Cambiare in due giorni

Si cambia, anche in poche ore, nel passaggio da un giorno all’altro, quando ti assenti da scuola e torni con la patente, con un test di ammissione all’università ben riuscito, con un’interrogazione da preparare, perché l’anno sta per finire e non si può mollare adesso, con la stanchezza di due giorni lontano dal quotidiano, e non è stato facile. Si cresce in fretta, così. E quasi non me ne rendo conto. Perché forse abbiamo bisogno di tempo per guardarci allo specchio e scoprire che siamo cambiati, che c’è qualcosa di diverso, di più grande, più responsabile, più forte di prima. Sono i primi esami importanti che affronto, e di strada ne ho tanta da fare. Ma ogni secondo é una crescita, ogni minuto un traguardo, anche negli errori o nella paura, perché si impara che le situazioni vanno affrontate a muso duro, con il rischio di sbattere il naso. Ecco, in due giorni ci si scopre altre persone. Coraggio che, chissà dov’era, è uscito allo scoperto quando mi sarei aspettata ansia, terrore. Determinazione che mi ha stretto le spalle e ha spinto sulla schiena per farmi correre, a me che quando posso mi siedo. E poi ho vinto, soprattutto con le persone. In due giorni ci si rende conto di chi ha davvero fatto parte della nostra vita, anche per un piccolo tratto, un percorso di pochi passi rispetto alla traversata che dobbiamo compiere tutti. Ma c’è qualcuno che merita di rimanere con noi, nei nostri ricordi, e sì, spesso bastano due giorni per capirlo, soltanto due giorni. Ti riempi la bocca di belle parole, di sorrisi, e al tempo stesso ti accorgi che quando tutto questo finisce ti manca. Ti manca perché allora ti cercavano tutti, e la battaglia doveva ancora essere combattuta. Provi uno strano gusto sadico nel ricordare l’ansia prima di salire in auto, e quel momento in cui l’istruttrice ti ha guardata negli occhi e ti ha detto “Tranquilla. Ricordati sempre che tu sai guidare”. In due giorni si impara ad avere fiducia. Macché due giorni: in mezzo minuto. Ma finisce quasi troppo presto quel continuo imparare, e nonostante la differenza d’età, nonostante le generazioni lontane, ti mancherà la sua voce quando sarai al volante. In due giorni si possono perdere persone senza mai averle possedute. Non è vero che non hanno più senso, ma prima erano la nostra sicurezza, il nostro confronto quasi quotidiano, erano un argomento di cui parlare, una tesi da discutere, e adesso? Le vedi in piedi, e vi scambiate soltanto due parole. Pochi giorni per rendersi conto che qualcosa deve cambiare. Che non si può stare male ogni volta, quando le pagine vengono voltate dal vento. Pochi giorni per capire che è tempo di correre, di prendere delle decisioni, ti accorgi in due giorni che di mesi ne sono passati, e ne passeranno ancora tanti. Due esami in quarantotto ore, forse meno. Che cosa vuol dire? Che si cresce. È inevitabile. Soltanto il tempo ci aiuterà a cavalcare ogni mancanza, e le parole non dette, e gli errori commessi, quella risposta all’esame che forse avrebbe potuto valere un punto in più. Forse la cosa importante è avercela fatta. Soltanto questo. E al diavolo l’essere sentimentali, trovare il rimpianto anche dove dovrebbe essere gioia, al diavolo i pensieri che tornano sempre al passato come tori chiusi nell’arena, non è questo il momento di fermarsi, no. I primi due esami importanti. Prima di questi, soltanto quello di terza media. Ma era un’altra cosa, ho dato tanto per questi due giorni, ho speso tanto, e ho ragionato e studiato tanto, ogni domenica mattina a guidare, e nel tempo libero a leggere quel libro di economia per l’università, erano gesti, come rituali, che riempivano le giornate. Erano qualcosa da raccontare, ecco. Che ora non c’è più. Non dico che mi manchi, ma per come sono fatta io, sapevo che passando davanti all’autoscuola avrei avuto la tentazione di entrare. Ma ci sono passata ugualmente, ho incontrato la mia istruttrice sui gradini, con la sigaretta in bocca, e le ho detto ciao. Quante altre cose avrei potuto lasciar andare! Ma avrebbe complicato le cose. Era un ciao di addio, un ultimo ciao che mi ero promessa le avrei dato. So che là dentro non ci tornerò mai come prima. 

Qualsiasi cosa la vita ti tolga, lasciala andare. Quando lasci andare il passato permetti a te stesso di vivere a pieno nel momento presente

(Don Miguel Ruiz)

Così lascio andare i luoghi remoti nella mia testa, quella stanza immensa in cui ho letto il risultato del mio test per economia, e quelle strade percorse tante volte, nel quartiere Barca di Bologna. Lascio andare i volti noti, quello della mia istruttrice Francesca, quello del professore che gridava lungo il corridoio infinito, quello di mio padre che per la prima volta sale in macchina al mio fianco e mi insegna a partire, lascio andare lo sguardo di mia madre quando sono tornata a casa, e mi ha abbracciata con un sorriso. È tutto un ricordo bellissimo, nonostante fossero momenti di paura, di ansia, di emozioni in contrasto, in lotta come mille nemici, un ricordo di come l’impegno alla fine ha trionfato senza mai farmi piangere. Un ricordo delle belle persone che ho incontrato. Non ci sarà forse più occasione di incrociare certi sorrisi, e rispondere con la mano da lontano, perché non ci si conosce ma é come se la situazione appartenga un po’ a tutti. Lascio andare tutto questo, ma non riesco a non provare un certo senso di mancanza. Perché ho lavorato per tanto tempo a questi due esami, e sono scivolati via in due giorni. Sei mesi di impegno e sacrificio, per essere privati di tutto in due giorni.

Sentirsi liberi dipende da noi. La gabbia più resistente è quella creata dalla nostra mente: è sulle nostre paure, sulle nostre incertezze, sui nostri dubbi che dobbiamo agire per spiccare il volo. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare ad esserlo dentro

(Massimo Gramellini)

Inizio a sentirmi libera quando i due giorni si allontanano, e nessuno più mi chiede come si sia svolgo l’esame, l’attenzione cala, i momenti si dimenticano, i ricordi intensi si affievoliscono. Sono come fiammiferi, i sentimenti brucianti che sembrano contraddirti, perché ce l’hai fatta, ma questo non ti basta. Poi le cose cambiano. Ed anche questa è soltanto crescita. 

Non smetterò di ricordare i miei primi esami importanti, perché in due giorni c’è talmente tanto da imparare che non basterà tutta la vita per scoprire che ogni secondo, nel suo piccolo, nasconde una lezione. Ricordi che porto con me sempre. E ogni tanto accarezzo con la mano. Perché “Il tempo che ti piace perdere non è tempo perso

(Bertrand Russell)

Ora ho la patente. E ho fatto 29 punti su 36 al test per entrate alla facoltà di economia. Elaborazione in corso… 

Inside out 

Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi che cosa gli passa per la testa? Be’, io lo so. So cosa passa nella testa di Riley. (Gioia)

Ebbene, sì, ho guardato un cartone animato. Ho guardato Quel cartone animato. Inside out, un’affascinante ricostruzione della mente umana, così contorta e così esageratamente senza confini, attraverso ben disegnate figure ed un mondo moderno che forse nemmeno i bambini capiscono. Una recensione? Non lo so. Forse solo riflessioni ininterrotte. Perché siamo convinti che nella vita la Gioia sia tutto, la soluzione ad ogni problema, sempre pronta a salvarci le spalle e asciugarci le lacrime, ma la verità più grande che questo film mette in luce è esattamente il contrario. La Gioia a volte non c’è, non può intervenire, non può fare niente per cambiare le cose. A volte la Gioia è irraggiungibile. E tra i cunicoli di plastica, archivi di biglie colorate, isole dei propri rifugi quotidiani, e il vecchio amico immaginario che sbiadisce in mezzo ai ricordi neri, in mezzo a tutto questo caos di emozioni ognuno di noi cresce e combatte, imparando dai propri errori e magari commettendoli una seconda volta. Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto, Paura. Sembra quasi limitante ridurre la nostra testa a cinque statuine. Ma non è soltanto questo. Ci sono i ricordi. I ricordi dolci e piacevoli che si allontanano nel tempo, e giorno dopo giorno si riempiono di lacrime. Le isole della famiglia e dell’amicizia, che a volte per un errore o una parola di troppo rischiano di crollare. É un puzzle immenso quello che è racchiuso nella mente di una bambina, un puzzle tanto fragile che ci permette di viaggiare come fossimo noi stessi minuscoli esseri colorati della testa. Di che cosa si parla? Dell’uomo. Un cartone animato che si occupa di analizzare l’uomo. Il ricordo, i sogni, le paure, il subconscio, l’apatia, le emozioni. Un miscuglio che forse non é ben chiaro nemmeno a noi, a volte così complicati e incomprensibili, e probabilmente non è attraverso un film che si può interpretare appieno la psicologia umana, ma in qualche modo non è soltanto un cartone animato. È la storia delle nostre emozioni quotidiane, dei problemi che dobbiamo affrontare, dei ricordi che affollano la nostra testa, e di tanto in tanto vengono rimossi dal tempo che passa, è la storia dei cambiamenti che avvengono in noi, della crescita che ci porta a comprendere noi stessi sempre di più, ma mai del tutto. Ed è una storia che ci insegna che scappare non è mai una soluzione, arrabbiarsi non é una soluzione, ma a volte non lo é nemmeno fingere di essere felici a tutti i costi. È qui che Tristezza impara quanto sia importante il suo ruolo, quanto una parola o una lacrima possano salvare un rapporto, quanto a volte piangere sia inevitabile per poter essere felici, e sia la cosa più sincera da fare. Nessuno sembrava crederlo o averlo capito, dinnanzi a quel personaggino blu che non ha fatto altro che combinare guai, perché Tristezza è stato un problema e poi la sua soluzione, è qualcosa di apparentemente incontrollabile e pericoloso, ma non possiamo proprio farne a meno. Davanti ad un cartone animato si può piangere? Certo. Certo che si può piangere, perché l’incredibile mondo dei bambini che diventano grandi è qui rappresentato alla perfezione, con tutte le contrastanti emozioni, le nuove esperienze, i nuovi ricordi che cancellano una vita ormai dimenticata, e sicuramente nulla è così semplice come sembra, non vi è un pannello di controllo nella nostra testa, ed anzi è un casino tremendo, perché si può anche piangere di gioia o ridere per non piangere. Siamo così terribilmente contraddittori. Ma penso che questo sia più di un cartone animato. Perché rappresenta tutti noi, a volte costretti a delle scelte, dei sacrifici, delle rinunce, costretti a farci piacere i posti nuovi, le nuove amicizie, le nuove esperienze, a volte lo facciamo per amore, e non ci rendiamo conto di quanto questo ci faccia soffrire. Ci accompagna nella vita una sola indistruttibile forza: la forza del ricordo. Il ricordo di ciò che da bambini era tutto, la famiglia, le passioni, la prima vera amicizia, di quelle che durano per sempre, ricordi che crescendo ci strapperanno una lacrima, perché tutto questo non può tornare indietro, ma sarà quella stessa lacrima a riempirci il cuore di gioia. Inside out. Un cartone animato che consiglio. Non è un filmetto per bambini, è qualcosa di più. 

E permettetemi di aggiungere che non si è mai troppo grandi per amare un cartone animato, perché chi conserva quello sguardo sognatore dei bambini sa apprezzare anche le più pazze avventure. E magari sì, anche commuoversi. 

Pronto Soccorso Italiano: scappi chi può

Il cliente ha sempre ragione. Il paziente ha sempre ragione. E poi ti capita di passare al pronto soccorso, e ti rendi conto del mondo che vi sta dentro. Non dietro, proprio dentro. E mi piacerebbe capire che cosa spinga un’infermiera a sgridare chi sta male, o una dottoressa a lasciarti con due sole parole violente come schiaffi.
La gente è strana: si infastidisce sempre per cose banali e poi dei problemi gravi, come il totale spreco della propria esistenza, sembra accorgersene a stento
(Charles Bukowski)
Il fatto è che non concepisco come sia possibile, come possa una persona vivere in questo modo, con una rabbia continua immersa nel sangue, con un lavoro che logora la pazienza quando dovrebbe solo riempirti di orgoglio, e forse anche della capacità di capire l’altro. In quanti darebbero tutto per aiutare il prossimo, e poi ci sono persone che vestono con sdegno le proprie divise, che non sorridono, che nemmeno ti guardano in faccia, e tu paziente, che dovresti avere ragione, non hai armi per ribattere. In fondo è vero che se hai soldi conosci un mondo diverso. Perfino la sanità privata è diversa. Mi domando solamente che cosa si provi a vivere così. Perchè dicono che l’economia sia come un treno morto sul binario, e chi lo sa se mai sarà in grado di ripartire, dicono che il lavoro sia quasi un privilegio, e poi entri nel pronto soccorso della tua città, lo immagini accogliente, come minimo rivestito di gentilezza, ma sono tutte illusioni. Trovi le dottoresse esperte che volevano stare a casa, farsi un bel fine settimana lungo e andare al mare, infermiere che si lamentano di altre infermiere quando sono le prime a trascorrere un’ora e mezza in pausa caffè, e le prime a guardarti con odio perché a quanto pare è colpa tua se hai bisogno del loro aiuto.

E così entri in quel labirinto bianco alla ricerca del tuo reparto, e ti sembra quasi di essere su una pista da sci ad agosto: il deserto. C’è giusto l’anziano di turno con il disturbo all’anca che almeno una volta al mese si fa prescrivere aspirine e fastumgel. E poi ci sei tu. Potrà esserti capitato tutto: il naso rotto, un dito perso nel tagliaerba, uno specchio conficcato nella mano; ma tanto dovrai aspettare. Sempre. Anche dopo che l’anziano se ne sarà andato. Perchè sedere ad una scrivania per tre ore ti sfinisce, e allora l’infermiera se ne va a prendere un caffè. Aggiungo io: direttamente a Nuova Delhi. E che succede? Succede che il distributore del caffè diventa come l’armadio di Narnia: un buco nero. E aspetti, aspetti, aspetti, peggio che al supermercato quando si impalla la cassa fai da te. Poi finalmente torna. Prendi il numerino, come dal panettiere. Illuso e innocente, pensi di poter entrare. No! Bussi e apri la porta. Sacrilegio! Vieni investito dalle grida strozzate dell’infermiera che sbraita come un chihuahua, e ti assale senza nemmeno guardarti, con la bava alla bocca, rispedendoti fuori. Finisci ad un’altra sala d’attesa, un’altra fila, un altro numerino. Qui c’è una folla che nemmeno al concerto dei Beatles, leggi il tuo numero: 85. Sono ancora al 3. Cinque ere geologiche dopo chiamano il tuo numero. Ancora impaurito apri la porta, e ti ritrovi il faccione di un’altra infermiera nervosa davanti, che già dal corridoio ti chiede “Etri veloce che non abbiamo tempo da perdere, dimmi cos’è successo. Dammi la tessera sanitaria. Anno di nascita? Ah, non ha preparato, a tessera mentre aspettava? Ma come è successo? Ma bravo… neanche mio nipote di due anni avrebbe… va beh. Mi dà questa tessera?!”. Comincia a sbuffare come una locomotiva, e in un modo che non ti spieghi, qualsiasi sia il motivo per cui ti trovi lì, ti fa sentire un perfetto imbecille. Ti hanno investito sulle strisce pedonali? È colpa tua. Ci vedi male? È colpa tua. Ti hanno rapinato? È colpa tua. E sapete cos’altro? È colpa tua anche se lei è lì e deve lavorare. Maledetto! Una volta concluse le formalità ti ritrovi di nuovo in sala d’attesa. Novantacinque minuti, e la dottoressa ti chiama. È giovane, ingenua, inesperta, inconsapevole. (Scappa finché sei in tempo). Ti fa accomodare, ti rivolta come un calzino, esamina ogni unghia fino ai capezzoli,  in silenzio e con un sorriso che non capisci se sia sarcastico o di compassione. Poi chiama la dottoressa. Ed entra ‘sto trattore, un ciclope largo quanto la Sicilia, con un camice bianco tutto sporco di caffè, le sopracciglia che formano una perfetta V sulla fronte, e delle pieghe sulla pelle che neanche De Niro sul set di Frankenstein. Già ti senti meglio. Ma quella ti inchioda al letto, ti palpa come l’impasto della pizza, e si mette a scrivere al computer. Non ha ancora aperto bocca. E a dir la verità nemmeno tu. “Lo sai che rischi la vita cosi? Eh, LO SAI?! VERGOGNA!”. Ti senti ancora più imbecille di prima, e chi lo sa cosa avrai mai fatto. “Sei non sai scendere le scale prendi l’ascensore! E guarda te, mi tocca stare qui a fasciare questo che a trent’anni suonati cade ancora dalle scale!”. Ti consegnano brutalmente un foglio che pare scritto in arabo, con qualche sigla e termini medici che per te potrebbero significare tutto. Microlesionamento del metacarpo in o.d.f. con ppf. e riversamento di astroliquefamitazionamento puro in sede, r.t., soggetto: imbecille, anni 30. Non chiedi spiegazioni, sai che non ne riceveresti. E mentre te ne vai ti assale il dubbio. Morirò? È inevitabile. Basta anche un po’ di sangue dal naso. Laringoversamento ed ematoma scomposto esterno in n.sx. post-trauma plurimo di penta-dita-dotato. Po dicono che cercare i sintomi su Google non è affidabile. Ebbene, per i dottori del pronto soccorso l’unica diagnosi è che è colpa tua. Po vai in farmacia, e ti dicono che purtroppo è l’Italia. E ti metti a ridere.

Una settimana dopo: il controllo. Prendi il numerino nello stesso posto dell’altra volta, ma un’infermiera ti apre la porta a mezzo millimetro dal naso e ti urla in faccia che devi andare dall’altra parte dell’edificio. Accettazione, paghi, perché tanto si paga ovunque, e poi ti metti in fila. Tre seggiole per ottanta persone in coda, pare anche ragionevole. Ti sfilano davanti due ventenni al cellulare che scompaiono in un qualche buco nero nel cortile e ritornano soltanto cinque ore dopo per la pausa caffè. Un’altra dottoressa continua a passare da un ambulatorio all’altro in cerca di non si sa bene cosa di perduto. Nell’ambulatorio che ti interessa se ne stanno in quatto pigiati contro lo stesso macchinario, come se stessero cercando una zanzara da ammazzare. Esce il paziente. Si chiude la porta, e dall’interno provengono urla da stadio e risate a crepapelle che ti fanno uscire i nervi fuori di pelle. Dieci minuti di pausa, e poi entra il prossimo paziente. Mezz’ora, tra una chiacchierata sul campionato calcistico e una sull’occhio un po’ messo male. E finisce che entri anche tu, dopo otto ore in piedi che pare di essere diventati di marmo. Entri per un minuto e trenta secondi. Ti dicono che stai migliorando. Ed esci. Aria. Ossigeno.

Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino. Il modo in cui tu reagisci fa parte del tuo.”
(Mantra Yoga)

Tempo da vivere

A volte hai la sensazione che il tempo se ne sia andato troppo in fretta, la sensazione di non aver quasi vissuto appieno gli anni appena trascorsi, come se non vi fosse stato quell’attimo speciale, come se fosse volato via tutto, nella normalità, in una piacevole normalità. Hai la sensazione di aver perso qualcosa, come un dettaglio, quel particolare nascosto che avrebbe fatto la differenza. Eppure non è così. Semplicemente i giorni si sono succeduti, e da essi hai imparato a respirare sempre più a fondo, riconoscendo il sapore dell’ossigeno e quello delle difficoltà, hai imparato a camminare controcorrente, hai imparato a usare le mani per le carezze e per cingere il proprio amore, ma avresti voluto che certi istanti durassero di più. Forse per la paura di non trovare più quelle persone, quelle atmosfere, di non provare più quelle emozioni forti di cui ti sei cibato. E allora perché ci sentiamo così rapiti da questo tempo? Perché indietro non si può tornare. Ed è quel sentirsi magari inadeguati, magari non pronti, magari così distanti da noi stessi e da tutto ciò che ci è piombato addosso negli ultimi anni. In fondo, cambiamo tutti. Anche senza che qualcuno ce lo faccia notare. Cambiamo nelle fotografie, cambiamo nei nostri sogni, cambiamo nei nostri pensieri fissi. Ma abbiamo come la sensazione che manchi qualcosa. Si chiama crescita, e la crescita lascia indietro il tempo di ieri, ci spinge avanti, a volte a calci, perché siamo come bambini che hanno paura di entrare in una stanza buia.

Avevo sempre creduto che crescere fosse automatico, invece è un qualcosa che bisogna decidere di fare

(Bill Lawrence)

Arriva però il momento in cui devi fare quel passo in avanti, scavalcare l’oblio tra le due montagne e ricominciare a scalare una nuova vetta. Poi ci pensi, e ti volti indietro per un attimo a guardare tutto ciò che stai per lasciare, e tutti quei ricordi che senti con te, talmente caldi e vicini che quasi bruciano la pelle in superficie. Sì, a volte vorresti tornare indietro, rivivere quei momenti, quelle prime volte che non busseranno mai più alla porta come quei giorni, e tu non sarai mai più così piccolo e inesperto della vita, e nessuno ti darà più quelle stesse occasioni che hai lasciato indietro. Ma bisogna andare avanti. Bisogna crescere, navigare per mari più aperti, anche con il rischio di rimanere delusi. E ci si lascia alle spalle quel tempo che invochiamo, e che ci sembra adesso così lontano e frenetico rispetto ad allora. Sembra aver corso all’impazzata per superarci, sorvolando la nostra voglia di fermarci un attimo a riposare, ed in pochi secondi ci si ritrova così, trascinati per chilometri su di una strada, tramortiti. E’ un tempo che non aspetta, e forse dovremmo semplicemente stare al passo con lui. Ma a volte ti manca il fiato, Perché corri, corri, corri e lo insegui, ma correre sempre è faticoso. Così rallenti, e ti perdi la sua corsa. Ti sembra che non sia mai passato nemmeno un minuto, e invece ti risvegli catapultato in avanti, incapace forse di dire esattamente che cosa sia accaduto in questi ultimi anni. Sei stato felice e triste, arrabbiato e calmo. Sei stato tutto, ed ora quel tempo è lì dietro, chiuso in un forziere di cui solo tu hai la chiave. E’ il tempo di crescere, e di chiudere quel forziere antico avvolto di ragnatele. E’ il tempo per giurare a sé stessi di vivere.

La vita è troppo breve per alzarsi la mattina con dei rimpianti. Quindi, ama le persone che ti trattano bene e dimentica quelle che non lo fanno. Se arriva un’occasione coglila! Se essa ti cambia la vita, lasciala fare! Nessuno ha detto che sarebbe stato facile. Hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena

(Harvey Mackay)

Tutto il tempo che non avrai vissuto, sarà soltanto responsabilità tua.

Dibattito con una professoressa

Prof, è inutile fingere, io non mi sono mai trovata d’accordo con lei. Saranno i valori opposti che cerchiamo di difendere, sarà che lei ha quarantasei anni e noi a mala pena diciannove, ma ci sono cose che non capisco. Come non capivo quella volta, quando ci disse che dobbiamo guardarla negli occhi, anche quando non sappiamo le cose ma siamo in piedi davanti alla lavagna con il gesso in mano. Non capivo nemmeno quando ci spingeva a seguire i nostri interessi, a scrivere una tesina per la maturità che piacesse innanzitutto a noi, e poi ha smontato ogni mia certezza dicendoci di parlare dei nostri punti più deboli. Mi sembra tutto una contraddizione, prof. Forse sono io che non capisco, che leggo i suoi discorsi dalla prospettiva sbagliata, ma vorrei poter discutere con lei, capirla, rivolgerle quel mio punto di vista che tengo nascosto. Ha detto che ci capisce, che sa quale periodo sia l’ultimo anno del liceo, tra i dubbi, le scelte importati, alcune follie, la voglia di poter uscire e vedere il mondo, il continuo richiamo di casa. Non lo metto in dubbio. È tutto un casino, e probabilmente è per questo che a volte siamo tutti stanchi, stanchi di pensare, stanchi di sottostare a chi è più grande di noi e cerca di insegnarci, siamo illusi, certo, entusiasti, desiderosi di realizzare la nostra vita, di colmare ogni vuoto, di inseguire anche i sogni più remoti. La vita è dura, lo immagino, e immagino anche che non sarà solamente questo, non è una corsa sul piano, non é un’infinita discesa, non dipenderà nemmeno solamente da noi. Ma tutti devono fare delle scelte, e lei ci sta giudicando. Perché la verifica é andata male, é andata male a diciassette persone, e la sua conclusione è stata che stiamo buttando via la nostra vita. È vero, abbiamo parlato con lei, ci siamo sfogati, perché in fondo e nonostante tutto ci fidiamo, lei conosce le nostre ansie e le nostre preoccupazioni, e certamente conosce il mondo più di noi. Ci siamo lamentati, con quel nostro modo catastrofico di vedere la scuola, ma sempre forti, sempre con il coraggio di ritornare in classe e ripartire da zero. Io non credo che ci sia qualcuno che sta buttando via la propria vita. Sono scelte, che non vanno giustificate. Eppure da un lato non ci vedo malizia, perché lei é anche madre, e per i figli so che un genitore darebbe tutto. E poi ha quel modo di parlarci, pacato, sincero, nudo, come se la cattedra si trasformasse in un banco scassato in mezzo ai nostri, quelli scomodi e troppo bassi per chi é alto due metri. Ma prof, io non la capisco. Forse perché guardiamo due muri diversi della stessa stanza, e mi sembra distorto il suo punto di vista, magari quanto le sembra distorto il mio. Ma sembra quasi che per lei, prof, tutto giri attorno ai soldi. Come se ogni nostra scelta, perfino ogni voto di una verifica, fosse un passo verso il guadagno. Vorrei risponderle che non è vero, che i soldi non possono comprare la felicità, che i soldi non guariscono le persone, che l’amore di una madre va oltre i regali per il proprio figlio, e forse è proprio quel figlio che dovrebbe insegnare a tutti a perdonare le mancanze più sofferte. Lo sa quante persone della mia famiglia sono morte per un tumore? Ma non siamo poveri. È solo che i soldi non sono bastati, non sono bastate le visite, non sono bastate le medicine. E mi fa arrabbiare sentirla parlare così, come fosse l’omelia di un buon prete, e poi scivolare tra una connessione e l’altra delle cose, perché di certo vede oltre, oltre la nostra carriera scolastica, oltre i nostri voti. Ma forse guarda troppo oltre. Io credo che nessuno abbia l’obbligo morale di iscriversi all’università, e nessuno deve sentirsi giudicato, o peggio giudicato inferiore, se preferisce chiudere i libri e andare a lavorare, le ripeto, prof, che sono scelte, come è una scelta iscriversi a medicina o a ingegneria. Ma ci ha chiesto che cosa vediamo nel nostro futuro, ed io ho risposto “Economia”. Guadagnerò bene. Guadagnerò più degli altri. Ho capito tutto della vita. Posso dire? No. Non è vero, prof, perché io della vita non ho ancora capito niente. Ho diciotto anni, qualche sogno, qualche rinuncia dietro la mia scelta, perché vorrei poter costruire una vita serena, ma sa una cosa?, non mi importa dei soldi, non mi importa quale stipendio prenderò, non adesso, perché se l’economia mi avesse fatto schifo, avrei intrapreso un’altra strada. Magari sarei andata a lavorare, chi può dirlo. Non è tutto questione di denaro. Non voglio fare la fame, è vero, non voglio privare i miei figli della possibilità di crescere felici, e non nascondo che se avessi seguito davvero le mie passioni forse sarei ora da tutt’altra parte, ma su una cosa ha ragione, il futuro dobbiamo costruircelo. Il problema è che usiamo due mattoni diversi, io e lei. Non sarei scappata da mia figlia per studiare, non mi sarei nascosta in cantina, o in auto, da sola, lontana dalla mia stessa vita, perché sono tanti i regali che riceviamo, eppure siamo sempre insoddisfatti. Prof, posso farle una domanda? Davvero pensa che nei nostri anni la sola cosa importante siano i soldi? Non sono ingenua, perché ormai costa tutto troppo, il cibo, le tasse, la casa, so che non può esistere un mondo dove i miliardari non abbiano la vita facile, ma lei, prof, forse non capisce noi. Non ci capiamo e basta, ed è normale. Non si può sempre capire tutto. Sa che cosa dice Giuseppe Donadei? “Niente è facile e nulla è impossibile“. Quindi vorrei solo dirle che ho ascoltato la sua strana predica materna, e niente, grazie, perché anche se non la capisco e non la capirò mai, anche se a volte vorrei solo tirarle la sedia, ho trovato nel suo modo di avvicinarsi a noi una specie di emozione, come il desiderio di vederci felici, di aiutarci, di averci a cuore. Grazie, perché anche in un modo maldestro e confuso ha dimostrato che il cuore riesce ad usarlo. Le prometto, come ci ha chiesto, che mi impegnerò. Farò una verifica migliore. Ma non sono d’accordo con lei, quando dice che il voto é il nostro biglietto da visita, perché un voto non rappresenta le persone, non rappresenta nemmeno il bagaglio di cultura che si portano appresso, ma è inutile confrontare due specchi all’infinito, perché non si guarderanno mai in faccia davvero. Siamo così, due specchi che non possono incontrarsi. È andata così. 

Povero non è chi ha poco. È davvero povero chi ha bisogno di un’infinità di cose e ne desidera sempre di più

(José Alberto Mujica)

Domanda della settimana 

Perfezione! Non la raggiungerai mai. E va bene così! Non ne hai mica bisogno. Tutto quello che puoi fare è diventare la migliore versione di te stesso ogni giorno. E questo, è tutto ciò di cui hai bisogno

(Cecilia Sardeo)

Che cos’è per te il successo?

Secondo me, il successo, è poter dire di essere felice. Realizzare i propri obiettivi, anche con fatica, e sì, magari portare con sé quelle cicatrici ancora rosa, che ogni tanto bruciano, afferrare con entrambe le mani, sporche di terra, il proprio trofeo invisibile, e gridare di avercela fatta. È un successo stupirsi, superare le proprie stesse aspettative, e capire che allora nemmeno noi ci conosciamo davvero fino in fondo. É un successo fare un altro passo in avanti, e poi un altro ancora, è un successo sempre, quando è il coraggio a guidarci verso i nostri desideri più amati, più sperati, nonostante la paura ci pieghi le ginocchia, è un successo perché non c’è niente di più difficile, eppure lo facciamo. Andiamo avanti. È un successo farlo con le persone che vorremmo al nostro fianco, quelle che chiamiamo persone giuste, quelle che di noi conoscono tutto, e nonostante questo non possono separarsi da noi. È un successo cercare di rendere felici anche gli altri, con quei gesti anche piccoli che possono fare davvero la differenza, e guardare il sorriso nascere sul loro volto, senza ricevere niente se non un grazie, resta sempre un successo. Perché il successo in fondo non si misura in monete d’oro, il successo vuol dire stare bene con sè stessi, e non essere divorati dai rimorsi, dai sogni irrealizzati, non perdere la speranza e continuare a desiderare, perché la vita non sarà mai piena, e non si può fermare in curva. È un successo capirlo, quando spesso l’ambizione é guardata con sospetto, quasi fosse una qualità dei superbi, eppure sono ambiziosa di felicità, di quei momenti apparentemente perfetti che vorresti potessero durare all’infinito. È un successo aiutare, porgere un braccio a chi non ha niente, anche là dove nessuno si ferma. É un successo impegnarsi con un obiettivo in testa, e dare tutto pur di poterlo realizzare, non arrendersi, perché dopo potrebbe essere troppo tardi, è un successo, perché sono pochi coloro che hanno voglia di lottare, di sporcarsi le mani di fango e bagnarsi di pioggia, hanno tutti paura del mondo esterno, e confondono il successo con dei numeri. Ma un portafoglio grasso non è il successo. Successo è guardarsi allo specchio e dirsi che sì, questa era la vita che volevo, questa era la famiglia che avrei voluto amare, questo è ciò che vorrei durasse per sempre. Successo è poter dire di aver costruito qualcosa, da soli, insieme, con un amico, con l’amore, in qualsiasi modo, luogo e tempo che siano, ma che sia fatta dal nostro cervello e dal nostro cuore. Successo è crescere, imparare, accumulare lezioni da ripassare ogni tanto, per paura di dimenticare, e nel mentre che si cresce, successo è mantenersi, proteggere le proprie idee, i propri valori radicati nell’anima, difendere quei sentimenti puri che nessuno ci ha insegnato a provare, e combattere per abbracciarli sempre più stretti, e magari condividerli, con quelle persone giuste, sempre loro, perché loro non se ne vanno mai. Il successo è tutto questo. Non é nemmeno la fine della strada, perché il successo è fugace, potrebbe sempre finire, per un colpo di un dito al momento sbagliato, per un soffio di vento troppo forte, oppure potrebbe spostarsi, cambiare direzione, scomparire, rendersi invisibile. Troppe cose per poter dire di possedere il successo. Il successo lo si vive, con l’entusiasmo del momento, come tutte le cose effimere destinate a finire. E se dura, sarà tutto una magia. 

Ci sono due scopi nella vita: il primo è ottenere ciò che vogliamo, il secondo è godercelo. Solo gli uomini più saggi riescono a raggiungere il secondo

(Logan Pearsall Smith)

Ma il successo non si può contare, non si può nemmeno descrivere, se sia fortuna, bravura, meriti, forse tutto assieme, il successo non ha colore, forma, melodia, non lo riconosci, non si porta appeso al petto come un distintivo, anzi spesso se ne sta nascosto, perché é troppo prezioso. Il successo di una persona lo conoscono in pochi. Solo quelli giusti. Perché lo si mostra dal cuore, con la consapevolezza che ogni secondo potrebbe essere l’ultimo, eppure potrebbe sempre esserci un successo più grande, ed un altro più grande ancora, il mondo è tanto inconoscibile, così come la nostra vita. Ecco, per me il successo è una corsa continua, senza tempo, senza alcuna gara da vincere, una corsa con sè stessi e la strada, per godere dei panorami più belli, delle compagnie più fedeli, degli amici più accoglienti, degli abbracci più caldi, delle carezze più morbide, dei climi più temperati, dei regali più speciali, delle discese più divertenti, delle salite più ardue, delle cadute più dolorose, e delle ripartenze più gloriose.

La vita è come una corsa in moto, nessuno sa quanta benzina il destino ha messo nel serbatoio. Ma che tu abbia il pieno o poche gocce non importa, quello che conta è andare sempre al massimo, fino all’ultima goccia di vita

(Walter Villa)

E per voi, che cos’è il successo?

Lascialo andare!

Se si vuole offendere una donna non la si attacca sul piano erudito, ma sul piano personale. Ad esempio, le si dice che è una gran troia” 

(Matteo Strukul)
È da vigliacchi, poveri disperati, di quelli che mi fanno incazzare fin dentro le ossa. Ho un’amica, la conosco da tredici anni, ed anche se non ci siamo mai avvicinate davvero, la guardo oggi e non sembra più la stessa. L’uomo è capace di condizionarti. Di afferrare la tua anima e manipolare i tuoi pensieri, distruggere i tuoi sogni, convincerti che da sola non vali niente, che ad ogni ora del giorno l’importante sarà sempre lui. È l’amore che diviene abitudine, e dall’abitudine si tramuta in costrizione, odio, apatia. Forse non lo possiamo capire, fin quando guarderemo questo mondo da fuori, e l’istinto ci spingerà a giudicare, perché siamo macchine di pensieri, e li gettiamo all’aria come fossero respiri. Ma ho un’amica che si sta rovinando la vita. Ha diciotto anni. È possibile, sì, è possibile cadere in questa trappola distruttiva a diciotto anni, ormai non c’è più età, lingua, religione che tenga, soltanto uno sbaglio dettato dall’amore malato, forse dalla paura di lasciarlo andare, dal terrore nascosto del prendere una decisione per sempre. Ma ha diciotto anni, ed io non ci riesco a guardarla distruggersi senza pensare. È vero, ci siamo fatte del male a vicenda, ci siamo allontanate, e forse della nostra storia c’è poco da raccontare. Ma da tredici anni ogni giorno l’ho incontrata, e siamo entrate nella stessa classe assieme, abbiamo condiviso gioie e dolori della scuola, ed è capitato a volte che ci trovassimo a parlare su Whatsapp del più e del meno. Oggi pesa quaranta chili, ed è arrabbiata. Lo so, glielo leggo negli occhi che non è felice. Vorrei che non ci fosse niente di vero in tutto questo, vorrei non dover credere che a diciotto anni una ragazza possa scegliere di non vivere più. Non è giusto. Vorrei gridarle in faccia che non lo merita, perché non lo merita nessuno, ma mi rendo conto che io non c’entro, nessun altro c’entra, soltanto lei, e non posso nemmeno dirle che cosa fare, perché la guardo e sembra quasi che gli eventi governino il suo corpo. Porrebbe decidere, prendere il treno e andare via, ma mi accorgo adesso di quanto sia difficile. L’uomo violento è come un potente braccio meccanico, che ti lacera nelle tue convinzioni, ribalta ogni frase per farti sentire in colpa, come se correre da lui ogni pomeriggio fosse un obbligo imprescindibile. Ma la cosa che più mi ferisce, perfino a me, che non sono altro che una spettatrice, è quella naturalezza con cui gli insulti volano, messaggio dopo messaggio, insulti pesanti come frammenti di montagna, che piombano su quella persona che credevo di conoscere, ma che ora non riconosco più. Mi dispiace, ma non è lei. Mi manca quando ridevamo assieme, e si divertiva a farmi il solletico nella pancia, a torturarmi durante le lezioni. Erano i nostri momenti, quelli semplici e ridicoli allo stesso tempo, prima che gli anni ci rubassero un’amicizia instabile. Ha diciotto anni, e il suo fidanzato le ha augurato la morte. È possibile, sì, anche questo. E che rabbia che mi fa, pensare a tutto il dolore che una persona é in grado di sopportare, nascondendolo nei lati più intimi e invisibili, senza mai versare una lacrima o crollare. Vorrei prendere a pugni il tavolo, perché non è possibile. Non capisco. È una domanda che non avrà mai risposta, con quale coraggio un ragazzo possa sputare in faccia alla fidanzata un oceano di volgari menzogne, lame affilate che squarciano la dignità, e a poco a poco ti tolgono la vita. Prima le amiche, poi la famiglia, il tuo tempo libero, le scelte, il futuro, tutto. Tutto appartiene a lui. E non dovrebbe succedere mai, figuriamoci a diciotto anni. Pensiamo sempre che sia l’età dell’amore sincero, di quello che finisce più per noia che per tradimento, e invece ho un’amica intrappolata in un mondo distruttivo, ed io la rivoglio indietro. Quanto è difficile cambiare vita. Tornare a ciò che prima era normale, ed ora pare soltanto un vecchio ricordo. Perfino io fatico a ricordarlo. Perché l’ho conosciuto, in un giorno d’estate, per puro caso, gli ho stretto la mano, ho sorriso ad un mostro senza sapere chi fosse. Ed ora non posso fare altro che ascoltare da lontano lei che grida, e leggo nella sua voce strozzata tutta quella rabbia che si ostina a nascondere, quella voglia di piangere da cui poche volte si lascia sopraffare. Che cosa succede dopo? Che stai male. Che esplodi tutto in una volta, e non smetti più di piangere. Succede che in pochi ti capiscono, e gli altri sorridono di nascosto perché non ti hanno mai vista debole. E mentre gridi al telefono, ti credono isterica e colpevole. È un circolo vizioso, questa assurda società malvagia, che non ha limiti al peggio, non frena nessun braccio, non ti porge nessun fiore quando piangi. Vorrei che fosse soltanto un incubo, e invece a diciotto anni ho paura per lei. Forse ho soltanto guardato troppi telegiornali, troppe donne vittime, troppe giornate mondiali inascoltate, troppi appelli finiti nel dimenticatoio. Ma ho paura di perderla. Oggi é soltanto rabbia e delusione, e domani? Dopodomani? La prossima settimana? Avrà mai il coraggio di porre fine a questa tortura? Non è facile, e non lo so. È solo che mi fa schifo, immensamente schifo, pensare che a diciotto anni un uomo possa impadronirsi della vita di una ragazza, farla a pezzi, calpestarla, gettarla in mezzo alla strada, e dirle che è una troia, che è soltanto colpa sua. Non è un uomo. Non può esserlo. E spero che quella vita possa ancora essere ricomposta.

La violenza contro le donne è forse la violazione dei diritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fin tanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali progressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace“.

(Kofi Annan)