Parla il bignè

Parla il bignè, e corrompe le mie maniglie a metà del corpo, mangiami, mangiami, con la sua glassa al cioccolato. Pare lievitato, che nemmeno Banderas ha idea di come sia stato possibile. Mistero della chimica. La crema al suo interno si mostra gustosa, abbastanza liquida da scorrere lungo le dita fino alla camicia bianca, esattamente sull’ombelico, con quel colorino disgustoso marroncino scuro. Ma parla forte, il bignè eloquente. Sostiene di essere buono. Sarà vero? Il suo problema è che al primo morso esplode come una granata, la glassa precipita come le tegole durante un tornado, la crema fuoriesce che pare l’Etna in eruzione, e cosa resta in mano? Altra crema, briciole, un fazzoletto sporco. E se la ride, ‘sto bignè, perché tutte le volte è la stessa cosa, tutte le volte come un cane affamato devo fare la scarpetta con il dito sulla tovaglia di cucina, altrimenti chi la sente la donna di casa che ci vede trenta decimi? Così passo al secondo morso del bignè. E lui parla, parla, mi rassicura dicendo che nessuno si accorgerà di lui, che sparirà. Certo, come no! È più falso di qualsiasi leader politico. Il suo destino è palesemente quello di invadere lo strato di lipidi e farlo quadruplicare, così che in una notte il paraurti diventa un gommone, e i nostri sensi di colpa li porteremmo in confessionale. Non lo facciamo, abbiamo una dignità. E poi cosa potremmo dire? Che un bignè ha parlato? Abbiamo ricevuto la rivelazione sbagliata? Le braccia del cioccolato asciugano qualsiasi lacrima? No, no. Il bignè é colpevole, punto. Anche perché poi non finisce mica così. No, certo. La domenica piomba in casa un vassoio da cerimonia di pasticcini, perché si sa, la domenica é un giorno speciale, il giorno del chilo in più e delle lavatrici, un bignè non cambia di molto le cose. Ed ecco che i bignè gridano tutti assieme, mangiaci, mangiaci, ed io come faccio a dire di no? Ditemi voi, con quale cuore rimettere quei pallini golosi nel frigorifero, al freddo e al gelo? E ne mangio uno. Gli altri cominciano a sudare, le goccioline rendono la glassa una colla vinilica, l’impasto si impregna di crema. Ce n’è uno con la panna. Mangio quello, la nonna dice sempre che la panna si rovina. E la mia faccia cosparsa da una bava bianca da cane randagio che più cerco di pulire più si sparge uniformemente. Restano pochi bignè che urlano manco fossero stati dipinti da Munch. Mi decido, non li ascolterò, basta. Li incarto. Ed esce un pacchetto informe che potrebbe contenere di tutto, dalle patatine ad un motore a scoppio, non si riesce a capire. Li nascondo in frigorifero, si dice spesso lontano dagli occhi lontano dal cuore. Ma i bignè nel frigorifero sono una condanna. Perché avanzano lì, e soltanto tu sei in possesso delle informazioni necessarie per aprire il cartoccio sigillato ermeticamente con lo scotch. E lo fai. Sei troppo altruista per dire di no. Ogni volta odi quel mangiami, mangiami. I bignè insegnano alle zanzare a rompere le palle. Davvero. Solo che le zanzare ti pungono di nascosto, ti gratti a sangue per due minuti e tutto torna come prima. I bignè no. I bignè restano impressi nel sedere, nelle cosce, nei fianchi, che pare ci sia scritto in fronte “OGGI HO MANGIATO UN BIGNÈ AL CIOCCOLATO”. Il peggio è poi quando la crema ti finisce sulla punta del naso e nella fretta esci di casa col pallino marrone in bella vista. È un po’ come girare a dicembre con una maschera di carnevale. Ti prendono per scemo. Ecco la perfidia dei bignè. Quello che non ti dicono. Quelle subdole tecniche di persuasione, e quel mangiami, mangiami da martello pneumatico. Tenetevi alla larga da essi.

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17 pensieri su “Parla il bignè

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