Storia di come ho preso la patente – La teoria

Ormai sembra lontano quel giorno in cui mi sono iscritta a scuola guida, ancora diciassettenne ma catturata dalla voglia di mostrare la patente nel portafoglio. Sono entrata da quella porta che oggi è così familiare, e alla scrivania c’era Francesca, la mia insegnante, anzi, no, di più. Perché non ci ha solamente insegnato i limiti di velocità ed i cartelli di divieto, non si è seduta davanti a noi solo per spiegarci il codice della strada, lei ci ha insegnato che tutti possono farcela, e tutti meritano di farcela, ci ha insegnato che imparare è utile ma è anche bello, ci ha insegnato a stare assieme, a risponderea turno, a ridere assieme. Alla mia prima lezione di teoria sono arrivata con un anticipo esagerato, e non sapevo nemmeno cosa fare, se rimanere in piedi accanto all’ingresso o fingere di sfogliare i volantini, perché io sono così, le cose nuove un poco mi spaventano, anche se sono le più normali del mondo. Adesso rido, ripensando a quando avevo il timore di entrare, o quando sono arrivata in ritardo e avrei voluto cambiare strada e andarmene via. A lezione ho incontrato una ragazza, e nel mio piccolo ho avuto il coraggio di chiederle se un anno fa non venisse nel mio liceo: è nato qualcosa, non era un’amicizia, era una specie di solidarietà reciproca, perché entrambe stavamo percorrendo una strada nuova, provenendo dallo stesso viale. Poi è sparita, e non l’ho più rivista. Ricorderò poi quel ragazzo, quello che entrava sempre con il caffè in mano, e a metà lezione andava in bagno, quello che non perdeva un istante per fare domande, ma le risposte le dimenticava dopo dieci secondi. Ho rivisto poi vecchie conoscenze, anche senza salutarsi mai, perché a volte il passato è rinchiuso nel rifiuto, e riviverlo sarebbe doloroso. E Lorenzo, quel ragazzo che a dicembre é spuntato dal nulla, ed io lo conoscevo senza nemmeno ricordarmi di lui: più magro, più alto di come era, più gentile e in qualche modo un sogno, perché è stato forse il primo ad avermi trattata come una donna vorrebbe forse essere trattata sempre. Mi ha offerto un caffè. La settimana successiva un aperitivo. E poi sono sparita io, è partito per il Vietnam lui, e chi lo sa se ci rivedremo. C’era poi il ragazzo biondo del motorino, sempre in ritardo ma dal viso buono. C’era la ragazza della prima fila, che puntualmente occupava due posti con la borsa, per l’amica che arrivava a metà lezione. C’era quel ragazzo dolcissimo, che faticava a parlare, eppure là dentro, in quella piccola aula, nessuno lo ha mai notato. C’era la donna indiana, e la giovane lavoratrice bocciata per due volte alla pratica, e quell’altra timorosa della strada ma incoraggiata da sè stessa, che faceva domande come una bambina. C’era la ragazza con gli attacchi di risate, quello mezzo addormentato, quello nascosto in fondo all’aula che non passava un quiz nemmeno per sbaglio. Una classe eterogenea, e in tre mesi sono cambiate tante cose. È come se si fosse svuotata, settimana dopo settimana, sedia dopo sedia, sono scomparse tante persone, e alcuni volti nuovi hanno cominciato a frequentare, timorosi, un po’ come me quella prima volta. Per la mia ultima lezione sono arrivata con venti minuti di anticipo. Francesca mi ha chiesto se fossi tranquilla, ho risposto di si, e per la prima volta ero sincera. Sono stati i miei ultimi due quiz al computer, lì in autoscuola, nel silenzio generale, quando c’eravamo solamente io e lei e nessun altro. Nessun errore, in ottanta domande. Ed ero tranquilla, lo giuro.
La mattina dell’esame era il quindici di dicembre, e l’ansia è cresciuta come un vulcano che sta per esplodere. Ho ricevuto i messaggi di “Buona fortuna” da chi, lo so, si ricordava di me, ed uno in particolare ha come dato un senso alla mia paranoica ansia da prestazione. Siamo saliti in auto con Andrea, noi, io ed un ragazzo meridionale iscritto a ingegneria, e in un attimo mi sono ritrovata in una sala d’attesa, un po’ tipo quelle degli ospedali, piena di ragazzi e ragazze con i libri di testo aperti. Io no. E mi ero promessa che non avrei ripassato, non avrei tentato un ultimo quiz, sarei entrata in quella stanza e avrei fatto il mio esame. È stato così, ma prima di entrare in quella stanza, prima di essere chiamata per nome e incoraggiata da Andrea con un forte “Eccola!”, ecco, ho avuto paura. Ho pensato per la prima volta che avrei anche potuto non farcela. Sono entrata e ho consegnato i moduli all’esaminatore, sorridendo come fosse mio compito fargli piacere, mi ha fatto scegliere un posto, ed io ho scelto quello in prima fila. Non so quanto sia durato l’esame, so per certo che quelle quaranta domande le ho controllate tre volte, soppesando ogni parola, con la paura di aver sbagliato a leggere o  cliccare sul vero o sul falso. Mancavano tredici minuti quando ho consegnato il mio lavoro nelle mani dell’esaminatore, ho raccolto le mie cose e sono uscita. Il ragazzo che era con me, quello meridionale iscritto a ingegneria, era già libero da un po’, e fumava tranquillamente una sigaretta nel freddo dell’inverno. Ho esitato prima di raggiungere Francesca, la mia vera e propria insegnante. Ma in qualche modo, di me ha capito tutto. E sa esattamente che cosa dire, cosa non dire, cosa chiedere, riesce a farmi sentire sicura, serena, come nessuno. Non mi ha chiesto come fosse andata, mi ha chiesto se fosse andata, e sì, era andata, ed era la sola cosa di cui fossi certa. Quando l’ho vista scomparire nella stanza per ritirare i risultati, avrei voluto sfondare il muro umano e sbirciare tra quei fogli sovrapposti, l’attesa sembrava eterna, eppure la giornata stava per finire. Francesca ha sollevato il pollice: entrambi promossi, io ed il ragazzo meridionale. Mi sono lasciata andare ad un sorriso meraviglioso che non mi si levava più dalla faccia. Ho scritto messaggi in maiuscoletto a genitori, amici, parenti, un po’ tutti quelli che prima dell’esame mi avevano scritto “Buona fortuna”, e mi sentivo quasi più grande della mia età, più vicina a crescere, a conoscere, a cambiare. Sulla via del ritorno abbiamo parlato con Francesca, e mi sono resa conto di come il suo parlare tranquillo riesca a metterti a tuo agio, in qualsiasi situazione, e a infonderti fiducia, anche davanti all’oscuro ignoto. Ho cominciato a pensare veramente che avrei preso tra le mani un’auto.

Continua…

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Domanda della settimana 

Raccontati con i piedi.

I miei piedi son vivaci, non c’è che dire. Sono una parte del mio corpo che non disprezzo per niente, specie quando sono racchiusi nelle mie scarpe preferite. Mi piace che si veda il calzino bianco, la caviglia color carne, mi piace nascondere i lacci in modo che scompaiano, come una magia. Con i piedi ho spesso percorso strade, sull’asfalto bollente, o tra l’erba e le margherite, un sentiero di montagna, o un ponte in bilico sull’aria. Con i piedi ho corso, io in ritardo, dietro gli autobus, dietro le porte in chiusura, dietro le persone voltate di spalle, qualcuna per rabbia, qualcun’altra per divertirmi. Sono inciampata sui miei stessi piedi intrecciati assieme, ho lasciato sulla terra qualche goccia di sangue, e un po’ di rancore contro chi ha fatto di tutto per farmi cadere. Con i piedi salgo le scale ogni giorno, gradino dopo gradino, come una scala infinita che rappresenta la mia storia, e ogni giorno mi sembra sempre la stessa melodia, ogni gradino uguale, eppure si cambia. Sempre. Con i piedi salto e corro quando le emozioni bussano nel mio petto, e spingono per uscire, quando non riesco a rimanere ferma a guardare il mondo, voglio uscire, voglio sentirmi libera, come chi impara a volare. I miei piedi hanno assaporato tante volte il gusto della sabbia bagnata, del mare tiepido d’agosto, hanno percorso chilometri, affondando con il tallone tra la schiuma delle onde più fragili, hanno nuotato, dimenandosi per la paura folle delle meduse, hanno calciato i palloni davanti al bagnino incavolato, perché giocare è proibito sul bagnasciuga. I miei piedi ribelli hanno camminato nudi in piscina, rischiando di scivolare, e quando a scuola ho imparato i segreti delle immersioni subacquee, i miei piedi sono scomparsi dentro un paio di pinne rigide e strette. Non hanno mai saputo pedalare a dovere, su quella bicicletta oggi impolverata, timorosi di perdere l’equilibrio così sollevati da terra, e non hanno nemmeno mai amato quei mezzi a due ruote apparentemente mortali: una paura infantile, che rimane a intrecciare le caviglie prima di piegare le ginocchia. I miei piedi cercano continuamente nuove posizioni, quando a scuola il banco è troppo basso, la sedia troppo alta, e mi ritrovo ad appoggiarmi sfidando la fisica in tutti gli angoli più nascosti. A volte pestano, a volte vengono pestati, a volte finiscono su qualche merda lasciata in giro, ed io inveisco, perché il pensiero mi ha già fatto risalire la colazione fino all’esofago. Ho piedi che si stanno lentamente abituando a manovrare i pedali di un’auto, determinati a riuscirci, a non avere mai paura, nonostante spesso mi si dica che dovrei accelerare di più. Piedi che hanno saltato sui tappeti elastici, sul campo da tennis, nella palestra della scuola, piedi che hanno indossato pattini, scarponi da sci, stivali di gomma e ciabatte pelose, sempre con una dignità fuori dal comune. Si sono arrampicati tra rocce e tronchi d’albero, inseguiti da una madre preoccupata e un padre fiero, si sono nascosti per sfuggire e sporcati quando al parco di giocava a piedi nudi. Sono stati anche fasciati, di certo non sono di armatura piombata, e al mare sono stata punta da uno strano pesce malvagio, che ricordo tutt’ora. I miei piedi hanno una storia, che s’intreccia con la mia, e cammino portandoli appresso come si mostra una borsa di Prada, con le mie scarpe preferite, lottando per non essere calpestati. Li fotografo, sì. Perché nelle mosse, nelle posizioni articolate dei miei piedi ci sono anch’io, stanca quando sono stanchi, agile quando corrono, e se un giorno non riuscissi più a seguirli, vorrà dire che resterò a guardarli da lontano, nei ricordi di quando ancora sulla strada non mi fermava nessuno.

E voi, raccontatevi un poco con i vostri piedi!

Dialogo breve

Se ad un bambino si regala tutto, gli si sottrae ciò che è fondamentale: il desiderio, ovvero il sentimento fondamentale per costruire una passione

“Perché un bambino che ha tutto si illude che il tutto scenda come una pioggia dal cielo, e non saprà mai che le cose più preziose vanno cercate, sognate, combattute, a volte perse e poi inseguite, con fatica e con determinazione, con la possibilità di poterle non trovare mai”

(Paolo Crepet – Me)