca soltanto per gli anniversari e poi ridivento il signor nessuno. Sono nauseato da questa storia. […] Le migliaia di ragazzi che partecipano ogni anno alle manifestazioni non conoscono la vera storia. Sono rimasto accanto a Falcone per 8 anni dall’84 al ’92. Uscivo da casa e non sapevo se sarei rientrato, consapevole del rischio che correvo. Oggi vedo tante persone sul palcoscenico che non hanno vissuto la mia esperienza. Sono un dipendente civile ma rischiavo la vita come un militare.

(Giuseppe Costanza)

Quante persone sono come Giuseppe Costanza? Signori nessuno in un mondo di omertà e di paura? Ma lui ha deciso che avrebbe vinto, e credetemi se vi dico che averlo davanti, ascoltarlo parlare, con la voce a tratti rotta dal ricordo, con gli occhi che ancora descrivono le mani di Falcone strette al volante, é stato un miracolo. L’incontro è durato due ore, alla fine abbiamo scattato una foto tutti assieme, quattro classi riunite nell’aula Magna della scuola. L’ultimo applauso non voleva finire mai. Lui era in piedi, mezzo timido, a dirci che noi siamo il futuro, e mi sento così minuscola a pensare che ci sono davvero persone così, forti, integre, determinate, vorrei essere un futuro come lo è stato lui, portare un messaggio come lo ha portato lui. È stata verità. Anche se di quel giorno e di quella strage non si sa niente, anche se bisognerà aspettare quei sessant’anni, e probabilmente di Giuseppe Costanza si continuerà a non sapere nulla. É un’ombra, che ha visto e ha sopportato, è rinata ma non del tutto, perché il passato é un peso da portare in giro. Giuseppe Costanza merita. Merita di essere ricordato, merita di essere ascoltato, merita di essere applaudito all’infinito, perché forse è difficile da immaginare, ma ci vuole tanto coraggio. Un coraggio che Giovanni Falcone aveva, che ha avuto Paolo Borsellino, che dopo di lui hanno avuto altri ancora, ma dietro i grandi nomi ci sono loro, una specie di famiglia per quei magistrati che vivono condannati dal proprio senso di giustizia: poliziotti, carabinieri, uomini della scorta, e autisti. Falcone diceva “Vorrei tanto riuscire a fare una passeggiata solo, senza scorta, prima di morire“. Non ce l’ha fatta. E quella scorta è morta con lui. È assurdo pensare che possa andare a finire così, e che lo Stato dimentichi quei momenti, quelle persone, quelle anime distrutte, eppure ogni anno ricordiamo la strage di Capaci come un altro passoo verso una società un po’ più giusta. Siamo lontani, ma sono certa che Falcone, e nel suo piccolo Giuseppe Costanza, stiano lottando con il cuore. Non ci si deve fermare mai.

Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

(Paolo Borsellino)

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4 pensieri su “Giuseppe Costanzo e la strage di Capaci 

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