Il tempo delle cose – Terza parte

Non lasciate che la vostra felicità dipenda da qualcosa che si può perdere

(Clive Staples Lewis)

Ci insegnavano da bambini che si può vivere per sempre felici e contenti, le favole era nostra più bella illusione, erano come la dimostrazione che dietro ogni disastro, anche il peggiore mai vissuto, si nasconde la possibilità di cambiare le cose. Scientificamente parlando,  tutto precario. Tutto, forse, tranne noi stessi. Noi esisteremo fino alla fine dei nostri giorni, e ogni mattina avremo la certezza del nostro corpo, del nostro sguardo allo specchio, dei nostri pensieri, non sentiremo l’animo scivolare via, non piangeremo davanti alla nostra morte, perché non vedremo il nostro corpo esanime in una bara. Non possiamo perdere noi stessi, è scientificamente impossibile. Ecco, forse siamo dunque noi la fonte più ampia e più sicura di felicità, noi che con le nostre positive disposizioni decidiamo di credere e investire nel futuro, in ciò che ci piace, in ciò che ci fa stare bene, o ancora meglio. Tutto parte da noi. Diceva Seneca: “Non è il caso che tu creda di aver perso tempo e fatica, se hai imparato per te stesso“. C’è chi è in lotta contro sé stesso, chi a volte non si sopporta, chi indugia sugli errori del passato, maestri severi, tutti costoro dimenticano quanto sia lunga a volte la vita, e quanto tempo occorra per coltivare la felicità e goderne come di un bel fiore, destinato ad appassire insensibilmente, non si sa quando. Siamo spesso troppo duri, troppo bugiardi, troppo violenti e castigatori, ci perdoniamo a fatica, perché i ricordi a volte restano e bruciano, come una scintilla che non si spegne mai.

Ogni giorno, in ogni singolo risveglio, ricorda a chiare lettere dentro al tuo cuore che… Tu sei la persona più importante della tua vita! Abbine cura

(Stephen Littleword)

Non vi sarà giorno, mese o anno in cui la nostra persona si allontanerà, o ci abbandonerà, è difficile anche se a volte cuore e cervello discutono, perché in fondo diamo loro retta, sempre, quasi sempre, e se qualcosa non va ci sediamo a riflettere, facendoli dialogare. Siamo dannatamente complicati, è vero. Non ci bastiamo mai. Perdiamo tempo dietro i nostri più piccoli difetti, cerchiamo disperatamente di nascondere le nostre pagine più intime, paragoniamo tutti a tutti, stiliamo classifiche, elaboriamo giudizi, perché ci insegnano da sempre a classificare ogni cosa, e sapete cosa accade? Siamo infelici. Sapete cosa diceva Philip Stanhope? “Se perdi un’ora al mattino, la cercherai tutto il giorno“. Quante ore perdiamo a curare e mascherare il nostro aspetto dietro abiti firmati, belle pettinature, strati di trucco? Siamo forse questi? Siamo noi questi burattini carnevaleschi, disposti a sacrificarsi per apparire, e quasi mai per essere? Pensiamo di avere tempo all’infinito, rimandiamo i momenti da trascorrere con noi stessi, e lo faccio anch’io, lo ammetto, forse perché sembra quasi che la solitudine sia caratteristica di chi è infelice. E così riempiamo il nostro cerchio vitale di presenze quanto più ingombranti e rumorose, usciamo abbandonando i sogni nei cassetti, a volte anche gli obblighi morali, le promesse, con la scusa “Lo farà dopo”. C’è sempre un dopo, nel nostro immaginario. Nonostante il mondo dimostri esattamente il contrario, pensiamo di essere perfino più forti del caso.

Quello che hai da fare, fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno

(Wayne W. Dyer)

Non lo ricordiamo abbastanza, quando rinunciamo alle occasioni convinti che esse torneranno “dopo”, quando rinunciamo a leggere un libro, a visitare un museo, a provare quella nuova ricetta, e non ci tormenta il pensiero che un minuto “dopo” potrebbe essere troppo tardi. Forse l’errore è che guardiamo troppo avanti, ad un futuro ancora più imprevedibile e inattaccabile dalle nostre scelte. Guardiamo oltre l’orizzonte, là dove non possiamo vedere, e allora ci abbandoniamo alle ipotesi convinti di poterle realizzare. Il nostro “dopo” esiste, lo prendiamo come un dato di fatto, come una conseguenza logica dell’esistenza del “prima”, noi che di tutto cerchiamo il suo opposto, eppure non sempre c’è. Ad esempio, non esiste una persona a noi opposta, così come non esiste una persona a noi uguale. La cerchiamo ogni giorno per sentirci sempre più speciali, perché è come in una gara tra due elementi, uno forte e l’altro meno: vogliamo essere i più forti.

Dedicati così tanto al miglioramento di te stesso da non avere il tempo di criticare gli altri

(Jim Rohn)

Si tratta forse di scelte, di priorità, di “modus operandi” che ricordo il mio professore di latino ripeteva sempre. Quante volte osserviamo gli errori altrui pensando di essere infallibili? Quante vole ridiamo davanti alle cadute altrui, ma quando siamo noi a cadere ci arrabbiamo per qualsiasi sorriso degli altri? Manca una cosa in tutto questo: la nostra vita è una, ed è soltanto la nostra. Noi non viviamo per gli altri, per l’amico, la mamma, o quello stronzo che ci infastidisce, noi viviamo per noi. E ci facciamo il sangue amaro ogni giorno per chi incrocia la nostra strada, eppure i soli padroni della nostra mente siamo sempre noi. Sta a noi decidere se cercare la vendetta, la compassione, se recitare la parte di una barca in mezzo alla tempesta, per verificare chi sia veramente disposto a soccorrerci, oppure se essere felici. Così, anche nel dubbio, con mille domande in testa. Ma la felicità è un traguardo che non piove dal cielo. E’ qualcosa che va costruito da sé.

Se non parti da te stesso, è sempre una falsa partenza

(Dhyan Pier)

E le false partenze ti fanno tornare sempre al principio di tutto.

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4 pensieri su “Il tempo delle cose – Terza parte

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