Ipocondria

Avete presente quando il vostro corpo pare ribellarsi improvvisamente a voi, e vi compaiono quei sintomi strani, mai avuti, persistenti, leggeri, tipo scricchiolii, gonfiori, rossori, bruciori, e chi più ne ha più ne metta? Ecco, la cosa più sbagliata da fare è cercare i suddetti sintomi su internet. “Mal di gola”. Cancro alla gola. “Mal di testa”. Cancro al cervello. “Raffreddore”. Aids. “Brufolo”. Peste bubbonica. Ti viene predetto un elenco indeterminato di condanne a morte, tra atroci sofferenze e lunghe degenze in ospedale. Così si diventa ipocondriaci. È una sorta di dipendenza, peggio della cocaina, quelle ossessive ricerche dei mali più disparati, e ti ritrovi con la tachicardia a palpare le ghiandole nascoste, immaginando la tua prima seduta di chemioterapia. Si diventa ipocondriaci e pessimisti. Si diventa anche matti, veggenti, visionari, che si potrebbe quasi andare a leggere i tarocchi e invitare al suicidio tutti i clienti. Ma l’ipocondria poi si evolve. Più che veggenti si diventa previdenti, al primo dolorino di un nervo che ha sospirato si corre ai ripari, si chiama l’ambulanza, si impugna il defibrillatore, si convoca d’urgenza il nemico di base con tanto di accuse per le scarse terapie prescritte, e il condominio inizia a selezionare le pompe funebri. È così, l’ipocondria t’ammazza sul serio. Che poi è perfino ignorante, perché finisci ad agosto, al mare, sotto il solleone delle quattro, che picchia in verticale come la spada nella roccia, con uno sciarpone in microfibra, perché la lana è passata di moda, di quel tessuto che al primo schizzo d’acqua assorbe l’umidità dell’intera Pianura Padana. Poi un granchio respira, di solleva una folata di vento, e ti becchi una bronchite. É matematico. In alternativa, decidi di ascoltare quei rari saggi dei servizi al telegiornale: non copritevi troppo perché è controproducente. E fu così che salii sulla Marmolada in pantaloncini e canottierina da mare, spavalda, con i peli dritti, poveri illusi, in segno di protesta, e i capelli rattrappiti per il gelo. Bronchite, di nuovo. Un altro mito che vorrei qui sfatare è l’inutilità di certi farmaci. La mia tesi? Se i farmaci sono stati inventati, i farmaci servono. Punto. La mia dottoressa faceva ancora parte di quella schiera di bisnonne che imbottivano i nipoti di miele, di tisane, di intrugli dal sapore di latte e dentifricio, tutto rigorosamente artigianale, perché allora non si poteva fare i fighi con la borsina verde della farmacia. Ma io ero avanti, sì, anche a sei anni. E se avevo mal di testa, l’intruglio te lo avrei sputato in piena fronte. Alla faccia di chi dice che i moment, le aspirine, gli Oki task non ti salvano la vita. Provate voi ad affrontare la giornata con un chiodo che preme sulla scatola cranica, un feto che scalcia in corrispondenza del cervelletto, e la sensazione che il sangue possa sfondare le arterie causando un nubifragio. Provateci, poi ne riparliamo. L’ipocondria fortunatamente si attenua nel momento in cui scopri con gioia che i sintomi scompaiono. Ti svegli una mattina e ti rendi immediatamente conto che il tuo corpo è stato riparato. Un po’ come quando porti l’auto a lavare, e quando risali c’è un odore di detersivo stagnante e vernice vecchia che ti inebria. Io sono stata ipocondriaca, lo sono stata quando ho convinto mezzo quartiere che una carie stesse mangiando il mio molare, mentre in realtà era soltanto un riflesso della luce del bagno. Sono stata ipocondriaca quando ho pensato che mi avrebbero costretta a mettere un busto correttivo per la schiena, e già mi immaginavo, la donna bionica, mezza uomo e mezza robot, a far squillare i metal detector di tutto il globo. Sono stata ipocondriaca quando un medico del pronto soccorso, con la sensibilità di un blocco di marmo, mi ha ammonita dicendomi che avrei potuto rimanere cieca. Sono stata ipocondriaca per un mal di testa insistente, per un perverso mal di gola in piena estate, per un dolorino al tendine ho pensato che mi avrebbero intubato la gamba. Tutte follie. Un paio di figure poco dignitose e il male passa. La pillola va giù in fretta. Ma sapete quando l’ipocondria tende a prendere il sopravvento? Dopo i film drammatici, di quelli che mia madre adora guardare senza neanche i fazzoletti a portata di mano, perché lei si asciuga coi capelli, con la maglietta, con il divano, e tutto è fradicio come appena uscito dalla lavatrice. I film drammatici contengono sempre almeno, e sottolineo, almeno un personaggio sfigato con una grave malattia, preferibilmente terminale, sconosciuta, incurabile, dolorosa, debilitante, che se lo mangia vivo. Nel novantanove per cento dei casi è un tumore. Alla fine del film ti prende un’angoscia che non conosce nemmeno chi legge al buio i romanzi di Stephen King. Ti viene un desiderio bramoso di fare una tac. Così. Per scrupolo. Questa è l’ipocondria, gente. Non è da sottovalutare. Ma la colpa più grande è di quei sedicenti medici di internet, che si divertono a inventare collegamenti tra la macchia cutanea e il rarissimo e fulminante cancro all’alluce, o quelli che ti tempestano di domande finché non arrivi da solo alla conclusione “Morirò”. Il problema è che contro l’ipocondria non puoi nulla. Vince lei. Sempre. E con un ampio margine di vantaggio, questa infima bastarda. 

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9 pensieri su “Ipocondria

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