Mio nonno

Soltanto i più forti fanno i conti con la solitudine. Gli altri la riempiono con chiunque

(Vjollca Lika)

Nella mia vita è rimasto un solo nonno, e nonostante io non gli abbia mai dato tutto il bene che merita, ho voglia di parlare di lui. È da un paio di giorni che ci penso, ma le parole non sono mai venute fuori. È la prima volta che non capisco quale emozione prevalga sulle altre quando sto con lui. Lo ammiro, perché ha più di ottant’anni e una forza incredibile, tanto entusiasmo per imparare cose nuove, anche adesso che la compagna di cinquant’anni di matrimonio se n’è andata, lui sorride, ricorda, e ne parla come se fosse un angelo accanto a lui. Quando ero piccola, eravamo inseparabili. Era il mio migliore amico, con lui giocavo a pallone nel parco, con lui sono salita per la prima volta sulla bicicletta da grandi, con lui trascorrevo la mia estate, nella semplicità, nel calore che soltanto lui sapeva darmi. Ed è strano, oggi, parlare con lui. Perché non riesco a non pensare a quanto male debba sopportare, solo in una casa che perfino a me sembra troppo grande. Per Natale abbiamo organizzato un pranzo in famiglia, e in quel momento avrei solo voluto piangere, perché era tutto assolutamente magico, perfetto come se fosse sempre stato così. A tavola parlava quasi solo lui. Raccontava della guerra, della sua campagna, di quando è venuto in città per studiare, di quel mondo lontano che ho sempre voluto conoscere così, attraverso lo sguardo brillante di mio nonno, e ho sempre temuto di non fare in tempo. È stato bello ascoltarlo declamare, come si recita una poesia, era come guardare un documentario familiare, e non ho mai provato ad interromperlo, a dirgli di smetterla o di cambiare argomento, perché lui è speciale. Ha uno sguardo sul mondo che ha conservato le emozioni dei bambini, lui sa indagare nell’anima, lui riesce a vedere oltre, oltre all’assenza e oltre ogni passato. Ha guardato negli occhi la micia, e ci ha visto dentro qualcosa che io non sono mai riuscita a scovare. Sono occhi umani, ha detto. E quando mi guarda vorrei abbassare la testa, perché mi sento tanto piccola davanti a lui, tanto giovane quando mi rendo conto che i suoi ottant’anni di vita hanno lasciato il segno. Lui ha visto un mondo che io non vedrò mai, un mondo che a volte invidio, perché forse era davvero tutto più semplice, cercarsi, trovarsi, capirsi, quando non c’erano i cellulari, i computer, i social network, lui non sa cosa sono, e porta con orgoglio il suo vecchio cellulare grigio da trentanove euro e novanta centesimi. A volte mi chiedo come riesca ad essere sempre così… così sé stesso. E’ scomparsa sua moglie, ma non ha perso il suo spirito, la voglia di crescere ancora, di imparare a cucinare come sapeva fare lei, di sistemare la casa al meglio, e di preoccuparsi per me. Il giorno del mio diciottesimo compleanno mi ha chiesto soltanto una cosa: di restare. E lo so che dovrei chiamarlo al telefono, superare quelle mie assurde paure e dirgli che gli voglio bene, che per me ha fatto tanto, e non potrei immaginare che quella casa rimanesse vuota per sempre, vorrei dirgli che se voleva crescere ci è riuscito, se voleva portare con sé un pezzetto della nonna, ecco, io la vedo. La vedo nei suoi occhi quando ne pronuncia il nome, la vedo nel caffé che ci offre quando lo andiamo a trovare, la vedo nei suoi gesti abituali di chiudere tutte le finestre prima di uscire di casa, la vedo quando mi allunga una banconota perché la nonna lo avrebbe fatto per me, ed io non so perché ancora mi fa male, vederla così nascosta ora che non c’è più. Ma mio nonno è incredibile. Perché non ha mai chiesto aiuto a nessuno, e sapeva che avrebbe dovuto cambiare vita, lo aveva capito da tempo, e in qualche modo lo sentiva quando intimava alla nonna di smettere di fumare, ma il mondo a volte gira nel verso contrario, e ci porta via la cosa più preziosa che abbiamo. Mio nonno ha più di ottant’anni ma mi vuole un bene dell’anima. Mi raccontava, quel giorno, che la nonna avrebbe voluto vedermi crescere, che avrebbe voluto sapere quale università avrei frequentato, avrebbe voluto vedermi prendere la patente, laurearmi, trovare il mio primo lavoro, ma non ce l’ha fatta. Lo diceva piangendo, ed è stata la prima volta che abbiamo pianto assieme, la prima volta in cui non siamo riusciti a mostrarci forti come avremmo voluto, io e lui, belli così, e curvi l’uno sull’altra in un abbraccio. Non gli ho mai dato nemmeno un bacino sulla guancia. Da piccola non volevo, ed è rimasto tutto così, il nostro saluto è un’abbracciatona, e penso che non cambierà mai. E’ strano, perché il nostro rapporto è silenzioso, tra di noi c’è come una sorta di reverenziale timore, siamo due mondi così lontani, ci parliamo con lo sguardo, ma forse non basta. E’ che vorrei potergli dire di più, ma non ci riesco. Ma so che lui mi conosce, più di quanto io immagini, l’ho capito quando mi ha regalato un ritaglio di giornale, con su scritta una poesia di Neruda. Conosce le mie passioni meglio di chiunque altro, senza mai avermi fatto una sola domanda, e di questo non troverò mai una spiegazione, ma lo ricorderò come il solo nonno che ho potuto incontrare. Il nostro abbraccio conserverà  sempre quel sapore di legno e caffé, di erba appena tagliata, di gomma e di cioccolato, quel profumo che nel suo piccolo, nella sua impercettibile carezza, mi ricorda ogni volta la nostra debole storia, e in un angolo, mia nonna felice.

Nessuno può colpire duro come fa la vita. Perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto, hai la forza per rialzarti

(Sylvester Stallone)

Nonno, mi hai detto che con me tu sei felice. E’ questo il nostro regalo di Natale. Grazie. 

Ti lascio una frase di Buddha: “Ogni gradino di questa vita ti insegna sempre qualcosa, perciò continua a salire”.

 

Lettera a caso, o forse no, per te

Quel giorno hai forse aperto una porta senza saperlo, per me, che avrei tanto voluto fare il tifo da lontano e invece sono stata zitta. Io vigliacca, tante volte avrei voluto aprire la bocca, riprendere ciò che era mio, ma non l’ho mai fatto. Oggi forse era il tuo giorno, forse è stato tutto un insieme di cose che per mesi non ho capito, e ti guardavo, ti giuro che ti guardavo, e ci provavo, ma eri un enigma. Forse un poco lo sei anche adesso, mentre sussurri che non te ne frega niente, ma io te lo leggo negli occhi che ti fa male. In fondo sono state parte della tua vita, e per pochi mesi anche della mia. Ma da quel giorno non riesco a pensare ad altro. Ho in mente il tuo viso serio mentre fumi la tua sigaretta fuori da scuola, e tutti quanti gridano, festeggiano, è l’ultimo giorno, e ne avresti il diritto anche tu. Eppure sei distante, sotto quella siepe all’ombra, lontano dal casino, e lontano da noi. Non lo so che cosa vi siete dette, non so nemmeno se davvero le pensavi tutte quelle cose, ma era una tua amica una volta, e vederti così, spoglia, come una margherita privata dei suoi petali, mi ha fatto tenerezza. Ero abituata ad osservarti come il cavallo in testa alla carrozza, ed ora che non hai più nessuna Cenerentola da portare a casa, forse sembri diversa. Ma hai ragione. Hai ragione su tutto. E non hai sbagliato se hai seguito la tua strada, non è vero che sei una bambina, non è vero che rimarrai da sola, perché io ci sarò sempre, e ci sarà sempre chi ti vorrà veramente bene. Diceva Hilton che “Certe persone non ti odiano perché hai fatto qualcosa di male, ma perché hai fatto qualcosa meglio di loro“. Hai ragione e ti ammiro per quello che hai fatto. Lo hai fatto per te stessa, perché lo meriti, perché meriti qualcuno che ti capisca, che ti ascolti, che si preoccupi per te quando stai male. Loro non erano tue amiche, e tu lo hai sempre saputo. Forse non hai mai avuto il coraggio di lasciartele alle spalle, un po’ come me, che ancora ti rincorro nei miei ricordi. Ma tu ci hai visto bene, e hai trovato in te la forza che loro non hanno saputo darti. Sì, è stato tutto un insieme di cose. Perché quando la persona che amavi stava male, tu stavi male per lui, ma nessuno ti ha sussurrato nell’orecchio che sarebbe andato tutto bene, nessuno ti ha teso un braccio, nemmeno una mano. Nemmeno io. Ma ti giuro che ho sempre creduto in te, e nel profondo, anche se la mia parte razionale continuava a dirmi di non illudermi, nel profondo ho sempre pensato che tu fossi diversa. Sin da quando ti ho conosciuta, da quando ti ho vista e non avevo il coraggio di avvicinarmi a te. E quel giorno lo sognavo da sempre, ma quando è arrivato mi sembrava tutto così surreale… Hai sopportato tanto, hai superato tanti ostacoli, e nonostante tutto sei sempre tu, viva e pura come quattro anni fa. Sei una persona buona, e non te lo dico perché voglio lusingarti, che motivo ne avrei, te lo dico perché lo penso, e ogni volta lo ripenso quando ti vedo e mi sorridi. Leggo nei tuoi occhi che è stato difficile, tutto quanto. È stato difficile quando non c’erano, e forse avresti voluto che ci fossero. È stato difficile quel giorno, quando hai deciso che era il momento di dire basta. E lo hai fatto con le sole parole, e quella tua grazia che non se ne va mai. Hai ricevuto schiaffi silenziosi e promesse che non meriti, hai lasciato che quelle persone ti ricoprissero di bugie, hai guardato forse senza parole, un po’ come me, e magari non lo sai nemmeno tu come si è arrivati a tanto. Ma eri accanto a me quando quella tua vecchia amica ti gridava in faccia che rimarrai da sola, che quando ti succederà qualcosa non ci sarà nessuno, ero con te e non potevo fare nulla, solamente ingoiare ogni mio istinto, e stringere di nascosto i pugni per non abbracciarti forte. Eri accanto a me, e nemmeno le guardavi, fissavi l’asfalto bagnato dai gavettoni dell’ultimo giorno di scuola, e in quel momento non lo so che cosa stavi pensando, ma non ci credo che non te ne fregava niente. Sono state parte della tua vita. Ma hai ragione su tutto, anche se è difficile, anche se fa male, hai ragione a voler voltare pagina. Perché tu non rimarrai sola, ci sono tante persone che ti vogliono bene, e poi… tu sei speciale, l’ho sempre pensato.
La misura dell’intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario
(Albert Einstein)

[Articolo scritto il 07.06.2016]

L’onda – The wave

Solitamente non è tanto il film in sé che mi colpisce, forse più i suoi dialoghi, le sue immagini, l’attore che si distingue dagli altri. Questa volta, non lo so. Questa volta è diverso. “L’onda” è un film potente, di quelli che gridano il proprio messaggio a gran voce e non lasciano niente al caso.

In una scuola superiore tedesca un professore deve affrontare con i ragazzi il tema dell’autocrazia. Dicono che dalla storia si impari, che gli errori non si possano ripetere, quasi fossero assiomi matematici. E in sette giorni, in una classe di una scuola superiore nasce il nuovo Reich: l’Onda. E’ un film che indaga a fondo le dinamiche sociali, la sottomissione, l’illusione di poter fare qualcosa di grandioso, che portare tutti la stessa divisa abbatta le disuguaglianze ma non l’unicità dell’individuo. Manipolazione. Da dove nasce? Da chi? Forse da chi ha uno scopo, ma non sa come applicarlo. E si diffonde come acqua, si insinua nel sangue di chi ascolta tante belle parole, avvolte dalla menzogna, dalla perfezione quasi teatrale, e si convince di essere in qualche modo migliore, speciale, superiore. Manipolazione che distrugge i singoli ideali e coagula un esercito con un solo cervello, una sola strada da percorrere, un solo obiettivo. Viene messo in luce come la storia, fino ad oggi, non ci abbia insegnato proprio niente.

– Portate qui il traditore! Marco, te lo chiedo davanti a tutti: allora sei con noi, o sei contro di noi?

– Aprite gli occhi, usate il cervello!

– Allora, che ne facciamo del traditore? Che cosa dobbiamo fare di questo traditore?! Bomber, diccelo tu! Che aspetti, dillo! Sei stato tu a trascinarlo qui.

– L’ho fatto perché l’ha chiesto lei.

– Ah, l’hai fatto perché te l’ho chiesto io. E se te lo chiedessi, lo uccideresti? Gli possiamo tagliare la testa, o impiccarlo, o anche escogitare qualche tortura per costringerlo a ubbidire: sono tutte cose che si fanno in una dittatura. 

[…]

Vi siete accorti di quello che è successo? […] Vi ricordate ancora che cosa vi avevo chiesto all’inizio della settimana? Se nel nostro paese sia possibile un’altra dittatura. È appena successo. Il fascismo. Ci siamo ritenuti esseri speciali, migliori di tutti gli altri. Ma la cosa peggiore però è che abbiamo escluso dal gruppo chi non la pensava come noi. Li abbiamo feriti e non voglio immaginare che altro avremmo potuto fare. Io mi scuso con tutti voi. Siamo andati oltre. Io sono andato oltre. Deve finire qui.

(Dal film “L’onda”, 2008)

E allora mi viene da riflettere. Basta così poco? Un uomo carismatico, un paio di camice bianche, l’ambizione? Davvero possiamo mandare tutto all’aria così? La forza delle parole, dei gesti… Ed anche quegli impercettibili accorgimenti che ci vengono imposti dall’alto… Sappiamo davvero uscirne da soli? In fondo è vero, alzarsi in piedi aiuta la circolazione. Aiutarsi a vicenda combatte l’emarginazione. Ma basta un passo, solamente un passo oltre il confine del vero e del giusto, e, fosse anche solo una persona, non la controlli più. Tanti bei valori, tanti progetti comuni, l’unità, le feste, e nello stesso tempo la propaganda che diventa una minaccia, e poi una costrizione, fino a distruggersi da sola e diventare inutile. Ma in sette giorni è nata una dittatura. Come Dio ha creato il mondo, noi siamo in grado di distruggerlo. Nasce quasi come un gioco, un esperimento sociale che perde il controllo di sé stesso. E se da un lato è una conferma e una smentita, dall’altro è un enorme monito. Lasciamo che sia l’Onda a parlare, l’immagine di un gruppo di ragazzi, allevati come bestie, ragazzi fragili pur avendo tutto, i soldi, i vestiti, la fidanzata. Ragazzi illusi che l’Onda fosse una verità. E’ così facile convincerli che sia giusto, che stiano lottando contro il razzismo costruendo immaginarie mura tra i pari, è facile inculcare nelle loro teste l’idea che loro siano il futuro, e che il futuro indossi un’unica divisa. Si fanno promesse, discorsi, si arriva al punto in cui pare tutto sbagliato tranne l’Onda, tutto da reprimere, da punire, da cambiare. “L’ho fatto perché me lo ha chiesto lei”. Avrà avuto diciotto anni. E a diciotto anni era pronto a vendere la propria vita, la propria libertà. Non è ciò che sta accadendo oggi? Non si fanno anche oggi tante promesse, tanti discorsi vuoti, esaltatati? Non muoiono anche oggi tanti giovani, senza che le promesse siano mai state mantenute? Non è forse così attuale questo “esperimento” tanto pericoloso e potente? Basta un passo. Dalle parole ai fatti. Dal volantino propagandistico alla pistola. Sì, anche a diciotto anni. Anche essendo tedeschi. Spirito nazionalistico? Non solo. Tanti sogni. Disagio. Non è pazzia, non possiamo dirlo. Hitler non era più pazzo di tantissimi suoi seguaci; le pietre dei lager non le ha posate lui, il grilletto non lo ha premuto lui. La forza sta nelle parole. La capacità di persuadere, di sedurre il pubblico con giochi pirotecnici, di porsi come un super partes, in qualche modo migliore, ma in cerca di altri uomini migliori come lui. Ecco come nasce la razza. Non è un fatto culturale, etnico, geografico: è un fatto di parole. Anche parole non dette, mani tenute basse, nelle tasche, occhi sinceri. E nascono anche i riti, i simboli, i saluti. Si comincia liberi, si finisce schiavi. E il peggio, forse, è che le menzogne sono in grado di nasconderlo. Progetti che potrebbero continuare all’infinito, prima una settimana, poi due, tre, sempre di più, sempre peggio. Questione di emulazione, magari, paura, bisogno di appartenere a qualcosa, incapacità di riflettere, impossibilità a riflettere. E pensare che è bastato un professore, una classe, un’idea. E non ha vinto né il professore né la classe, ha vinto l’idea, che ha saputo imporsi su qualsiasi differenza di religione, nazionalità, lingua, ed ha creato una nuova cerchia di eletti, convinti di poter dominare il mondo. Sì, a diciotto anni. Forse merita una riflessione, oggi che tanti giovani partono e non tornano indietro, giovani che devono ancora vivere, ma decidono di combattere il diverso, convinti di diventare ogni volta migliori. E’ così che si muore, è così che si uccide. Basta poco, anche una settimana. Poche parole, il rumore della marcia che disturba la lezione sull’anarchia, una partita di pallanuoto finita in una rissa. Si comincia così. E non si può sapere dove finirà.

Silvia Nelli

Lascerai dietro di te quelle persone che non hanno saputo guadagnarsi un posto sicuro in quel lungo viaggio chiamato vita. Lascerai dietro di te ogni parola stupida, ogni giudizio leggero, ogni offesa e anche ogni rancore. Perché capirai che portare tutto questo con sé lungo la strada non serve. Per camminare in avanti si deve portare con sé solo ciò che vale

(Silvia Nelli, aforista e blogger)

E non è nemmeno detto che sia facile, fare e disfare la valigia che ci portiamo dietro ogni giorno e che ogni giorno riempiamo di cose nuove. Spesso il male si insinua tra le pieghe dei vestiti, e chi più lo trova. E’ pesante, massiccio, eppure invisibile. Quante volte vorremmo cancellare dalla nostra memoria una persona, un fatto, una parola, di quelle che ci fanno soffrire come una scheggia che non si vede, conficcata nella carne viva tutta intera ma impossibilitata a muoversi. Quante volte incontreremo la cattiveria, gli insulti gratuiti, le critiche, e quante volte daremo loro peso come fossero legge, perché non è sempre facile fingersi sordi. Ma non tutti meritano di viaggiare con noi. E’ per questo che dobbiamo sempre andare avanti, sempre un passo dopo l’altro, e asciugarci le lacrime per tornare a sorridere, sfogare la rabbia per riportare la pace. E’ per questo che i rapporti finiscono, a volte. Ci si prova, si prova a ricucire le ferite che non si rimarginano, si prova a ripartire, a voltare pagina, a cancellare con la gomma una vecchia storia; a volte funziona, altre volte no. Ci si lascia così alle spalle tutti gli errori del passato come un sentiero fatto di briciole di pane, consapevoli della nostra parte di responsabilità, eppure sicuri, perché anche i nostri stessi sbagli fanno male, da essi impariamo, ma spesso sentiamo anche il bisogno di rimuovere il ricordo fresco. Non ci si può fermare per rifare il nodo ai lacci della scarpa, se ancora è ben stretto. Ci si ferma quando si avverte il rischio di inciampare. E nel contempo diciamo addio a chi ci ha feriti, chi ci ha traditi, chi ci ha usati e poi gettati via, chi non ha avuto rispetto, chi è stato ingrato, ingiusto, perfido, tutti coloro per cui abbiamo pianto, picchiato il cuscino e rinunciato anche solo ad un minuto della nostra vita, tutti coloro che hanno giudicato senza conoscere, preteso senza dare, dimenticato ed offesi ci hanno rimproverato quando la dimenticanza è stata nostra, tutti coloro che non hanno mai accettato un no come risposta, tutti coloro che non hanno nemmeno provato a capirci. Liberiamo il nostro bagaglio fatto d’aria da tutti questi sassolini che appesantivano il nostro viaggio, li lasciamo sulla strada, aperti ad affrontare altre strade, ad aprire altre porte, a incontrare altre persone. Perché gli incontri non si possono evitare, ed anzi nemmeno sarebbe giusto, gli incontri vanno assaporati sulla nostra pelle per poter essere poi scelti, messi in valigia o lasciati per strada, gli incontri inevitabilmente scrivono un pezzetto della nostra storia, e sta a noi decidere se faranno parte anche del finale. Ma chi non merita di viaggiare con noi, proseguirà la sua vita lontano, e chi lo sa, magari un giorno le strade torneranno ad intersecarsi, nessuno può dirlo, e magari un giorno le cose cambieranno come non sono cambiate prima, ma… Per noi stessi, dobbiamo saper scegliere. Scegliere per chi saremmo disposti anche a fermarci un istante lungo la strada, per allacciare i lacci delle sue scarpe che altrimenti rischiavano di farlo cadere.

Domanda della settimana 

Sei felice? Rispondi istintivamente.

In questo preciso istante, in questo equilibrio di cose e persone, in questa strada assolata in pieno inverno, sì.

Ricorda che la felicità non dipende da chi sei o da cosa hai. Dipende solamente da cosa pensi

(Dale Carnagie)

E penso che in fondo ho tutto ciò che un tempo era un sogno bellissimo, posso abbracciare e parlare e sperare davvero nelle persone a cui tengo, posso riflettere e chiamare nel cuore della notte un’amica, perché sono certa che mi risponderà, ho ricevuto forse i regali più importanti, nel momento della vita in cui tutti cominciano a crescere davvero, a uscire dal guscio della propria casa, e non ho paura perché so che potrò sempre ritornare. Dice Oprah Winfrey “Se guardi quello che hai nella vita, avrai sempre di più. Se guardi quello che non hai nella vita, non avrai mai abbastanza“. Inutile indugiare sulle occasioni perdute, sui rimpianti per ciò che non è stato fatto, sono felice perché ho realizzato molto. È quella sensazione come se tutto andasse alla perfezione, come se non ci fosse niente fuori posto, un sogno talmente reale da sembrare incredibile, perché un tempo era un orizzonte lontano, mentre ora è la volta celeste che posso guardare. Sono felice, sì, anche se mi mancano certi dettagli, anche se avrei potuto fare di più, pensare di meno, correre o riposare in altri momenti. Ma la strada su cui cammino, non ho idea di dove mi porterà, se mai finirà o si incrocerà con altre strade, eppure in questo preciso istante è la più bella strada che scorgo intorno a me, potrei deviare, potrei arrampicarmi sulle sponde o scendere giù nel fosso, esplorare quei sentieri che tante volte mi hanno incuriosita, ma oggi no. Ho voglia di godermi la felicità come si gode di una lieta giornata di sole. Potrebbe piovere domani, dopodomani, o il giorno dopo ancora, e magari cercherò riparo cambiando strada, ma oggi sono felice e voglio rimanere felice. 

La felicità non è fare tutto ciò che si vuole, ma volere tutto ciò che si fa

(Friedrich Nietzsche)

Non si può essere felici quando si è consapevoli di poter cambiare ancora qualcosa, ma per pigrizia si rimanda sempre. La felicità accade, per un caso fortuito o per il nostro impegno vitale, accade in un momento e potrebbe durare per sempre, nessuno può dirlo, e soltanto noi possiamo riconoscerla. La felicità è conseguenza di scelte, e la risposta può venire solamente da noi. Non possiamo imporci di essere felici, nessuno può farlo, ma possiamo decidere di cercare la strada giusta inseguendo quei sogni riposti nel cassetto. Basta ricordare una cosa, che siamo cittadini minuscoli di un mondo sconfinato, e ci sono delle regole da rispettare, dei gesti da non fare, dei confini da non superare per poter navigare in armonia con l’oceano. Non siamo illimitati. Non siamo infallibili. Ma forse possiamo essere coscienti, di cosa?, delle nostre possibilità, ed è il primo passo per poter essere felici. 

E quindi, rispondete istintivamente, voi siete felici?

Immaginare

“Forse sono stata una sciocca a immaginarmi qualcosa”.
“No”, ribatte Johannes, “Siamo fatti per immaginare”
(Da “Il miniaturista”)

Siamo fatti di carne, sangue zampillante, un puzzle di organi e tessuti incastrati assieme, reticoli di ossa e di muscoli inscindibili, e poi cellule, cellule che respirano, e noi con loro. Siamo fatti per immaginare. Siamo fatti per vivere. Ci lasciamo trasportare dalle ali del nostro encefalo che elabora, sintetizza, e scopre nuovi dati. Siamo fatti per conoscere, esplorare minuscoli spazi di mondo domandandoci chi abbia creato tutto questo. Non lo sa nessuno, e allora immaginiamo. Immaginiamo che sia normale a primavera guardare i fiori nascere, e d’estate abbronzarsi sotto il sole della spiaggia. Da sempre l’uomo immagina, immagina che la terra sia perfetta, che la vita sia eterna, che il cielo sia la casa delle anime. E chi siamo noi per smentire la credenza, la fantasia che solo non vede l’ora di galoppare lontano? È l’immaginazione che ci crea le aspettative, quel sogno così reale che le cose vadano nel verso giusto, nel migliore dei versi possibili, come Leibniz sosteneva parecchi anni fa. Forse immaginava anche lui. Immaginava una spiegazione del male che lo rendesse meno malvagio, perchè l’immaginazione serve anche a questo, serve a farci alzare da terra dopo una caduta, serve a consolarci quando qualcosa non va, serve a darci una spiegazione di ciò che ci appare oscuro. Siamo fatti per immaginare. Immaginare di farcela e convincerci che niente sia impossibile. Immaginare ciò che non possiamo avere per sentirlo più vicino. Immaginare per viaggiare gratuitamente nell’oceano dei pensieri, guardare le stelle nel buio della notte a mezzogiorno, tuffarsi nel mare di sassolini del cortile. Siamo fatti per sognare che vi siano infinite pagine di un libro ancora da scrivere che si chiama vita, e seguiamo i nostri sogni perchè si realizzino, per incollarli in quelle pagine ancora bianche del romanzo e cominciare a raccontare. Siamo fatti per immaginare e ricordare, ricordare e immaginare. Siamo fatti per vivere di cibo e pensieri, acqua e sogni, ossigeno e ricordi. A volte immaginiamo e navighiamo lontano, cercano di riprenderci, le braccia del razionalismo, di riportarci a riva, dove non puoi volare, ma l’immaginazione a volte è troppo forte. Ci ritroviamo immersi nell’ignoto privo di fisica e di regole, a fluttuare nelle azioni sconnesse della nostra mente, incapaci di governarla e di governare noi stessi. Ma poi in qualche modo a riva ci torniamo. E allora sì che siamo fatti per immaginare, per lasciarci trasportare dalla fantasia oltre i confini del possibile, per cercare nelle fiabe chimeriche la certezza di ciò che siamo. Esseri umani. E nonostante la cruda realtà di sangue, errori e conseguenze, siamo fatti per immaginare. Nonostante i nostri studi rigorosi, i soldi, i secondi fini, siamo fatti per immaginare. Perchè solo nell’immaginazione sappiamo essere davvero sinceri.

Una lunga lettera per Babbo Natale

Caro Babbo Natale, io vorrei che quest’anno per Natale tutti diventassero più buoni e io più figa (questo lo chiedo ogni anno però…). Se pensi che, anche per te che sei babbo, esaudire questo desiderio sia proprio una mission impossible, calami pure giù dalla canna fumaria un assegno da 5.000 euro che me lo faccio bastare

(Luciana Litizzetto)

Caro Babbo Natale, è troppo se ti chiedo di pensare un poco anche a me? Lo so che avrai parecchio da fare, e dovrai correre in Africa, dai bimbi più poveri, e in Siria, a coccolare quelle genti martoriate e ferite come carne al macello, so che cercherai di fermare l’emorragia del mondo con la tua magia, so che non ti fermerai nemmeno davanti alle cannonate in pieno deserto, o davanti alla disillusione, il più triste peccato di chi non riesce più a guardare oltre l’orizzonte e oltre le stelle. So che non ti basterà una notte per sistemare questo disastro, questo alluvione di errori che neppure noi siamo in grado di fermare, e non potrai distribuire altro che regali e speranza, fiducia e un poco di gioia, tu, Babbo Natale, che spesso arrivi di nascosto e nessuno ti vede. Ma io lo sento, so che ci sarai anche quest’anno, nell’aria, come un profumo che si libera dalla candela. E vorrei chiederti di pensare un poco anche a me. Non sono stata buona come avrei dovuto, non sono stata egregia, perfetta, nemmeno ammirevole, non sai quante volte ho esternato la mia rabbia con le parolacce più violente, quante volte ho cercato di affettare le teste altrui con il solo sguardo, quante volte ho meditato e involontariamente sognato di agire, e poi non l’ho fatto. Sono una specie di bimba ribelle, anticonvenzionale, e per il solo fatto che mi sto rivolgendo a te, forse potrei sembrare risibile. Ma vedi, Babbo Natale, non ti chiedo di pensare soltanto a me. Ti chiedo di ascoltarmi.

Per la mia mamma, perché non trovo mai le parole giuste per rivolgermi a lei, per dirle quanto bene le voglio, non ci riesco. Ti chiedo di regalarle un po’ di serenità in più, quel senso di pace e di calore che certe volte scompare, e a me fa paura. Come una bambina intimidita dal mondo dei grandi, forse sono scappata troppe volte da lei, come scappavo da te quando ti sentivo lasciar cadere i regali sul pavimento, e non le ho mai detto veramente chi sono, non le ho mai dato quell’abbraccio che a volte vorrei ricevere io, non so nemmeno perché, ma ecco, Babbo Natale, aiutami. Fa’ in modo che il suo Natale sia felice, che i demoni dei ricordi più dolorosi restino chiusi in un subconscio dimenticato, e che capisca ancora una volta, da un minuscolo bigliettino di auguri, che dietro ogni pensiero io ci sono.

Per il mio papà, perché sarà sempre per me un eroe. Come chi sa cavalcare le onde, ha vinto ogni tempesta, e magari è caduto, poi si è rialzato, ma perfino con l’acqua fin sotto la gola mi cercava, mi chiamava, per sapere se io fossi felice. Per me ha sempre fatto tutto, e in questo tutto a volte mi sono sentita persa, perché è un tutto esageratamente grande e sconfinato, eppure dietro quel suo tutto c’era l’amore di un padre, infrangibile, marmoreo. A volte lo dimentico, e lo so che sbaglio, che fa parte del mio essere una bimba ribelle, e probabilmente ci sono lettere che meritano di essere lette, più di questa, ma fa’ in modo che il Natale del mio papà sia felice, nel poco che sempre riceve, che non è tutto ma in quel poco c’è tutto il mio cuore.

Per mio nonno, lui che è rimasto solo da pochi mesi, lui che forse conta sulle dita gli anni che ancora gli restano da vivere, i più tristi, i più vuoti, i più lontani. Penso a quando anni fa era il mio migliore amico, e con lui correvo nel parco dietro ad un pallone, con lui giocavo a carte, con lui mangiavo il gelato di metà pomeriggio in pieno agosto, ed ora non c’è più nulla di tutto questo, perfino casa sua, quella che conosco come le mie tasche, sembra diversa. Ha perso un pezzo enorme della sua vita. L’ho visto piangere per la prima volta. E per la prima volta ho pianto anch’io, davanti a lui, sulla sua spalla, stringendolo come non avevo mai fatto. Non posso chiederti di rendere il suo Natale un Natale felice, sei bravo, ma non fai alcun miracolo, così ti chiedo soltanto di accarezzarlo, con l’aura magica che ti porti dietro, accarezzarlo nelle ferite più fresche, per farlo sentire meno solo.

Per mia zia, che finalmente ha trovato un nuovo posto, come un cantuccio in cui rifugiarsi dopo anni di cammino, per lei perché ha attraversato l’oceano a nuoto, e con le sue braccia ha scavato anche la terra più dura, ma dal dolore e dalla sfortuna è uscita, ed oggi la vedo di nuovo felice. E’ bellissimo. E’ speciale vederla stringere la mano di un uomo, e cucinare al suo fianco, raccontarmi la loro storia, con quel pudore quasi adolescenziale, e scherzare come due bambini, sognare come due bambini, vivere come due bambini. Forse abbiamo tutti tanto tempo da recuperare, io sto recuperando uno zio, che ho conosciuto passo dopo passo ed ora mi saluta con un bacio sulla guancia, e lei sta recuperando l’amore. Babbo Natale, fa’ che il suo cammino proceda così, nella melodia perfetta della strada, senza che alcun sasso intralci i suoi passi adulti.

In questo Natale non posso non chiederti di pensare un poco anche alle amiche, quelle persone che sono entrate nella mia vita porta dopo porta, fino al cuore, ed oggi sono per me indispensabili, come un pezzo di un puzzle che non completeremo mai. Ci siamo scambiate i regali di Natale, e per significa tanto, forse più di tutti avrei voluto conservare i pacchetti intatti, così, avvolti nella carta stropicciata con il mio nome scritto sopra. E’ che a volte ho come la sensazione di non riuscire a dimostrare tutto quello che loro dimostrano a me. Sbaglio, Babbo Natale? Ci tengo tanto, a loro, perché so di poter contare sempre su di una spalla morbida e amica, ed anche quando ho avuto la sensazione di appoggiarmi sul vuoto, una carezza, una parola, un’ombra, e ho ritrovato la forza di crederci. Non so nemmeno che cosa chiederti, Babbo Natale, perché non so che cosa vorrebbero davvero, ci sono pagine delle loro storie che ancora devo leggere, soltanto felicità? E se fosse troppo oppure troppo poco? Fa’ che il loro Natale sia come lo desiderano, e se puoi, ascolta i loro cuori, anche se non ti scrivono una lettera infantile come sto facendo io, ascolta i loro sogni e magari, in futuro, se vuoi, lascia cadere nelle loro camere un poco di magia.

Non ho finito, perché c’è una persona di cui non ti ho chiesto niente, eppure non faccio che pensarci. Lo sai, di chi parlo, lo sai perché mi conosci, per te sono un libro aperto. Tempo fa ti avrei chiesto di accompagnarla verso la strada giusta, di renderla felice, ma felice davvero, e di aiutarla a capire che a volte ci si inganna da soli, ci si affida alle persone sbagliate, ci si appoggia a muri di cartone. Ma oggi, che cosa posso chiederti? Mi sembra così perfetta, dentro e fuori. Forse perché è un po’ come me, sorride sempre, anche quando una ferita nascosta sta sanguinando, ed io non lo so se nel profondo protegge qualche desiderio, qualche sogno irrealizzato, e se prova qualche delusione, qualche forma di rabbia, di tristezza, io non lo so. Ma tu lo sai sicuramente. Babbo Natale, non ti chiedo di dirmelo, non potrei mai. Ma vorrei che ti addentrassi nel suo mondo, e lo rendessi migliore. Fa’ che il suo Natale sia meraviglioso, per quanto possibile perfetto, perché ha fatto tanto per me, e mi mancherà durante questi giorni lontani, mi mancherà non ascoltarla più, entusiasta per le più semplici cose, mi mancherà ridere di nascosto con lei, e guardarla colorare il libro durante le lezioni di inglese, ecco, non ti chiedo di regalarmi tutto questo, ma di regalarlo a lei. Se puoi, vorrei che nella sua vita si sentisse un poco come mi sento anche io: nel posto giusto. Non accadrà sempre, perché bisogna anche perdersi per andare nella direzione corretta, ma lei se lo merita, merita tutto il meglio del mondo.

Potrei aver finito, oppure no. Sono tante le persone di cui vorrei parlarti, Babbo Natale, perché ci è concessa una sola occasione all’anno, e ancora non ti ho chiesto niente per me. Potrei domandarti un po’ di fortuna, quel culo che a volte è necessario per procedere senza farsi del male, potrei chiederti coraggio, come il leone lo domanda al Mago di Oz, potrei chiederti di conoscere certe risposte, ma perderei l’illusione, la magia del non sapere ma andare avanti lo stesso. Potrei chiederti di diventare più figa, come ti ha chiesto Luciana Litizzetto, e come penso ti chiedano tutte le donne, potrei chiederti una villa al mare, potrei chiederti di cancellare la cellulite, potrei chiederti di rivelarmi certi pettegolezzi da pianerottolo che mi incuriosiscono. Ma non lo faccio. Perché più importante di me, più importante di tutte le persone di cui ti ho parlato, è il mondo.

Babbo Natale, è troppo se ti chiedo di mollare la slitta e le tue renne, di scendere sulla terra e portare la Pace? Puoi farlo? Io non lo so. Probabilmente te lo chiedo ogni anno, e non mi rendo conto che non sei altro che un pupazzo sovrappeso vestito di rosso, ma come può essere Natale se da una parte cadono regali, e dietro l’angolo piovono bombe? Ti chiedo di cambiare le cose, Babbo Natale. E se ci riesci, forse ti chiederò di renderci tutti più fighi e fortunati, con un bel culo, e magari una villa al mare, perché in fondo bisogna essere anche un po’ egoisti e godersi questa vita, ma per ora ti chiedo solo questo. Pace e felicità per tutti. Utopistico, dici?

Ciao Babbo Natale, e al prossimo anno. Fai buon viaggio.