Non basta

C’è chi ama le cose dopo che le ha perse. E c’è chi stringe forte le cose che ama… per non perderle

(Giorgia Stella)

Forse maturare vuole dire anche questo. Accorgersi che non basta più. Che ci sono occasioni che potrebbero non ritornare, minuti che potrebbero essere speciali, come quella frase del romanzo che stravolge la trama, ed ecco, i protagonisti siamo noi, la penna in mano l’abbiamo noi. Crescere vuole dire stringerla tra le dita e scrivere. Ma scrivere davvero. Mi sono resa conto che ci sono persone sorde alle mie parole, perché gli equilibri dell’universo, e sì, di me, hanno lasciato una traccia in un angolo che raggiungono in pochi, o forse solamente quelli sbagliati. Ma che dico pochi e sbagliati. Non mi vengono le parole, ci sono periodi in cui mi sento analfabeta. 

Scorrendo le foto che ho fatto stampare, mi sono resa conto che sono così tante le lettere che non ho mai spedito. Sono tutte qui, nello stesso cantuccio appartato, caldo, familiare, come una capanna col fuoco. Sarà che sono cresciuta, sarà che crescere ci fa sentire più forti, più influenti, e allora un’ombra non ci basta più. Mi trovo a desiderare che certe mie parole prendano il volo, raggiungano quelle orecchie, quei cuori, quegli sguardi, che non rimangano come un fossile dimenticato, che possano vibrare ancora, ed essere ricordate. Nel mio piccolo, nel mio anche perseverante anonimato. Non voglio essere applaudita, lodata, ammirata, guardata, vorrei solo far sorridere alcune persone, che forse nemmeno ricordano chi sia io, vorrei farlo prima che le esperienze vadano sommandosi, e il mio volto si sovrapponga a quelli altrui, vorrei poter sbirciare da lontano quel momento, ma non essere lì. Non firmerei nessuna lettera. Non è da me. Eppure crescere mi ha fatto pensare tanto, al tempo, alle occasioni, a quante volte ingoiamo discorsi solamente per pigrizia, o per la paura di essere giudicati, mi ha fatto riflettere su quella sensazione di incompiutezza, come se un romanzo fosse stato pubblicato a metà. Restano nel cassetto vestiti mai indossati, e se c’è timore c’è anche curiosità. Non so chi vince. A volte l’uno, a volte l’altra. È una battaglia continua, che nel corso della crescita ci fermerà di certo altre mille volte, a domandarci quando sia il momento giusto, e quali le parole, l’espressione, il tono. Sono brava a sognarlo, me lo riconosco da sola. 

Ma crescere ha significato anche sognarlo davvero. Stampare quelle vecchie lettere con gli occhi, e quasi poterle toccare, immaginare la scena come fosse reale, e capire che non sarebbe così folle, così assurdo, certamente non più folle e più assurdo che rimanere in silenzio. L’indecisione, è quella che logora. Impercettibile, perché é come un peso che giorno dopo giorno blocca la schiena, e di esso possiamo liberarci, ma ci vuole la forza giusta, che sappia preservare quei ricordi senza deformarli mai. Ci vuole la maturità giusta, per riconoscere che a volte per sfiorare le corde dell’anima altrui, basta lasciar suonare le proprie. È una questione forse di sensibilità, di comprensione, di altruismo, quei valori che a volte sembrano rari, come pietre preziose. Ma crescendo quelle montagne che ci sembrava di aver scalato appaiono colline in fiore, trascorso l’inverno, e gli anni di battaglie che rendevano il terreno sterile, e allora possiamo correrci attorno, studiarne le movenze, i tremori, e quelle tane in cui nascondere il braccio, i gesti più segreti. Si impara a spingersi oltre, ma prima è necessario volerlo. 

È sorprendente, perché ho sempre scritto per nascondere, per conservare, per ricordare, ho sempre scritto per me, anche quando erano lettere per gli altri. Ma a volte mi perdo con lo sguardo a immaginare i miei film, di quando il postino consegna una busta bianca e la lascia a mezzo sotto la porta, immagino solamente la lettera aperta ed un sorriso, nessuna parola, nessun nome, come se la mia presenza fosse una fantasma invisibile. Mi rendo conto che sarebbe tutto possibile, facile, realizzabile, con un semplice sforzo cambiare la giornata di una persona, farle capire che in qualche modo è stata importante, che merita, per i valori che ha condiviso, merita di sorridere davanti ad un foglio scritto in inchiostro nero, anonimo, e si fermi a pensare: chi ne sarà l’autore? Sarebbe un film, un piccolo grande gesto. Solo adesso mi rendo conto che dovrei farlo. 

Forse solamente perché una lettera la vorrei ricevere anch’io. 

Una delle più belle soddisfazioni di questa vita è che nessuno può sinceramente cercare di aiutare un altro senza aiutare e migliorare se stesso

(Ralph Waldo Emerson)

Si trasferiscono i sogni e i desideri, le sensazioni, le emozioni, e quando ci bastava raccogliere le conchiglie lungo la riva, forse eravamo più sereni, in armonia tra cielo e terra, apparentemente completi. Ma quelle conchiglie si sono rotte sul fondo di un cassetto, e si scopre così che il tempo sfugge, i ricordi si sgretolano sotto il peso degli anni, e i volti delle persone sbiadiscono, le carte a volte si perdono, e il mazzo diventa inutilizzabile. Lo so che anche l’emozione svanisce. Giorno dopo giorno. Lo so che ciò che vivo ora, non lo rivivrò domani, né mai. Come quelle conchiglie, potrebbero essere solamente briciole da ricomporre nell’immaginario. E maturando e crescendo ci si rende conto che l’immaginario non è la vita. 

Avrei anche potuto accontentarmi, ma è così che si diventa infelici

(Charles Bukowski)

Sing street

Il tuo problema è questo. Non sei felice di essere triste. Ma è questo l’amore – Felice triste

Mi piacciono i film, e sono pochi quelli che mi fanno venire voglia di alzarmi in piedi, nella sala del cinema, con le braccia in aria e gridare. Questo è uno di quelli. Una storia di ragazzi nella Dublino degli anni Ottanta, forse non potrebbe esserci niente di più prevedibile, lui che si innamora di lei, lei che è fidanzata, loro che scappano assieme, e una colonna sonora fatta di tanta buona musica. Basta solo questo? Eppure mi rendo conto di come quella musica, quei brani che ancora oggi tutti conoscono a memoria, sono stati capaci di andare oltre ogni tempo, oltre le aspettative, oltre i confini generazionali, ma non trovo una sola canzone che possa sostituirli per tecnica, emozione o personalità. Era come un altro mondo. Non voglio fare la recensione scolastica di questo film, perché merita un discorso diverso. Un discorso soggettivo. 

Quando non conosci qualcuno, quel qualcuno appare molto più interessante. Può essere tutto ciò che tu vuoi che sia“. (Conor)

La storia parte da questo e su questo si fonda, esplorando quell’abisso di conoscenze apparenti o mezze verità attraverso lo sguardo di un ragazzino. C’è tutto, magari un po’ troppo, la povertà di una famiglia, le scelte pigre dei genitori che pesano sul futuro, i fallimenti, i sacrifici, la ribellione contro le regole totalitarie di certi ambienti, i sogni, l’amore. E sembra che tutto sia possibile, da ragazzi, in questi anni Ottanta. È tutto incredibile, perché la musica, quella che dovrebbe essere solamente una colonna sonora, ecco, la musica è il vero copione, il binario che porta avanti la storia canzone dopo canzone, prova dopo prova, video dopo video. “La musica è arte“, si dice nel film. Quella stessa musica con cui vado poco d’accordo, ho troppe pretese, vorrei che si scegliesse da sola, che partisse da sola, che accompagnasse costantemente le mie giornate come una melodia di sottofondo, vorrei che si adattasse a me come un vestito, e mi capisse come solo un migliore amico può fare. Negli anni Ottanta la musica era diversa. The Cure, a-ha, Duran Duran, The Clash, Hall & Oates, Spandau Ballet, The Jam, I Genesis, anche se “nessuna donna può amare davvero uno che ascolta Phil Collins“. E in mezzo a queste rocce onnipotenti c’è una piccola band nascosta in un salotto, batteria, basso, chitarra, e un cantante che gioca con i capelli per assomigliare alla sua anima, hanno un sogno, quello di fare musica, e diventerà la musica ciò che permetterà loro di sopravvivere. Negli anni Ottanta si aveva probabilmente più coraggio, io non lo posso sapere, non c’ero. Ma ascolto quella musica, e mi rendo conto che hanno segnato un’epoca. E nell’epoca dei grandi sogni e delle poche possibilità è possibile volare senz’ali, registrando videoclip in una strada degradata, e avvicinando una bella ragazza che sogna di fare la modella, i sogni nascono così, come piccole follie dettate dall’amore per qualcosa, per qualcuno, e crescono in un battito di palpebre, perché quando c’è anche una sola persona che ci crede sembra tutto più facile, quando si ha un obiettivo da raggiungere si lavora di più, e tutti più insieme. Tante volte ho sognato che la musica fosse esattamente così, una passione ma anche un amore, di quelli che ti salvano quando tutto va nella direzione sbagliata, un lungo monologo dello spirito per liberare le emozioni più violente, ma per me non è mai stato tutto questo. Sarò strana. Ma non sono mai riuscita a scrivere una canzone, ci ho provato tante volte e tante volte sono rimasta a guardare il foglio bianco, senza riuscire a immaginare nemmeno il suono della chitarra come accompagnamento. E quello che il film in fondo vuole dire, è che non importa se gli accordi sono un po’ imprecisi, o se il congiuntivo non lo si usa correttamente, in questo film la dolce prepotenza della musica sovrasta tutti, e coinvolge trascinandoti al centro di una pista immaginaria per ballare. Hanno l’entusiasmo dei bambini e lo sguardo dei cantanti sul palco, sono “futuristi felici tristi”, perché una vera band deve avere il coraggio di tirare fuori dalle proprie tasche l’onestà e porla sul palco, sono un poco matti, in questa avventura alla quale donano tutti sè stessi, ma più di tutto portano sul palco l’amore. Per quella bella ragazza vestita da anni Ottanta, e per la musica. Nel film si parla di questo, in una semplice storia d’amore che si trasforma in un viaggio, canzone dopo canzone, e tra le note si può leggere come dagli anni Ottanta sia cambiato quasi tutto, tranne una cosa: l’amore. Mancano i giradischi, le grandi band, i primi videoclip, le cassette, oggi è tutto più immediato e veloce, la musica bisogna cercarla, e saperla cercare bene, perché tutti si dichiarano cantanti quando non hanno niente di cui parlare. Ma è l’amore che fa nascere la musica. Quando ci si sente innamorati, esattamente così, felici tristi, é allora che nasce la musica, quando le emozioni combattono e tu non riesci a dire quale possa vincere, così le mescoli dentro una canzone e tutto appare più chiaro. Ci vuole coraggio per riuscire a dire qualcosa. 

Dobbiamo imparare a suonare“, “I Sex Pistols sapevano suonare?“. 

I maschi non si truccano“, “Nel diciottesimo secolo si truccavano“.

È tutto un andare contro, ribattere alle convenzioni che sono fatte per essere superate, perché non si può rimanere incastrati nel passato mentre gli anni Ottanta fluiscono via. E così un ragazzo entra a scuola con l’ombretto e i capelli tinti, e paradossalmente vince. Vince tutto, la musica, l’amore, i suoi sogni racchiusi da sempre in una camera da letto, vince rischiando sè stesso, mostrandosi al pubblico come carne da macello, con quella leggera paura di aver solo perso tempo dietro un folle esperimento. Eppure vince. 

Tra i brani degli anni Ottanta ci si immerge, e ci si lascia cullare dolcemente da una storia che chi lo sa come finisce, in fondo son ragazzi, ma nulla è più impossibile del vivere senza la musica. Oggi, ieri, domani, che imprta, ognuno avrà sempre i suoi brani del cuore, ogni secolo avrà la sua storia, e il silenzio tra la fine di una canzone e l’inizio dell’altra. 

Il tempo delle cose – Quarta parte

Che le cose siano così non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare

(Giovanni Falcone)

Bravissimi tutti, e del resto non lo biasimo, a disquisire sui mali dell’universo standosene seduti in poltrona senza muovere un dito. E’ cosa semplice, che ci fa sentire colto. Ma diverso è alzarsi, uscire di casa, e combattere per rendere il mondo un posto migliore. Richiede tempo da investire, energie da spendere, a volte anche per gli altri, per rinnovare noi stessi, per migliorare il nostro cerchio di mondo conosciuto, per riparare certi squarci sanguinanti.

La frase più pericolosa in assoluto è: abbiamo sempre fatto così

(Grace Murray Hopper)

E’ pericoloso credere che le cose non possano cambiare, adagiarsi sul passato e riproporlo a noi stessi come un film già concluso, di cui fingiamo di non conoscere il finale. E’ pericoloso pensare di essere noi stessi immutabili, come se vi fossero scelte, risposte, azioni programmate che non siamo in grado di gestire, come se la nostra vita dipendesse da un copione datoci dall’alto, come se fosse vietato improvvisare.

Dobbiamo sempre provare a cambiare, a rinnovarci, cercare di ringiovanirci, altrimenti diventiamo solo più duri

(Johann Wolfgang Goethe)

Non dico che sia semplice, non è semplice nemmeno capire da dove cominciare, ma nella fretta in cui viviamo dovremmo trovare il tempo per fermarci, sederci, riposarci, pensare. Non è vero che bisogna accettare tutto, che il tempo guarisce qualsiasi ferita, il tempo è imprevedibile, un po’ come le nuvole, non sai mai se porterà la pioggia il sole, non sai quali conseguenze trascinerà con sé, e sì, magari a volte guarisce davvero, ma altre volte potrebbe essere un peso, come un mattone che piomba sulle stesse ferite fresche, e fa ancora più male.

Il tempo può risolvere molti problemi, ma quelli che il tempo non può risolvere, li dobbiamo risolvere da soli

(Haruki Murakami)

Forse sbagliamo quando ci affidiamo esclusivamente al tempo, come se la sofferenza si facesse persona, e una mattina decidesse che è tempo di partire. Non decide il tempo che cosa fare della nostra vita, quando piangere o quando cercare di essere felici, il tempo è qualcosa che ci viene dato e a volte ci viene tolto, presto, tardi, è tutto relativo, spesso non ci sembra mai abbastanza, più ne riceviamo e più ne pretendiamo, come se ve ne fosse all’infinito per noi. E lo sprechiamo, quante volte lo sprechiamo! Con le persone sbagliate, nei luoghi sbagliati, nel modo sbagliato, facendo le cose più sbagliate, lo sprechiamo senza rendercene conto, perché siamo abituati a pensare che dopo ogni secondo ve ne sia subito un altro. Si rimandano vecchi progetti, un po’ come chi, durante i pasti, lascia la parte più buona per ultima, auspichiamo di finire il nostro tempo al meglio, con i fuochi d’artificio, e trascorriamo ore a contemplare le lancette dell’orologio, senza prendere mai una decisione, senza aprire la porta e lasciare entrare la vita.

Coloro che fanno l’uso peggiore del tempo sono i primi a lamentarsi della sua mancanza

(Jean de La Bruyere)

Chi discute con i propri nemici per il desiderio di trionfare; chi giudica gli altri ma non rivolge mai lo sguardo a sé stesso; chi cerca sempre una scusa, una giustificazione, e mai un risultato; chi trascorre le proprie giornate nella monotonia e nella noia, nel silenzio, nella muta solitudine autoindotta; chi non condivide per paura di essere derubato; chi vive nel timore di perdere, e quindi non combatte mai; chi vive nell’ansia di cadere, e quindi non si alza mai. E’ come se il tempo fosse soltanto un accessorio da indossare per dimostrare, a chi?, forse agli altri, forse a noi stessi, dimostrare che siamo vivi. Ma nonostante tutto sentiamo che ci manca qualcosa. Diciamo che ci manca il tempo di fare, di dire, di ascoltare, e  non ci accorgiamo che perfino i pianti e le infantili lamentele ci sottraggono gli anni. Seneca ha scritto un’intera opera su questo: “De brevitate vitae” (La brevità della vita).

Non accipimus brevem vitam, sed fecimus, nec inopes eius sed prodigi sumus” (Non riceviamo una vita breve, ma tale l’abbiamo resa, e non siamo poveri di essa ma prodighi)

Leggo ancora: “Vivete come destinati a vivere per sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso a quanto tempo è trascorso“. Lo diceva Seneca, e chissà quanti altri prima di me hanno constatato che i rimpianti per tutti quei “non” che affollano la nostra testa, ecco, fanno male. Eppure ci sembra sempre tutto lontano, irraggiungibile, come se dopo ogni curva la strada proseguisse per chilometri.

Goditi ogni minuto del tuo tempo perché il tempo non ritorna. Quello che ritorna è solo il rimpianto… di aver perso tempo

(Vera Santoro)

Non siamo abituati a pensare che ogni minuto potrebbe essere l’ultimo, no. Siamo abituati a pensare che ogni minuto può essere considerato il primo di tanti, eccetto uno, l’ultimo, lontano da noi come il sole. Sistemiamo i regali degli altri nel cassetto, risparmiamo soldi in banca, sogniamo viaggi in giro per il mondo e li scriviamo in una lista, e nel mentre il tempo passa: è vero che passiamo più tempo a pensare a come impiegarlo che a viverlo davvero. Ma l’unico dono che non possiamo ricevere è il tempo stesso. Ciò che è perduto, è perduto. Ciò che è rotto, è rotto. Ciò che non abbiamo realizzato, non sarà realizzato mai. Ci sono parole, gesti che rimandiamo pensando al domani, eppure ci sono ferite che non guariscono mai, paci mai stipulate, abbracci mai dati, confessioni tenute segrete per sempre.

Parlatene, parlatene sempre, perché i silenzi diventano pietre e le pietre diventano muri e i muri diventano distanze incolmabili

(Serena Santorelli)

E’ questo che fa il tempo. Fossilizza. E a volte rimaniamo fossilizzati anche noi. Scrive sempre Seneca: “Se ne va dunque la loro vita in un abisso, e come non serve a nulla cercare di riempire un vaso, se manca un fondo che riceva e tenga quello che ci metti, così non ha importanza la quantità di tempo concessa, se non c’è dove si depositi“.

Il tempo delle cose – Terza parte

Non lasciate che la vostra felicità dipenda da qualcosa che si può perdere

(Clive Staples Lewis)

Ci insegnavano da bambini che si può vivere per sempre felici e contenti, le favole era nostra più bella illusione, erano come la dimostrazione che dietro ogni disastro, anche il peggiore mai vissuto, si nasconde la possibilità di cambiare le cose. Scientificamente parlando,  tutto precario. Tutto, forse, tranne noi stessi. Noi esisteremo fino alla fine dei nostri giorni, e ogni mattina avremo la certezza del nostro corpo, del nostro sguardo allo specchio, dei nostri pensieri, non sentiremo l’animo scivolare via, non piangeremo davanti alla nostra morte, perché non vedremo il nostro corpo esanime in una bara. Non possiamo perdere noi stessi, è scientificamente impossibile. Ecco, forse siamo dunque noi la fonte più ampia e più sicura di felicità, noi che con le nostre positive disposizioni decidiamo di credere e investire nel futuro, in ciò che ci piace, in ciò che ci fa stare bene, o ancora meglio. Tutto parte da noi. Diceva Seneca: “Non è il caso che tu creda di aver perso tempo e fatica, se hai imparato per te stesso“. C’è chi è in lotta contro sé stesso, chi a volte non si sopporta, chi indugia sugli errori del passato, maestri severi, tutti costoro dimenticano quanto sia lunga a volte la vita, e quanto tempo occorra per coltivare la felicità e goderne come di un bel fiore, destinato ad appassire insensibilmente, non si sa quando. Siamo spesso troppo duri, troppo bugiardi, troppo violenti e castigatori, ci perdoniamo a fatica, perché i ricordi a volte restano e bruciano, come una scintilla che non si spegne mai.

Ogni giorno, in ogni singolo risveglio, ricorda a chiare lettere dentro al tuo cuore che… Tu sei la persona più importante della tua vita! Abbine cura

(Stephen Littleword)

Non vi sarà giorno, mese o anno in cui la nostra persona si allontanerà, o ci abbandonerà, è difficile anche se a volte cuore e cervello discutono, perché in fondo diamo loro retta, sempre, quasi sempre, e se qualcosa non va ci sediamo a riflettere, facendoli dialogare. Siamo dannatamente complicati, è vero. Non ci bastiamo mai. Perdiamo tempo dietro i nostri più piccoli difetti, cerchiamo disperatamente di nascondere le nostre pagine più intime, paragoniamo tutti a tutti, stiliamo classifiche, elaboriamo giudizi, perché ci insegnano da sempre a classificare ogni cosa, e sapete cosa accade? Siamo infelici. Sapete cosa diceva Philip Stanhope? “Se perdi un’ora al mattino, la cercherai tutto il giorno“. Quante ore perdiamo a curare e mascherare il nostro aspetto dietro abiti firmati, belle pettinature, strati di trucco? Siamo forse questi? Siamo noi questi burattini carnevaleschi, disposti a sacrificarsi per apparire, e quasi mai per essere? Pensiamo di avere tempo all’infinito, rimandiamo i momenti da trascorrere con noi stessi, e lo faccio anch’io, lo ammetto, forse perché sembra quasi che la solitudine sia caratteristica di chi è infelice. E così riempiamo il nostro cerchio vitale di presenze quanto più ingombranti e rumorose, usciamo abbandonando i sogni nei cassetti, a volte anche gli obblighi morali, le promesse, con la scusa “Lo farà dopo”. C’è sempre un dopo, nel nostro immaginario. Nonostante il mondo dimostri esattamente il contrario, pensiamo di essere perfino più forti del caso.

Quello che hai da fare, fallo adesso. Il futuro non è promesso a nessuno

(Wayne W. Dyer)

Non lo ricordiamo abbastanza, quando rinunciamo alle occasioni convinti che esse torneranno “dopo”, quando rinunciamo a leggere un libro, a visitare un museo, a provare quella nuova ricetta, e non ci tormenta il pensiero che un minuto “dopo” potrebbe essere troppo tardi. Forse l’errore è che guardiamo troppo avanti, ad un futuro ancora più imprevedibile e inattaccabile dalle nostre scelte. Guardiamo oltre l’orizzonte, là dove non possiamo vedere, e allora ci abbandoniamo alle ipotesi convinti di poterle realizzare. Il nostro “dopo” esiste, lo prendiamo come un dato di fatto, come una conseguenza logica dell’esistenza del “prima”, noi che di tutto cerchiamo il suo opposto, eppure non sempre c’è. Ad esempio, non esiste una persona a noi opposta, così come non esiste una persona a noi uguale. La cerchiamo ogni giorno per sentirci sempre più speciali, perché è come in una gara tra due elementi, uno forte e l’altro meno: vogliamo essere i più forti.

Dedicati così tanto al miglioramento di te stesso da non avere il tempo di criticare gli altri

(Jim Rohn)

Si tratta forse di scelte, di priorità, di “modus operandi” che ricordo il mio professore di latino ripeteva sempre. Quante volte osserviamo gli errori altrui pensando di essere infallibili? Quante vole ridiamo davanti alle cadute altrui, ma quando siamo noi a cadere ci arrabbiamo per qualsiasi sorriso degli altri? Manca una cosa in tutto questo: la nostra vita è una, ed è soltanto la nostra. Noi non viviamo per gli altri, per l’amico, la mamma, o quello stronzo che ci infastidisce, noi viviamo per noi. E ci facciamo il sangue amaro ogni giorno per chi incrocia la nostra strada, eppure i soli padroni della nostra mente siamo sempre noi. Sta a noi decidere se cercare la vendetta, la compassione, se recitare la parte di una barca in mezzo alla tempesta, per verificare chi sia veramente disposto a soccorrerci, oppure se essere felici. Così, anche nel dubbio, con mille domande in testa. Ma la felicità è un traguardo che non piove dal cielo. E’ qualcosa che va costruito da sé.

Se non parti da te stesso, è sempre una falsa partenza

(Dhyan Pier)

E le false partenze ti fanno tornare sempre al principio di tutto.

I tempi delle cose – Seconda parte

La pazienza non è la capacità di aspettare, ma la capacità di mantenere un atteggiamento positivo mentre aspetti

(Joyce Meyer)

Sembra quasi facile, ma i secondi che scorrono, lo sguardo che insegue le lancette dell’orologio, sono una fonte inestimabile di paura, di angoscia, di timore che la vita finisca da un momento all’altro, prima che cambino le cose. Perché possiamo anche combattere e lottare per ciò che sogniamo, ma il mondo ha dei tempi tecnici da rispettare, è una catena di rapporti intrecciati come un gomitolo di lana, e non passa giorno senza che qualcuno rimanga deluso dalle proprie aspettative, ma chi ha pazienza, ecco, chi riesce a credere nel senso del tempo che passa, forse arriverà più lontano. Dice Milly Galati: “Non bisogna volere tutto e subito. Saper aspettare è una grande cosa“. Perché quando si desidera ardentemente qualcosa si tende ad accontentarsi di tutto, e non ci si ferma neppure a guardare se l’occhio non è stato ingannato, si prende e si intasca l’apparente realizzazione di un sogno, e non v’è possibilità di cambiarlo. Saper aspettare è una grande cosa, ma anche una delle più difficili. Bisogna riuscire sempre a pensare che ogni secondo potrebbe essere quello buono, e nella frazione di quel secondo superare ogni sconforto, e guardare avanti come si guarda un orizzonte infinito durante il tramonto, con il piacere nel cuore e la mente persa oltre i confini. Se ci sembra trascorso troppo tempo, vuol dire che non aspettiamo più. Perché l’attesa è come una vacanza, la capacità di sedersi ed aspettare che i semi seminati diano il loro frutto, è fermarsi ed osservare il proprio operato con occhi critico, senza quella frenetica tentazione di controllare ogni cosa, di accelerare ogni processo, perché siamo uomini, e il tempo è fuori dal nostro controllo.

Non abbiamo bisogno di affrettarci. Se qualcosa deve succedere, succederà. Al momento giusto, con la persona giusta e per la ragione giusta

(Tyga)

E’ solo quando tutto raggiunge il suo equilibrio che i risultati arrivano. A volte è necessario sopportare mesi di siccità, o superare gli effetti di una pioggia torrenziale, è possibile che tutto il nostro agire venga distrutto nell’attesa, e vuol dire che forse qualcosa è andato storto. Così, sospesi sul mondo, prede delle nostre stesse ansie, siamo quasi più vulnerabili, perché in mano non abbiamo niente, perché abbiamo già dato tutto, e resterebbe soltanto il sangue, ma quello può soltanto far naufragare i sogni, a nessuno concede di realizzarsi. Non lo so, forse ci sopravvalutiamo, pensiamo di essere infallibili, ci aspettiamo di ottenere tutto e subito, senza interrogarci su quante persone abitino il mondo, e combattano come noi, nello stesso tempo, con la stessa voglia ed energia. Le cose belle arrivano, è un dato di fatto. E’ concessa a tutti una possibilità, a volte, due, tre, dieci, cento, mille, l’occasione da afferrare al volo per essere felici, ma bisogna essere capaci di vederla, di alzare gli occhi al cielo dimenticando ogni impegno materiale, di scorgere l’angolo della pagina per poterla voltare leccandosi le dita. Non è soltanto la fretta che ci impedisce di realizzarci totalmente, c’è qualcosa, in noi, forse la paura, o il pensiero che ci sia sempre qualcosa di importante da idolatrare, ma ha ragione Ferzan Ozpeteck quando dice “Che stupidi che siamo, quanti inviti respinti, quanti. Quante frasi non dette, quanti sguardi non ricambiati. Molte volte la vita ci passa accanto e noi non ce ne accorgiamo nemmeno“. E se non siamo in grado di vedere tutto questo, che fa parte anche di noi, della nostra vita, della nostra storia, come possiamo scorgere quelle minuscole gocce d’acqua che sul terreno possono far nascere un’enorme pianta?

Dice un proverbio arabo: “Non arrenderti. Rischieresti di farlo un’ora prima del miracolo“. Perché non possiamo sapere quando le cose belle accadranno veramente, e allora non ci resta che aspettare, affidarci alla nostra fiducia cieca nelle possibilità, e smetterla di essere arrabbiati con il passato monotono che abbiamo trascorso nell’attesa, non è stato inutile, ma soltanto un tempo impiegato per costruire il futuro. A nulla serve rinnegare qualche passo mosso nella direzione sbagliata, o la fretta che ci ha portati ad allontanarci nel bosco, a perderci tra le strade tutte uguali, a sfuggire dalle cose belle che sarebbero accadute se non. Ecco, è quel “se non” che spesso ci fa stare male. Perché siamo bravissimi a rimpiangere, dopo aver corso per il mondo per tutta una vita, quel tempo che non abbiamo dedicato a noi stessi, ad aspettare per noi stessi. Sarà che siamo forse troppo veloci rispetto agli equilibri celesti, abbiamo accelerato anno dopo anno, secolo dopo secolo, cerchiamo scorciatoie, costruiamo macchine in grado di correre più forte di noi, e nemmeno ci accorgiamo di come tutto questo renda le cose precarie. Il per sempre va conquistato, e il solo modo per ottenerlo è dimostrare di aver capito l’importanza di ogni secondo di vita.

Per chi sa aspettare c’è sempre un meraviglioso arrivo. Le cose belle hanno il passo lento

(Antonio Cuomo)

Non hanno solamente il passo lento, ma la capacità di riempirti il cuore, soltanto se noi siamo in grado di aprirlo.

I tempi delle cose – Prima parte

Ci chiediamo spesso quando, in quale momento, in quale istante, dopo quanta attesa, e se sarà un solo minuto o magari un’ora, un giorno, un anno. Si tende a dare un tempo ad ogni cosa, che sia la vicinanza di una persona amica, la fortuna, un’occasione, perfino la felicità, ci domandiamo dove possa essere la fine, come chi acquista un romanzo e prima di tutto il resto legge l’ultima pagina. Siamo avidi e avari allo stesso tempo, come se non importasse il presente ma il futuro, e non ci accontentiamo mai, perché ci domandiamo che cosa verrà dopo, come sarà questo dopo, che cosa ci porterà di nuovo o di vecchio.

Non tormentarti. Non c’è niente di permanente in questo mondo malvagio, neppure i nostri dispiaceri

(Charlie Chaplin)

Forse dovremmo semplicemente imparare a ripartire dai momenti negativi, con fiducia e speranza, e capire che il futuro lo si costruisce, nessuno ce lo cuce addosso come un abito di sartoria, nessuno può aggiustarlo, allungarlo, accorciarlo o perfezionarlo, eccetto noi. Dice Rita Levi Montalcini “Non temete i momenti difficili. Il meglio viene da lì“. Perché dai momenti difficili si impara sempre qualcosa, le nostre responsabilità, gli errori, le strade sbagliate, e non serve a niente cercare di combatterli sul campo, perché ciò che ci fa soffrire più di tutto, in fondo, siamo noi stessi. Noi che ci disperiamo quando qualcosa non soddisfa le aspettative, noi ambiziosi che vorremmo tutto perfetto, tutto paradisiaco, come il romanzo migliore dell’autore migliore, vorremo essere registi assoluti del mondo, ma non siamo in grado di dettare il copione neppure al nostro stesso personaggio. I momenti difficili ci sembrano quasi più pesanti, perché ne cerchiamo la fine nel posto sbagliato, speriamo che qualcuno arrivi a sistemare le cose, e nel mentre distruggiamo il nostro animo sciogliendo lacrime inutili, non abbiamo il coraggio di alzarci da terra, a volte, soltanto perché non vediamo nessuno.

E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succede… la cosa importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano

(John Steinbeck)

E’ normale una sconfitta, è normale il dolore, perché siamo destinati ad una moltitudine di contrari, felicità e tristezza, pioggia e sole, estate e inverno, non esisterebbe niente senza l’opposizione dei colori, del bianco e del nero, del buono e del cattivo. E’ normale chiedersi, prima di un lungo viaggio, se alla fine porterà mai a qualche traguardo, ma probabilmente non è soltanto paura, è una timida curiosità che ci porta a domandare se non sarebbe meglio rimanere a casa. Servirà? Come sarà? Che cosa accadrà? E’ inutile fermarsi pensando che andrà tutto bene, ed è inutile correre indietro, dopo il primo inciampo, tornare nel piccolo porto protetto senza avere il coraggio di uscire, di varcare la soglia ed esplorare l’immenso mondo. Scrive Sir James Scudamore “Non ti accade nulla di bello se non esci a cercartelo“. Bisogna rompere il guscio, sfidare i limiti dell’universo conosciuto, a volte infrangere qualche regola, qualche legge imposta dai prepotenti, perché le cose belle non sono là dove è tutto sotto controllo. “Ricordati di osare sempre. Anche con i venti contrari“, diceva Gabriele D’Annunzio.

Ma un errore che facciamo spesso, è quella fretta che ci spinge ogni giorno a pretendere sempre di più, dagli altri, da noi stessi, perfino dall’indomabile caso che a volte decide di far piovere, ed altre volte di far splendere il sole. Abbiamo fretta, come per paura di non avere abbastanza tempo. Abbiamo fretta di avere, fretta di conquistare, fretta di arrivare, fretta di vincere, pensiamo che il meglio sia sempre oltre ogni nostro traguardo, non ci fermiamo mai, nemmeno a godere dei riconoscimenti che la natura ci concede, non abbiamo tempo nemmeno di chiudere gli occhi e assaporare il gusto della vita. “Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, inorridirsi, commuoversi… innamorarsi, stare con sé stessi. Le scuse per non fermarci a chiedere se questo correre ci rende felici sono migliaia e se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle” (Tiziano Terzani). E’ così che riempiamo ogni secondo nel primo modo che ci capita sotto mano, è così che dimentichiamo quanta strada abbiamo percorso, e ci spaventa il corso della vita, la sua durata, proprio perché non c’è alcun minuto che rimanga impresso nella nostra memoria. La chiamiamo fretta, la chiamiamo operosità, ma io dico: a comportarci così, siamo tutti smemorati e dannatamente infelici.

Regalo da una professoressa 

Purtroppo questa sera non potrò essere presente alla cena di classe […] sarò con voi con il pensiero.

Vi mando un testo poetico di Santa Teresa di Calcutta, leggetelo attentamente e… tenetelo a mente. 

Un grandissimo in bocca al lupo, per tutto. 

Un abbraccio, buona serata. 

Fatemi avere notizie

INNO ALLA VITA

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, donala.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

(Madre Teresa di Calcutta)

Una professoressa l’ha dedicata a noi, maturandi in questo Duemiladiciassette, noi che non la rivedremo più, noi che l’abbiamo fatta impazzire, l’abbiamo fatta arrabbiare, l’abbiamo presa in giro, e nonostante tutto lei pensa a noi. 

Ti accorgi in questi momenti di chi in fondo a te ci tiene. Te ne accorgi forse tardi, ma la gioia più grande è sapere che da qualche parte, anche lontano, qualcuno in te ci crede. È tutto difficile, in questi pochi giorni. Abbiamo organizzato una cena di classe, ma ancora una volta mancheranno dei pezzi di questa classe folle che chiamiamo Quinta I. Lei non ci sarà, ma per noi si può dire abbia pregato? 

Mi ha fatto quasi piangere. Non ho la lacrima facile, ma quella vita, quella di cui Madre Teresa parla, io la sto vivendo adesso, e mi sfiora dentro la sua carezza, morbida, tenera. Una professoressa fuori dal comune, una professoressa che parlava con il computer, che con noi è andata in gita per la prima volta, che ha sempre mescolato l’inglese al dialetto come fossero una lingua sola, ma dietro di lei ho scoperto questa poesia. Mi piace pensare che sia soltanto nostra. Un piccolo dono a noi maturandi, che vogliamo fare i duri, quelli che se ne fregano, ma la notte un poco tremiamo di paura. Siamo grandi e piccoli in questo momento, una crisalide che a settembre diverrà una matricola, ma oggi, per pochi giorni ancora, liceali.

Professoressa, grazie di tutto