Il tempo delle cose – Quarta parte

Che le cose siano così non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare

(Giovanni Falcone)

Bravissimi tutti, e del resto non lo biasimo, a disquisire sui mali dell’universo standosene seduti in poltrona senza muovere un dito. E’ cosa semplice, che ci fa sentire colto. Ma diverso è alzarsi, uscire di casa, e combattere per rendere il mondo un posto migliore. Richiede tempo da investire, energie da spendere, a volte anche per gli altri, per rinnovare noi stessi, per migliorare il nostro cerchio di mondo conosciuto, per riparare certi squarci sanguinanti.

La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così

(Grace Murray Hopper)

E’ pericoloso credere che le cose non possano cambiare, adagiarsi sul passato e riproporlo a noi stessi come un film già concluso, di cui fingiamo di non conoscere il finale. E’ pericoloso pensare di essere noi stessi immutabili, come se vi fossero scelte, risposte, azioni programmate che non siamo in grado di gestire, come se la nostra vita dipendesse da un copione datoci dall’alto, come se fosse vietato improvvisare.

Dobbiamo sempre provare a cambiare, a rinnovarci, cercare di ringiovanirci, altrimenti diventiamo solo più duri

(Johann Wolfgang Goethe)

Non dico che sia semplice, non è semplice nemmeno capire da dove cominciare, ma nella fretta in cui viviamo dovremmo trovare il tempo per fermarci, sederci, riposarci, pensare. Non è vero che bisogna accettare tutto, che il tempo guarisce qualsiasi ferita, il tempo è imprevedibile, un po’ come le nuvole, non sai mai se porterà la pioggia il sole, non sai quali conseguenze trascinerà con sé, e sì, magari a volte guarisce davvero, ma altre volte potrebbe essere un peso, come un mattone che piomba sulle stesse ferite fresche, e fa ancora più male.

Il tempo può risolvere molti problemi, ma quelli che il tempo non può risolvere, li dobbiamo risolvere da soli

(Haruki Murakami)

Forse sbagliamo quando ci affidiamo esclusivamente al tempo, come se la sofferenza si facesse persona, e una mattina decidesse che è tempo di partire. Non decide il tempo che cosa fare della nostra vita, quando piangere o quando cercare di essere felici, il tempo è qualcosa che ci viene dato e a volte ci viene tolto, presto, tardi, è tutto relativo, spesso non ci sembra mai abbastanza, più ne riceviamo e più ne pretendiamo, come se ve ne fosse all’infinito per noi. E lo sprechiamo, quante volte lo sprechiamo! Con le persone sbagliate, nei luoghi sbagliati, nel modo sbagliato, facendo le cose più sbagliate, lo sprechiamo senza rendercene conto, perché siamo abituati a pensare che dopo ogni secondo ve ne sia subito un altro. Si rimandano vecchi progetti, un po’ come chi, durante i pasti, lascia la parte più buona per ultima, auspichiamo di finire il nostro tempo al meglio, con i fuochi d’artificio, e trascorriamo ore a contemplare le lancette dell’orologio, senza prendere mai una decisione, senza aprire la porta e lasciare entrare la vita.

Coloro che fanno l’uso peggiore del tempo sono i primi a lamentarsi della sua mancanza

(Jean de La Bruyere)

Chi discute con i propri nemici per il desiderio di trionfare; chi giudica gli altri ma non rivolge mai lo sguardo a sé stesso; chi cerca sempre una scusa, una giustificazione, e mai un risultato; chi trascorre le proprie giornate nella monotonia e nella noia, nel silenzio, nella muta solitudine autoindotta; chi non condivide per paura di essere derubato; chi vive nel timore di perdere, e quindi non combatte mai; chi vive nell’ansia di cadere, e quindi non si alza mai. E’ come se il tempo fosse soltanto un accessorio da indossare per dimostrare, a chi?, forse agli altri, forse a noi stessi, dimostrare che siamo vivi. Ma nonostante tutto sentiamo che ci manca qualcosa. Diciamo che ci manca il tempo di fare, di dire, di ascoltare, e  non ci accorgiamo che perfino i pianti e le infantili lamentele ci sottraggono gli anni. Seneca ha scritto un’intera opera su questo: “De brevitate vitae” (La brevità della vita).

Non accipimus brevem vitam, sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus” (Non riceviamo una vita breve, ma tale l’abbiamo resa, e non siamo poveri di essa ma prodighi)

Leggo ancora: “Vivete come destinati a vivere per sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso a quanto tempo è trascorso“. Lo diceva Seneca, e chissà quanti altri prima di me hanno constatato che i rimpianti per tutti quei “non” che affollano la nostra testa, ecco, fanno male. Eppure ci sembra sempre tutto lontano, irraggiungibile, come se dopo ogni curva la strada proseguisse per chilometri.

Goditi ogni minuto del tuo tempo perché il tempo non ritorna. Quello che ritorna è solo il rimpianto… di aver perso tempo

(Vera Santoro)

Non siamo abituati a pensare che ogni minuto potrebbe essere l’ultimo, no. Siamo abituati a pensare che ogni minuto può essere considerato il primo di tanti, eccetto uno, l’ultimo, lontano da noi come il sole. Sistemiamo i regali degli altri nel cassetto, risparmiamo soldi in banca, sogniamo viaggi in giro per il mondo e li scriviamo in una lista, e nel mentre il tempo passa: è vero che passiamo più tempo a pensare a come impiegarlo che a viverlo davvero. Ma l’unico dono che non possiamo ricevere è il tempo stesso. Ciò che è perduto, è perduto. Ciò che è rotto, è rotto. Ciò che non abbiamo realizzato, non sarà realizzato mai. Ci sono parole, gesti che rimandiamo pensando al domani, eppure ci sono ferite che non guariscono mai, paci mai stipulate, abbracci mai dati, confessioni tenute segrete per sempre.

Parlatene, parlatene sempre, perché i silenzi diventano pietre e le pietre diventano muri e i muri diventano distanze incolmabili

(Serena Santorelli)

E’ questo che fa il tempo. Fossilizza. E a volte rimaniamo fossilizzati anche noi. Scrive sempre Seneca: “Se ne va dunque la loro vita in un abisso, e come non serve a nulla cercare di riempire un vaso, se manca un fondo che riceva e tenga quello che ci metti, così non ha importanza la quantità di tempo concessa, se non c’è dove si depositi“.

Il tempo delle cose – Terza parte

Non lasciate che la vostra felicità dipenda da qualcosa che si può perdere

(Clive Staples Lewis)

Ci insegnavano da bambini che si può vivere per sempre felici e contenti, le favole era nostra più bella illusione, erano come la dimostrazione che dietro ogni disastro, anche il peggiore mai vissuto, si nasconde la possibilità di cambiare le cose. Scientificamente parlando,  tutto precario. Tutto, forse, tranne noi stessi. Noi esisteremo fino alla fine dei nostri giorni, e ogni mattina avremo la certezza del nostro corpo, del nostro sguardo allo specchio, dei nostri pensieri, non sentiremo l’animo scivolare via, non piangeremo davanti alla nostra morte, perché non vedremo il nostro corpo esanime in una bara. Non possiamo perdere noi stessi, è scientificamente impossibile. Ecco, forse siamo dunque noi la fonte più ampia e più sicura di felicità, noi che con le nostre positive disposizioni decidiamo di credere e investire nel futuro, in ciò che ci piace, in ciò che ci fa stare bene, o ancora meglio. Tutto parte da noi. Diceva Seneca: “Non è il caso che tu creda di aver perso tempo e fatica, se hai imparato per te stesso“. C’è chi è in lotta contro sé stesso, chi a volte non si sopporta, chi indugia sugli errori del passato, maestri severi, tutti costoro dimenticano quanto sia lunga a volte la vita, e quanto tempo occorra per coltivare la felicità e goderne come di un bel fiore, destinato ad appassire insensibilmente, non si sa quando. Siamo spesso troppo duri, troppo bugiardi, troppo violenti e castigatori, ci perdoniamo a fatica, perché i ricordi a volte restano e bruciano, come una scintilla che non si spegne mai.

Ogni giorno, in ogni singolo risveglio, ricorda a chiare lettere dentro al tuo cuore che… Tu sei la persona più importante della tua vita! Abbine cura

(Stephen Littleword)

Non vi sarà giorno, mese o anno in cui la nostra persona si allontanerà, o ci abbandonerà, è difficile anche se a volte cuore e cervello discutono, perché in fondo diamo loro retta, sempre, quasi sempre, e se qualcosa non va ci sediamo a riflettere, facendoli dialogare. Siamo dannatamente complicati, è vero. Non ci bastiamo mai. Perdiamo tempo dietro i nostri più piccoli difetti, cerchiamo disperatamente di nascondere le nostre pagine più intime, paragoniamo tutti a tutti, stiliamo classifiche, elaboriamo giudizi, perché ci insegnano da sempre a classificare ogni cosa, e sapete cosa accade? Siamo infelici. Sapete cosa diceva Philip Stanhope? “Se perdi un’ora al mattino, la cercherai tutto il giorno“. Quante ore perdiamo a curare e mascherare il nostro aspetto dietro abiti firmati, belle pettinature, strati di trucco? Siamo forse questi? Siamo noi questi burattini carnevaleschi, disposti a sacrificarsi per apparire, e quasi mai per essere? Pensiamo di avere tempo all’infinito, rimandiamo i momenti da trascorrere con noi stessi, e lo faccio anch’io, lo ammetto, forse perché sembra quasi che la solitudine sia caratteristica di chi è infelice. E così riempiamo il nostro cerchio vitale di presenze quanto più ingombranti e rumorose, usciamo abbandonando i sogni nei cassetti, a volte anche gli obblighi morali, le promesse, con la scusa “Lo farà dopo”. C’è sempre un dopo, nel nostro immaginario. Nonostante il mondo dimostri esattamente il contrario, pensiamo di essere perfino più forti del caso.

Quello che hai da fare, fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno

(Wayne W. Dyer)

Non lo ricordiamo abbastanza, quando rinunciamo alle occasioni convinti che esse torneranno “dopo”, quando rinunciamo a leggere un libro, a visitare un museo, a provare quella nuova ricetta, e non ci tormenta il pensiero che un minuto “dopo” potrebbe essere troppo tardi. Forse l’errore è che guardiamo troppo avanti, ad un futuro ancora più imprevedibile e inattaccabile dalle nostre scelte. Guardiamo oltre l’orizzonte, là dove non possiamo vedere, e allora ci abbandoniamo alle ipotesi convinti di poterle realizzare. Il nostro “dopo” esiste, lo prendiamo come un dato di fatto, come una conseguenza logica dell’esistenza del “prima”, noi che di tutto cerchiamo il suo opposto, eppure non sempre c’è. Ad esempio, non esiste una persona a noi opposta, così come non esiste una persona a noi uguale. La cerchiamo ogni giorno per sentirci sempre più speciali, perché è come in una gara tra due elementi, uno forte e l’altro meno: vogliamo essere i più forti.

Dedicati così tanto al miglioramento di te stesso da non avere il tempo di criticare gli altri

(Jim Rohn)

Si tratta forse di scelte, di priorità, di “modus operandi” che ricordo il mio professore di latino ripeteva sempre. Quante volte osserviamo gli errori altrui pensando di essere infallibili? Quante vole ridiamo davanti alle cadute altrui, ma quando siamo noi a cadere ci arrabbiamo per qualsiasi sorriso degli altri? Manca una cosa in tutto questo: la nostra vita è una, ed è soltanto la nostra. Noi non viviamo per gli altri, per l’amico, la mamma, o quello stronzo che ci infastidisce, noi viviamo per noi. E ci facciamo il sangue amaro ogni giorno per chi incrocia la nostra strada, eppure i soli padroni della nostra mente siamo sempre noi. Sta a noi decidere se cercare la vendetta, la compassione, se recitare la parte di una barca in mezzo alla tempesta, per verificare chi sia veramente disposto a soccorrerci, oppure se essere felici. Così, anche nel dubbio, con mille domande in testa. Ma la felicità è un traguardo che non piove dal cielo. E’ qualcosa che va costruito da sé.

Se non parti da te stesso, è sempre una falsa partenza

(Dhyan Pier)

E le false partenze ti fanno tornare sempre al principio di tutto.

I tempi delle cose – Seconda parte

La pazienza non è la capacità di aspettare, ma la capacità di mantenere un atteggiamento positivo mentre aspetti

(Joyce Meyer)

Sembra quasi facile, ma i secondi che scorrono, lo sguardo che insegue le lancette dell’orologio, sono una fonte inestimabile di paura, di angoscia, di timore che la vita finisca da un momento all’altro, prima che cambino le cose. Perché possiamo anche combattere e lottare per ciò che sogniamo, ma il mondo ha dei tempi tecnici da rispettare, è una catena di rapporti intrecciati come un gomitolo di lana, e non passa giorno senza che qualcuno rimanga deluso dalle proprie aspettative, ma chi ha pazienza, ecco, chi riesce a credere nel senso del tempo che passa, forse arriverà più lontano. Dice Milly Galati: “Non bisogna volere tutto e subito. Saper aspettare è una grande cosa“. Perché quando si desidera ardentemente qualcosa si tende ad accontentarsi di tutto, e non ci si ferma neppure a guardare se l’occhio non è stato ingannato, si prende e si intasca l’apparente realizzazione di un sogno, e non v’è possibilità di cambiarlo. Saper aspettare è una grande cosa, ma anche una delle più difficili. Bisogna riuscire sempre a pensare che ogni secondo potrebbe essere quello buono, e nella frazione di quel secondo superare ogni sconforto, e guardare avanti come si guarda un orizzonte infinito durante il tramonto, con il piacere nel cuore e la mente persa oltre i confini. Se ci sembra trascorso troppo tempo, vuol dire che non aspettiamo più. Perché l’attesa è come una vacanza, la capacità di sedersi ed aspettare che i semi seminati diano il loro frutto, è fermarsi ed osservare il proprio operato con occhi critico, senza quella frenetica tentazione di controllare ogni cosa, di accelerare ogni processo, perché siamo uomini, e il tempo è fuori dal nostro controllo.

Non abbiamo bisogno di affrettarci. Se qualcosa deve succedere, succederà. Al momento giusto, con la persona giusta e per la ragione giusta

(Tyga)

E’ solo quando tutto raggiunge il suo equilibrio che i risultati arrivano. A volte è necessario sopportare mesi di siccità, o superare gli effetti di una pioggia torrenziale, è possibile che tutto il nostro agire venga distrutto nell’attesa, e vuol dire che forse qualcosa è andato storto. Così, sospesi sul mondo, prede delle nostre stesse ansie, siamo quasi più vulnerabili, perché in mano non abbiamo niente, perché abbiamo già dato tutto, e resterebbe soltanto il sangue, ma quello può soltanto far naufragare i sogni, a nessuno concede di realizzarsi. Non lo so, forse ci sopravvalutiamo, pensiamo di essere infallibili, ci aspettiamo di ottenere tutto e subito, senza interrogarci su quante persone abitino il mondo, e combattano come noi, nello stesso tempo, con la stessa voglia ed energia. Le cose belle arrivano, è un dato di fatto. E’ concessa a tutti una possibilità, a volte, due, tre, dieci, cento, mille, l’occasione da afferrare al volo per essere felici, ma bisogna essere capaci di vederla, di alzare gli occhi al cielo dimenticando ogni impegno materiale, di scorgere l’angolo della pagina per poterla voltare leccandosi le dita. Non è soltanto la fretta che ci impedisce di realizzarci totalmente, c’è qualcosa, in noi, forse la paura, o il pensiero che ci sia sempre qualcosa di importante da idolatrare, ma ha ragione Ferzan Ozpeteck quando dice “Che stupidi che siamo, quanti inviti respinti, quanti. Quante frasi non dette, quanti sguardi non ricambiati. Molte volte la vita ci passa accanto e noi non ce ne accorgiamo nemmeno“. E se non siamo in grado di vedere tutto questo, che fa parte anche di noi, della nostra vita, della nostra storia, come possiamo scorgere quelle minuscole gocce d’acqua che sul terreno possono far nascere un’enorme pianta?

Dice un proverbio arabo: “Non arrenderti. Rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo“. Perché non possiamo sapere quando le cose belle accadranno veramente, e allora non ci resta che aspettare, affidarci alla nostra fiducia cieca nelle possibilità, e smetterla di essere arrabbiati con il passato monotono che abbiamo trascorso nell’attesa, non è stato inutile, ma soltanto un tempo impiegato per costruire il futuro. A nulla serve rinnegare qualche passo mosso nella direzione sbagliata, o la fretta che ci ha portati ad allontanarci nel bosco, a perderci tra le strade tutte uguali, a sfuggire dalle cose belle che sarebbero accadute se non. Ecco, è quel “se non” che spesso ci fa stare male. Perché siamo bravissimi a rimpiangere, dopo aver corso per il mondo per tutta una vita, quel tempo che non abbiamo dedicato a noi stessi, ad aspettare per noi stessi. Sarà che siamo forse troppo veloci rispetto agli equilibri celesti, abbiamo accelerato anno dopo anno, secolo dopo secolo, cerchiamo scorciatoie, costruiamo macchine in grado di correre più forte di noi, e nemmeno ci accorgiamo di come tutto questo renda le cose precarie. Il per sempre va conquistato, e il solo modo per ottenerlo è dimostrare di aver capito l’importanza di ogni secondo di vita.

Per chi sa aspettare c’è sempre un meraviglioso arrivo. Le cose belle hanno il passo lento

(Antonio Cuomo)

Non hanno solamente il passo lento, ma la capacità di riempirti il cuore, soltanto se noi siamo in grado di aprirlo.

I tempi delle cose – Prima parte

Ci chiediamo spesso quando, in quale momento, in quale istante, dopo quanta attesa, e se sarà un solo minuto o magari un’ora, un giorno, un anno. Si tende a dare un tempo ad ogni cosa, che sia la vicinanza di una persona amica, la fortuna, un’occasione, perfino la felicità, ci domandiamo dove possa essere la fine, come chi acquista un romanzo e prima di tutto il resto legge l’ultima pagina. Siamo avidi e avari allo stesso tempo, come se non importasse il presente ma il futuro, e non ci accontentiamo mai, perché ci domandiamo che cosa verrà dopo, come sarà questo dopo, che cosa ci porterà di nuovo o di vecchio.

Non tormentarti. Non c’è niente di permanente in questo mondo malvagio, neppure i nostri dispiaceri

(Charlie Chaplin)

Forse dovremmo semplicemente imparare a ripartire dai momenti negativi, con fiducia e speranza, e capire che il futuro lo si costruisce, nessuno ce lo cuce addosso come un abito di sartoria, nessuno può aggiustarlo, allungarlo, accorciarlo o perfezionarlo, eccetto noi. Dice Rita Levi Montalcini “Non temete i momenti difficili. Il meglio viene da lì“. Perché dai momenti difficili si impara sempre qualcosa, le nostre responsabilità, gli errori, le strade sbagliate, e non serve a niente cercare di combatterli sul campo, perché ciò che ci fa soffrire più di tutto, in fondo, siamo noi stessi. Noi che ci disperiamo quando qualcosa non soddisfa le aspettative, noi ambiziosi che vorremmo tutto perfetto, tutto paradisiaco, come il romanzo migliore dell’autore migliore, vorremo essere registi assoluti del mondo, ma non siamo in grado di dettare il copione neppure al nostro stesso personaggio. I momenti difficili ci sembrano quasi più pesanti, perché ne cerchiamo la fine nel posto sbagliato, speriamo che qualcuno arrivi a sistemare le cose, e nel mentre distruggiamo il nostro animo sciogliendo lacrime inutili, non abbiamo il coraggio di alzarci da terra, a volte, soltanto perché non vediamo nessuno.

E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succede… la cosa importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano

(John Steinbeck)

E’ normale una sconfitta, è normale il dolore, perché siamo destinati ad una moltitudine di contrari, felicità e tristezza, pioggia e sole, estate e inverno, non esisterebbe niente senza l’opposizione dei colori, del bianco e del nero, del buono e del cattivo. E’ normale chiedersi, prima di un lungo viaggio, se alla fine porterà mai a qualche traguardo, ma probabilmente non è soltanto paura, è una timida curiosità che ci porta a domandare se non sarebbe meglio rimanere a casa. Servirà? Come sarà? Che cosa accadrà? E’ inutile fermarsi pensando che andrà tutto bene, ed è inutile correre indietro, dopo il primo inciampo, tornare nel piccolo porto protetto senza avere il coraggio di uscire, di varcare la soglia ed esplorare l’immenso mondo. Scrive Sir James Scudamore “Non ti accade nulla di bello se non esci a cercartelo“. Bisogna rompere il guscio, sfidare i limiti dell’universo conosciuto, a volte infrangere qualche regola, qualche legge imposta dai prepotenti, perché le cose belle non sono là dove è tutto sotto controllo. “Ricordati di osare sempre. Anche con i venti contrari“, diceva Gabriele D’Annunzio.

Ma un errore che facciamo spesso, è quella fretta che ci spinge ogni giorno a pretendere sempre di più, dagli altri, da noi stessi, perfino dall’indomabile caso che a volte decide di far piovere, ed altre volte di far splendere il sole. Abbiamo fretta, come per paura di non avere abbastanza tempo. Abbiamo fretta di avere, fretta di conquistare, fretta di arrivare, fretta di vincere, pensiamo che il meglio sia sempre oltre ogni nostro traguardo, non ci fermiamo mai, nemmeno a godere dei riconoscimenti che la natura ci concede, non abbiamo tempo nemmeno di chiudere gli occhi e assaporare il gusto della vita. “Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi… innamorarsi, stare con sé stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle” (Tiziano Terzani). E’ così che riempiamo ogni secondo nel primo modo che ci capita sotto mano, è così che dimentichiamo quanta strada abbiamo percorso, e ci spaventa il corso della vita, la sua durata, proprio perché non c’è alcun minuto che rimanga impresso nella nostra memoria. La chiamiamo fretta, la chiamiamo operosità, ma io dico: a comportarci così, siamo tutti smemorati e dannatamente infelici.

Regalo da una professoressa 

Purtroppo questa sera non potrò essere presente alla cena di classe […] sarò con voi con il pensiero.

Vi mando un testo poetico di Santa Teresa di Calcutta, leggetelo attentamente e… tenetelo a mente. 

Un grandissimo in bocca al lupo, per tutto. 

Un abbraccio, buona serata. 

Fatemi avere notizie

INNO ALLA VITA

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, donala.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

(Madre Teresa di Calcutta)

Una professoressa l’ha dedicata a noi, maturandi in questo Duemiladiciassette, noi che non la rivedremo più, noi che l’abbiamo fatta impazzire, l’abbiamo fatta arrabbiare, l’abbiamo presa in giro, e nonostante tutto lei pensa a noi. 

Ti accorgi in questi momenti di chi in fondo a te ci tiene. Te ne accorgi forse tardi, ma la gioia più grande è sapere che da qualche parte, anche lontano, qualcuno in te ci crede. È tutto difficile, in questi pochi giorni. Abbiamo organizzato una cena di classe, ma ancora una volta mancheranno dei pezzi di questa classe folle che chiamiamo Quinta I. Lei non ci sarà, ma per noi si può dire abbia pregato? 

Mi ha fatto quasi piangere. Non ho la lacrima facile, ma quella vita, quella di cui Madre Teresa parla, io la sto vivendo adesso, e mi sfiora dentro la sua carezza, morbida, tenera. Una professoressa fuori dal comune, una professoressa che parlava con il computer, che con noi è andata in gita per la prima volta, che ha sempre mescolato l’inglese al dialetto come fossero una lingua sola, ma dietro di lei ho scoperto questa poesia. Mi piace pensare che sia soltanto nostra. Un piccolo dono a noi maturandi, che vogliamo fare i duri, quelli che se ne fregano, ma la notte un poco tremiamo di paura. Siamo grandi e piccoli in questo momento, una crisalide che a settembre diverrà una matricola, ma oggi, per pochi giorni ancora, liceali.

Professoressa, grazie di tutto

Critiche

Che vigliaccheria parlare dietro le spalle delle persone. Io non lo farei mai, sono sincera, le cose le dico in faccia.
Forse tutti ci siamo definiti in questo modo almeno una volta, magari in buona fede, magari cercando di esprimere nobili principi. E non metto in dubbio che parlare dietro le spalle degli altri sia il peggior modo di riflettere e di conoscere, e nemmeno nego che la verità vinca sempre sulla menzogna. Ma siamo davvero sicuri che la verità debba sempre essere sbandierata ai quattro venti, o scagliata in faccia con la violenza di uno schiaffo? Siamo sicuri che non possano esserci dei segreti soltanto nostri, sinceri pensieri elaborati nel silenzio, innocui, disarmati, privati? Forse è che siamo così occupati a cercare la morale giusta, il comportamento perfetto, così impegnati a inseguire i grandi ideali, che nemmeno ci accorgiamo di quanto a volte il silenzio sia la migliore soluzione. “Ci sono cose che vanno taciute. Ci sono cose che devi tenere per te. Ci sono cose che proprio non puoi condividere“, diceva Giuseppe Donadei. È così sottile il confine tra giusto e sbagliato, così impercettibile a volte il dolore che le parole possono provocare. Si gioca con i sinonimi che sinonimi non sono, ci si domanda che cosa fare, e nessuno può rispondere, perché forse non esiste nemmeno una vera e propria risposta. “Il problema è che molti di noi preferirebbero essere rovinati dalle lodi che salvati dalle critiche” (Norman Vincent Peale). In fondo è vero. C’è chi è più fragile degli altri, chi dà più peso ai giudizi degli altri, alle parole degli altri, chi è insicuro, instabile nel proprio equilibrio di domande senza risposte. Le lodi fanno piacere, sono come carezze, abbracci gradevoli e caldi che premiano la persona nella sua totalità, per i suoi meriti, e chi lo sa se davvero questi meriti ci sono. Perchè a volte le lodi ci mancano. Sentiamo come il bisogno di qualche certezza, di qualcuno che ci dica che siamo bravi, che stiamo facendo le cose giuste e le stiamo facendo al meglio. E incassiamo le lodi come uno stipendio straordinario. Ma forse una grande dote è la capacità di incassare le critiche. Tanto difficile farle quanto riceverle. Perchè in fondo siamo esseri umani, e per quanto l’essere umano si sforzi, davanti ad una critica rimarrà sempre per un istante disarmato, come se un potente getto d’acqua lo avesse investito in ogni angolo lasciandolo intorpidito. Possiamo dirci forti, menefreghisti, possiamo guardare avanti, fingere che le critiche entrino da un orecchio ed escano dall’altro, possiamo mostrare il petto e i muscoli, ma il cuore è sempre lo stesso. Per tutti. Una critica fa male, perché mette in discussione i nostri pensieri e le nostre scelte. Ma a volte è proprio quell’osservazione un po’ pungente che ci permette di crescere, di voltare lo sguardo verso la meta migliore, di sentirci completi. Sono gli amici che ci suggeriscono con sincerità di guardarci meglio, attraverso lo specchio dei nostri occhi, e in qualche modo dalle critiche sappiamo ripartire, perché ci fidiamo di esse, e troviamo in esse un appiglio solido che in noi non abbiamo trovato. Eppure esiste un limite, una linea di filo spinato oltre il quale le critiche sono come colpi di pistola. Forse è là dove qualcuno rivolge il proprio sguardo a ciò che ci sta più a cuore, o quei dettagli che già stiamo cercando di cambiare da soli. Sono le critiche fini a sè stesse, mosse solamente per sentirsi migliori. “Hai un brutto naso”, “Dovresti dimagrire”, “Quello sport è da maschi, non dovresti praticarlo”. Aspetto fisico, passioni, interessi, emozioni, carattere, cerchiamo sempre di difendere quelle nostre pagine più intime e più private da chi cerca di attaccarci, e forse è vero, qualcuno dovrebbe dimagrire, qualcun altro mangiare di più, ma chi siamo noi per scagliare pietre su di un lago già prosciugato? “Incoraggia gli altri nei loro punti di forza e non sminuirli mai per le loro debolezze. Nel dare forza agli altri anche tu diventerai più forte. Al contrario, mortificando gli altri, mortificherai solo te stesso. Il colore con cui dipingi una ringhiera è lo stesso colore che ti resta sulle mani” (Swami Kriyananda). È vero che a volte le critiche aiutano, è vero che a volte feriscono. E allora forse dovremmo semplicemente riflettere di più su quei pensieri che fuoriescono dalla nostra bocca come lame. Capita di sbagliare, e capita anche di non rendersene conto. A volte siamo così occupati a sparare sentenze convinti che la verità debba emergere ad ogni costo, che non riusciamo nemmeno a scorgere chi in questa verità rischia di affogare. Ma non tutto deve essere detto. E parlare alle spalle delle persone può fare forse ancora più male, ma non proclamiamoci fautori e discepoli della sincerità, perché a volte il silenzio è la scelta migliore. Ed anche senza paragonarci agli altri, vivremo una vita bellissima. C’è chi criticherà le nostre scelte, e allora potremmo riflettere meglio. C’è chi criticherà i nostri interessi, e allora lasciamo che ogni parola ci scivoli addosso. Perchè nessuno può decidere al posto nostro, nessuno può vivere al posto nostro. Al massimo, può aiutarci con il cuore.

Giuseppe Costanzo e la strage di Capaci 

Venticinque anni fa, sull’autostrada A29, moriva Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della sua scorta. Morivano perché quello della criminalità organizzata è un mondo che non perdona, non concede sconti, e se decide di ammazzare una persona, quella persona morirà. Ma nessuno riuscì a impedire quel Maxiprocesso che portò ad analizzare 475 imputati, per un totale di 19 ergastoli e pene detentive per 2665 anni di reclusione. Un traguardo che Falcone non è riuscito a vedere. Ecco, tutto questo lo ha vissuto una persona, una persona che si definisce “abbandonata da tutti”, che non è morta e forse proprio per questo è rimasta solamente un nome tra i tanti. Giuseppe Costanza, l’autista di Giovanni Falcone dal 1984. 

Essere rimasto in vita è una colpa, perché mi sono reso conto che i morti, giustamente vengono ricordati, ma dei vivi non sanno cosa farsene. Anche perché potrei essere un testimone scomodo, in quanto conosco la realtà dell’attentato, per quale motivo potrebbe essere stato ucciso Giovanni Falcone, cosa che non si dice. Per esempio Giovanni Falcone, quando è sceso a Palermo la penultima volta, mi comunicò: “è fatta, sarò il Procuratore Nazionale antimafia”. Io sono convinto che lo abbiano ucciso proprio per questo motivo. Perché tra il potere che aveva acquisito e con la poltrona di Procuratore nazionale, erano in tanti a tremare. È fatta a Palermo perché è stato un depistaggio, hanno voluto depistare le indagini. Perché potevano benissimo eliminarlo, se volevano, a Roma, in quanto camminava senza scorta. Fatta a Palermo ha preso tutto un altro significato, hanno utilizzato la manovalanza locale. Ma da dove è arrivato l’ordine? Chi ha dato questa disposizione? Tutt’oggi dopo 24 anni non si riesce a risalire a nessuno, siamo fermi ai manovali. 
Io ero a Capaci, ero dentro la macchina con Falcone, quando ci siamo avviati per Palermo lui era alla guida, accanto la moglie Francesca Morvillo, io dietro nei sedili posteriori, centralmente alla macchina. Si parlava di cosa c’era in programma per i giorni a venire, mi disse che non aveva più bisogno di me, al ché gli chiesi le chiavi mie, in modo che potessi prendere la macchina lunedì mattina. Lui istintivamente ha sfilato le chiavi dal quadro comandi, spegnendo la macchina, lo richiamai, gli ho detto “ma che fa? così ci andiamo a ammazzare!” Lui girandosi verso di me annuiva e chiese “scusa, scusa”. Questa sua ‘follia’ è stata la mia fortuna, poi è stato un attimo. Dopo di ciò non ricordo più niente, perché mi sono svegliato in ospedale dopo svariati giorni, non so più quanti. Quando ho aperto gli occhi mi hanno comunicato che c’era stato un incidente, poi piano piano mi hanno messo a conoscenza di ciò che era avvenuto. 
Ma uscito dall’ospedale, il mio primo passo è stato quello di andare a Capaci a vedere quello che era successo. Ho trovato un cratere, una cosa enorme, la macchina che ci precedeva era sbalzata dall’altra corsia andando a finire in un campo, una cosa mostruosa, come hanno potuto fare una cosa del genere, non so, mi sembrava di essere in guerra.
C’è stata una reazione sincera, vera, della cittadinanza tutta a questo evento così drammatico e quindi una vera antimafia, ma poi è subentrata l’antimafia di facciata, quelli che fanno soltanto palcoscenico non dando spazio alla vera antimafia, non raccontando le cose ai ragazzi così com’è avvenuto, e chi poteva raccontarlo meglio di me? Siccome mi hanno emarginato, i ragazzi oggi apprendono tutto ciò attraverso gli incontri che facciamo nelle scuole organizzati dai vari docenti. Ma è fondamentale soprattutto per i ragazzi che vengono informati di una testimonianza. Rimangono sbalorditi quando gli dico com’è andata. Perché non lo sapevano e non sapevano neanche dell’esistenza di Giuseppe Costanza, questo li sbalordisce ma a me più di loro, perché i ragazzi hanno bisogno di sapere per crescere e formarsi nella società civile con una cultura di legalità vera e non fuorviante.

(Giovanni Costanza)

É vero, non sapevo niente di Giuseppe Costanza. Ho avuto l’onore di averlo davanti a me, e non l’ho nemmeno riconosciuto. Che dire? È un miracolo, in tutti i sensi. Una persona può essere un miracolo. Sì. È un miracolo perché non era nessuno, sapeva guidare una macchina, e lo hanno posto al servizio del magistrato Falcone. È un miracolo perché per otto anni é stato il suo autista, e a volte anche suo barbiere. É un miracolo perché in quell’incidente, quell’esplosione di corpi, sangue e lamiere, ha visto il suo padrone e amico squarciato dal volante piegato dell’auto, e poi più nulla. È un miracolo, perché da quell’orrore è riuscito a uscire, ed oggi ha una storia da raccontare, una storia fatta di verità, di emozione, di ricordo, di dolore, di orgoglio. É un miracolo perché ancora oggi, quando parla del dottor Falcone, gli brillano gli occhi e gli trema la voce, era una brava persona, dice, una persona meravigliosa. Ho avuto l’onore di ascoltare la sua storia, ancora fresca di quel dolore e di quella rabbia per essere stato dimenticato da tutti, e mi sono sentita piccola e giovane, impotente davanti alle scelte di chi è più forte. 

Le istituzioni mi hanno sempre trascurato. Dopo quel 23 maggio 1992 io rimasi in servizio per altri 10 anni. Fui declassato a commesso e protestai, allora corressero il tiro assegnandomi la qualifica di dattilografo. In ufficio non sapevano cosa farsene di me. E mi sballottavano da un posto all’altro senza fare nulla: timbravo il cartellino di entrata e poi quello di uscita. Dopo un decennio mi sono stancato di questa vita e attraverso una visita medica che attestava una mia patologia provocata dallo stress mi hanno riconosciuto non più idoneo al servizio permanente. Dal 2004 sono in pensione e mi sono liberato dal fastidio di essere inutilizzato in ufficio. […] La magistratura ha colpito la manovalanza mafiosa, ovvero coloro che hanno compiuto la strage ma in realtà ancora non si sa chi sia stata ad idearla. Ma difficilmente avrò questa risposta. Alla mia età non penso che arriverò a sapere la verità, che di solito si conosce a oltre 60 anni dai fatti. Ma mi sono stancato, non vorrei più parlare di quei giorni. Mi si cerca soltanto per gli anniversari e poi ridivento il signor nessuno. Sono nauseato da questa storia. […] Le migliaia di ragazzi che partecipano ogni anno alle manifestazioni non conoscono la vera storia. Sono rimasto accanto a Falcone per 8 anni dall’84 al ’92. Uscivo da casa e non sapevo se sarei rientrato, consapevole del rischio che correvo. Oggi vedo tante persone sul palcoscenico che non hanno vissuto la mia esperienza. Sono un dipendente civile ma rischiavo la vita come un militare.

(Giuseppe Costanza)

Quante persone sono come Giuseppe Costanza? Signori nessuno in un mondo di omertà e di paura? Ma lui ha deciso che avrebbe vinto, e credetemi se vi dico che averlo davanti, ascoltarlo parlare, con la voce a tratti rotta dal ricordo, con gli occhi che ancora descrivono le mani di Falcone strette al volante, é stato un miracolo. L’incontro è durato due ore, alla fine abbiamo scattato una foto tutti assieme, quattro classi riunite nell’aula Magna della scuola. L’ultimo applauso non voleva finire mai. Lui era in piedi, mezzo timido, a dirci che noi siamo il futuro, e mi sento così minuscola a pensare che ci sono davvero persone così, forti, integre, determinate, vorrei essere un futuro come lo è stato lui, portare un messaggio come lo ha portato lui. È stata verità. Anche se di quel giorno e di quella strage non si sa niente, anche se bisognerà aspettare quei sessant’anni, e probabilmente di Giuseppe Costanza si continuerà a non sapere nulla. É un’ombra, che ha visto e ha sopportato, è rinata ma non del tutto, perché il passato é un peso da portare in giro. Giuseppe Costanza merita. Merita di essere ricordato, merita di essere ascoltato, merita di essere applaudito all’infinito, perché forse è difficile da immaginare, ma ci vuole tanto coraggio. Un coraggio che Giovanni Falcone aveva, che ha avuto Paolo Borsellino, che dopo di lui hanno avuto altri ancora, ma dietro i grandi nomi ci sono loro, una specie di famiglia per quei magistrati che vivono condannati dal proprio senso di giustizia: poliziotti, carabinieri, uomini della scorta, e autisti. Falcone diceva “Vorrei tanto riuscire a fare una passeggiata solo, senza scorta, prima di morire“. Non ce l’ha fatta. E quella scorta è morta con lui. È assurdo pensare che possa andare a finire così, e che lo Stato dimentichi quei momenti, quelle persone, quelle anime distrutte, eppure ogni anno ricordiamo la strage di Capaci come un altro passoo verso una società un po’ più giusta. Siamo lontani, ma sono certa che Falcone, e nel suo piccolo Giuseppe Costanza, stiano lottando con il cuore. Non ci si deve fermare mai.

Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello… quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero… ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti… Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge”.

(Paolo Borsellino)