Al termine di una serata strana

Sai quelle serate in cui ti ritrovi a pensare a te, alla tua vita, anche se hai vissuto appena diciotto anni di questa vita, e ti domandi se non ci sia qualcosa di sbagliato, qualche equilibrio instabile, qualche altalena regolata male? Hai presente quelle serate in cui ti senti il morale calpestato dagli eventi, e magari dalla paura di scegliere, perché qualcosa lo dovrai pur decidere, ed in poco tempo, ma non ce la fai. Provi un tornado di emozioni contrastanti, da un lato c’è la frustrazione perché quella serata poteva essere la tua ma sfiga vuole che ciò non sia possibile, dall’altro c’è il timore di fare la scelta scelta sbagliata, perché ti preoccupi sempre di accontentare tutti tranne te stessa, e poi ancora c’è l’ansia di sprofondare nell’imbarazzo, e quel vuoto che l’entusiasmo ha lasciato andandosene via. E il risultato è che stai di merda. Nonostante sia stata una bella e piacevole serata, ti senti uno schifo. Schiacciata dal peso delle responsabilità che non ti vuoi assumere, spintonata dalle aspettative contrastanti di chi ti conosce ma forse non del tutto, inchiodata a terra dal tempo che scorre velocissimo senza darti tregua, è impossibile evadere da tutto questo, è impossibile scavalcarlo. E ti ritrovi a confrontarti con chi non pensavi avrebbe mai fatto parte della tua vita, e ti accorgi che gli amici veri si contano sulla punta delle dita, e a volte ci inganniamo pure. E poi c’è la paura che quella persona non capisca, quando la sola cosa che vorresti è d’essere sincera e buona. Ci sono serate capaci di mettere in discussione tutto, qualsiasi progetto, qualsiasi sicurezza, perfino quelle rarefatte idee sorte di notte, così lievi da non avere confini, così immature da aver bisogno di crescere. Non è colpa di una persona sola, forse non è nemmeno colpa di qualcuno, è la serata che doveva andare così, in discesa, lungo il ripido versante della montagna con una sola bicicletta, e noi che potremmo fare? Soltanto stare a guardare, e magari vivere, e farci coraggio, e sognare. Sai cosa ti senti? Vecchio. Ti senti pesante come se avessi vissuto cent’anni, ma non ti senti saggio, non hai storie da raccontare, e ai tuoi nipoti diresti forse di avere coraggio, perché chi non ce l’ha non vive. E l’unica cosa a cui riesci a pensare è l’assurda speranza di vederla arrivare, perché doveva esserci anche lei, ma questo non è il suo mondo e ha deciso di non entrarci mai. Lo sapevo, che non era la sua serata. E dire che ancora il mio cervello si chiede come sia possibile, perché io ho paura delle scelte, e quest’altra persona ha trovato perfino più amici di me? Serate che ti fanno rendere conto di quanto la pochezza a volte sia speciale, perché si può trascorrere un compleanno senza noleggiare una discoteca, sedute tutte allo stesso tavolo di legno di un pub inglese, è questa la scelta difficile di cui si ha involontariamente paura, perché è la paura di essere protagonisti. In quelle serate ti accorgi di quanto ami fare felici le persone, quelle a cui basta dire “Io ci sono”, e allora per te ci saranno sempre. Ami fare l’invitata. E magari invidiare quelle serate ottimamente organizzate, che non ti lasciano nemmeno il tempo di costruirti quei film mentali fantascientifici, che a fine serata ti fanno sentire uno straccio. Resta soltanto la notte, per ripensare a quanto gli abiti non facciano il monaco, e a quei luoghi comuni che distruggi con la tua sola esistenza, perché tu sei dannatamente diversa da tutti. Non sei l’unica, ma intanto hai qualcosa di diverso. E non lo sai se sia un bene o sia un male, perché quelle serate hanno il potere di stravolgere tutto. Sei rimasta fino alla fine, anche dopo che qualcuno già aveva cominciato ad andarsene, sei rimasta fino al taglio della torta, ed allora ti è sembrata quasi un’altra serata, così pochi, così radunati nel tavolo gigante. È semplice fare l’invitata. Basta far sorridere chi se lo merita, pensare al vestito e andare. Ma ti travolge la sorpresa, ciò che non ti aspettavi, la serata che improvvisamente volta pagina e quasi te me dimentichi. Ti chiedi “Sono davvero qui?”. Sì, lo sei. E la sera prima di addormentarti provi a immaginarti al tuo compleanno, quando gli invitati si conosceranno tutti, e tu conoscerai loro ad uno ad uno diversamente. Che farete? Di cosa parlerete? Ecco, non ti senti più vecchio, ti senti un neonato. Ti senti un bambino che ha bisogno della mamma. Ma vecchio o fanciullo, la notte ti appartiene, e ti alzi la mattina come se la cena fosse ancora chiusa nel tuo stomaco, con una strana sensazione di rabbia e di gelosia per quella serata strana, che oggi stesso hai deciso di affrontare anche per te. Sarà la tua festa, e sarà così come tu la vuoi.

Mio nonno

Soltanto i più forti fanno i conti con la solitudine. Gli altri la riempiono con chiunque

(Vjollca Lika)

Nella mia vita è rimasto un solo nonno, e nonostante io non gli abbia mai dato tutto il bene che merita, ho voglia di parlare di lui. È da un paio di giorni che ci penso, ma le parole non sono mai venute fuori. È la prima volta che non capisco quale emozione prevalga sulle altre quando sto con lui. Lo ammiro, perché ha più di ottant’anni e una forza incredibile, tanto entusiasmo per imparare cose nuove, anche adesso che la compagna di cinquant’anni di matrimonio se n’è andata, lui sorride, ricorda, e ne parla come se fosse un angelo accanto a lui. Quando ero piccola, eravamo inseparabili. Era il mio migliore amico, con lui giocavo a pallone nel parco, con lui sono salita per la prima volta sulla bicicletta da grandi, con lui trascorrevo la mia estate, nella semplicità, nel calore che soltanto lui sapeva darmi. Ed è strano, oggi, parlare con lui. Perché non riesco a non pensare a quanto male debba sopportare, solo in una casa che perfino a me sembra troppo grande. Per Natale abbiamo organizzato un pranzo in famiglia, e in quel momento avrei solo voluto piangere, perché era tutto assolutamente magico, perfetto come se fosse sempre stato così. A tavola parlava quasi solo lui. Raccontava della guerra, della sua campagna, di quando è venuto in città per studiare, di quel mondo lontano che ho sempre voluto conoscere così, attraverso lo sguardo brillante di mio nonno, e ho sempre temuto di non fare in tempo. È stato bello ascoltarlo declamare, come si recita una poesia, era come guardare un documentario familiare, e non ho mai provato ad interromperlo, a dirgli di smetterla o di cambiare argomento, perché lui è speciale. Ha uno sguardo sul mondo che ha conservato le emozioni dei bambini, lui sa indagare nell’anima, lui riesce a vedere oltre, oltre all’assenza e oltre ogni passato. Ha guardato negli occhi la micia, e ci ha visto dentro qualcosa che io non sono mai riuscita a scovare. Sono occhi umani, ha detto. E quando mi guarda vorrei abbassare la testa, perché mi sento tanto piccola davanti a lui, tanto giovane quando mi rendo conto che i suoi ottant’anni di vita hanno lasciato il segno. Lui ha visto un mondo che io non vedrò mai, un mondo che a volte invidio, perché forse era davvero tutto più semplice, cercarsi, trovarsi, capirsi, quando non c’erano i cellulari, i computer, i social network, lui non sa cosa sono, e porta con orgoglio il suo vecchio cellulare grigio da trentanove euro e novanta centesimi. A volte mi chiedo come riesca ad essere sempre così… così sé stesso. E’ scomparsa sua moglie, ma non ha perso il suo spirito, la voglia di crescere ancora, di imparare a cucinare come sapeva fare lei, di sistemare la casa al meglio, e di preoccuparsi per me. Il giorno del mio diciottesimo compleanno mi ha chiesto soltanto una cosa: di restare. E lo so che dovrei chiamarlo al telefono, superare quelle mie assurde paure e dirgli che gli voglio bene, che per me ha fatto tanto, e non potrei immaginare che quella casa rimanesse vuota per sempre, vorrei dirgli che se voleva crescere ci è riuscito, se voleva portare con sé un pezzetto della nonna, ecco, io la vedo. La vedo nei suoi occhi quando ne pronuncia il nome, la vedo nel caffé che ci offre quando lo andiamo a trovare, la vedo nei suoi gesti abituali di chiudere tutte le finestre prima di uscire di casa, la vedo quando mi allunga una banconota perché la nonna lo avrebbe fatto per me, ed io non so perché ancora mi fa male, vederla così nascosta ora che non c’è più. Ma mio nonno è incredibile. Perché non ha mai chiesto aiuto a nessuno, e sapeva che avrebbe dovuto cambiare vita, lo aveva capito da tempo, e in qualche modo lo sentiva quando intimava alla nonna di smettere di fumare, ma il mondo a volte gira nel verso contrario, e ci porta via la cosa più preziosa che abbiamo. Mio nonno ha più di ottant’anni ma mi vuole un bene dell’anima. Mi raccontava, quel giorno, che la nonna avrebbe voluto vedermi crescere, che avrebbe voluto sapere quale università avrei frequentato, avrebbe voluto vedermi prendere la patente, laurearmi, trovare il mio primo lavoro, ma non ce l’ha fatta. Lo diceva piangendo, ed è stata la prima volta che abbiamo pianto assieme, la prima volta in cui non siamo riusciti a mostrarci forti come avremmo voluto, io e lui, belli così, e curvi l’uno sull’altra in un abbraccio. Non gli ho mai dato nemmeno un bacino sulla guancia. Da piccola non volevo, ed è rimasto tutto così, il nostro saluto è un’abbracciatona, e penso che non cambierà mai. E’ strano, perché il nostro rapporto è silenzioso, tra di noi c’è come una sorta di reverenziale timore, siamo due mondi così lontani, ci parliamo con lo sguardo, ma forse non basta. E’ che vorrei potergli dire di più, ma non ci riesco. Ma so che lui mi conosce, più di quanto io immagini, l’ho capito quando mi ha regalato un ritaglio di giornale, con su scritta una poesia di Neruda. Conosce le mie passioni meglio di chiunque altro, senza mai avermi fatto una sola domanda, e di questo non troverò mai una spiegazione, ma lo ricorderò come il solo nonno che ho potuto incontrare. Il nostro abbraccio conserverà  sempre quel sapore di legno e caffé, di erba appena tagliata, di gomma e di cioccolato, quel profumo che nel suo piccolo, nella sua impercettibile carezza, mi ricorda ogni volta la nostra debole storia, e in un angolo, mia nonna felice.

Nessuno può colpire duro come fa la vita. Perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto, hai la forza per rialzarti

(Sylvester Stallone)

Nonno, mi hai detto che con me tu sei felice. E’ questo il nostro regalo di Natale. Grazie. 

Ti lascio una frase di Buddha: “Ogni gradino di questa vita ti insegna sempre qualcosa, perciò continua a salire”.

 

4 immagini 1 parola

Un gioco quasi per bambini che racconta un anno, due, quasi cinque trascorsi nel mio liceo. Un gioco immortale, un’applicazione che nel mio primo smartphone consumava la batteria fino all’ultima goccia, e seduta sul letto non potevo fermarmi, non volevo studiare, neppure far altro, che non fosse quel gioco. Avevamo creato un gruppo su Whatsapp, c’era lei, c’ero io, e un paio d’altri amici tutti impegnati nel risolvere i quesiti, e ci si suggeriva, e passavo minuti interminabili in cerca delle risposte, perché quel gioco accomunava tutti. È probabilmente vero che la tecnologia ha ucciso il dialogo, le uscite in bicicletta, i pomeriggi tutti assieme, era vero allora, quando chiedevo aiuto per la parola che non veniva, ed è vero anche adesso, oggi che durante la lezione con la penna digito sullo schermo. Ma un gioco è sempre e rimarrà sempre la sua storia. E 4 immagini 1 parola era il nome di quel gruppo su Whatsapp che è morto dopo un mese, forse due, un gruppo che nel pomeriggio della domenica non faceva altro che suonare, e ricordo mia madre arrabbiata, sull’uscio di camera mia, ordinarmi di fare i compiti e spegnere il cellulare. Era come una droga infantile, di quelle momentanee, scorrevo immagini dopo immagini, e la parola la trovavo sempre. E se non la trovavo, sapevo che avrebbe potuto trovarla lei. Oggi è il contrario. È tutto il contrario di tutto. Oggi ho scaricato di nuovo quell’applicazione per smartphone, e nel mentre che studiavo mi sono immersa nei ricordi di quelle lettere sparse in giro e una parola che non veniva fuori, ho chiuso gli occhi, e ho pensato a lei. Avevo allora il coraggio di rispondere sul gruppo della classe di Whatsapp, e lo facevo perché lo volevo, perché tutti mi scrivevano lì. Oggi è il contrario. Ho scritto sul gruppo della classe di Whatsapp, l’ho fatto per quelle persone che davanti a me indossano una maschera, l’ho fatto per strappare l’elastico che avvolge il loro volto, ma l’amicizia non è più tra quelle righe. E lei non è più quel nome che speravo di leggere sullo schermo, è una persona fisicamente concreta, accanto a me, come mai avrei immaginato di raggiungere, e sfiorare per caso mentre lei mancina invade il mio banco con il gomito. E giochiamo a 4 immagini 1 parola, di nascosto dai professori noiosi, ed io suggerisco a lei, lei suggerisce a me, immerse entrambe in un mondo tecnologico e bambinesco, che quando ci chiedono di leggere nessuno sa da quale riga partire. Un disastro. Un disastro bellissimo che la sera sembra quasi ricordarmi che dovrei finire i compiti, e magari stare attenta durante le ore eterne di inglese. Ma non m’è possibile. Conosco a memoria quelle risposte che tante volte ho già dato, e tante volte ho cercato per lei. Ma oggi mi basta uno sguardo al cellulare, rivolto verso di me, e la parola esce come se non aspettasse altro che volare. Ci sono ricordi, dietro quelle immagini, impenetrabili a chi non le ha vissute livello dopo livello, anno dopo anno, ed ogni volta ripartendo da zero, perché è sempre piacevole ricominciare la scalata. È un po’ come il mio percorso scolastico, un continuo affacendarsi ciclico che alla fine di ogni estate ricomincia, e mi sento avvolgere dalle novità impetuose, come da lei, che mi ha convinta senza domandare nulla a prendere in mano il mio coraggio e trattarmi bene. Ed oggi che tutto è il contrario di tutto, vorrei essere io a insegnarlo a lei. Un anno fa appena lottavo per la dignità, per difendermi da chi mi usava come uno zerbino, e potrà sembrare che io risieda davanti alla sua porta, ma non sono che un’amica, come mai avrei immaginato di diventare. Strano che sia tutto cominciato così. Con un gioco di tendenza conosciuto a scuola, un gruppo su Whatsapp per scambiarsi le risposte, le occasioni per condividere la stessa piazza virtuale, ed oggi siamo di nuovo qui. Lo stesso gioco, gli stessi banchi sporchi, le stesse lezioni di inglese. È cambiato tutto, ma paradossalmente non è cambiato niente. È sempre 4 immagini 1 parola. È sempre il silenzio quello che ci unisce, e da un lato il desiderio ardente di farcela da sola, la vergogna di chiedere una lettera d’aiuto, dall’altro una classe intera che forse non ho mai del tutto capito, ma la nostra storia è tutta chiusa in una pagina infinita dei messaggi su Whatsapp, perché la nostra piazza non si chiama più 4 immagini 1 parola, ma porta il nome del professore di matematica che spesso prendiamo in giro. Buffo è pensare come tutto possa avere un significato speciale o non significare assolutamente niente. 

Un mercato di corpi

In auto con mio padre, dal finestrino posteriore guardo fuori. Ammiro la bellezza semplice delle colline, di quella chiesa nascosta dagli alberi, delle nuvole che brillano alla luce del sole. Ma abbasso lo sguardo. C’è una donna, avrà più o meno vent’anni. Il vento spira, e le sue gambe sono solide davanti all’attesa, solide nei panni che indossa, solide davanti ad una vita che forse non è nemmeno del tutto la sua. Un uomo accosta, su di un furgoncino azzurro. Chiede quando vuole. Quanto vuole? Sì, per il suo corpo. Perchè c’è chi vende il pane, chi la frutta, chi il proprio corpo. E quell’uomo vorrebbe il suo, chi lo sa perché proprio quello, in fondo c’è un’altra donna in fondo alla strada, a pochi passi, sempre con le gambe nude e solide sui tacchi a spillo. Riparte. Forse chiede troppo, forse quel corpo non è alla sua portata. Eppure provo ribrezzo a pensarci, non ci riesco. Non posso pensare che una donna possa un giorno salire su quel furgoncino tutto scassato e vendere a caro prezzo un’altra fetta della sua vita. Forse per loro è una soluzione, per alcune pare l’unica. Hanno qualsiasi età, anche dodici, tredici anni. Ridotte ad oggetti, a giocattoli in mano all’uomo, prodotti del mercato di strada, tutte donne con un vissuto alle spalle, chi la sofferenza, chi la povertà, chi la violenza. Eppure sono tutte lì davanti, un poco nascoste, indifferenti al traffico che forse non si accorge nemmeno di loro. Aspettano clienti, come li aspetta un barista o un giornalaio. Ma in quel momento avrei voluto scendere, andare da loro, dire loro che non è l’unica soluzione, che ci dev’essere un’altra strada, che quella è la loro vita, e la stanno buttando via. Non provo disgusto per loro, ma per la società. Perchè in fondo è una loro scelta, e allora penso a tutti quegli uomini sposati, divorziati, separati, o ancora soli, che accostano sul lato della strada per comprare il corpo di una donna. Penso che forse non hanno davvero chiaro che cosa significhi il rispetto. Ma non solo. Potrei spendere ore a elencare i miei pensieri davanti a quel furgoncino azzurro che ha accostato. Lo vedo ripartire, e poi accostare di nuovo. È un’altra donna, bionda. E poi non vedo più nessuno. Lo chiamano mercato, chi giro, ma giro di cosa? Di soldi, molto spesso di droga, di alcol, giro di vite spese per gli altri, per comprare gli accessori di una vita che non appartiene più alla persona stessa. È un circolo vizioso, ma forse alcune donne non hanno visto un’altra strada. Ma gli uomini, quegli uomini che alimentano questo giro, che salgono sui furgoncini azzurri e comprano il piacere fisico come fosse una merendina, quegli uomini che non sanno leggere negli occhi delle persone, quegli uomini che ancora si lasciano tradire da sé stessi quando davanti si ritrovano, perdonatemi il termine, un bel culo… Sono questi gli uomini che mi fanno schifo. Forse sono un’illusa io, che credo che l’amore tra due persone sia qualcosa di magico, e l’intreccio dei corpi il culmine di un’intimità che concorre a scrivere la storia di queste due persone. Ma in quelle donne ferme sulla strada, che non allungano la mano per paura di perdere la propria dignità, in quelle donne vedo tante difficoltà, tante domande, tante possibilità buttate al vento, e l’arresa. Non conosco le loro storie, non so nemmeno come si chiamino, non so dove vivano né quanto prendano al giorno. Ma vedo arresa. Anche in quelle dodicenni poco più che bambine, venute in Italia dalla Nigeria forse, o da qualche paese accanto. Vedo in loro la rassegnazione ad un destino che credono immutabile. Vivranno così tutta la loro vita, aspettando che l’ultimo uomo allunghi la mano sull’ultima briciola di quella dignità che pensavano di avere? Non so nemmeno questo. Forse non ho nemmeno le competenze per mettermi a disquisire sulla prostituzione, perché diciamo le cose come stanno, senza aver paura di chiamare la realtà con il suo nome. Spesso fa così paura parlare di quelle donne, e forse sto sbagliando io stessa, che le definisco “quelle”. Sono come noi, esattamente come noi. Avranno le loro passioni, i loro interessi, le loro storie. Ma hanno deciso di chiudere la loro vita in una scatola. Vorrei tanto che vi fosse qualcuno di tanto coraggioso da aprire queste scatole. Sogno? Può essere. Ma sono certa che nessuna donna merita di rinunciare alla propria vita vendendo il proprio corpo. Nessuna donna dovrebbe più salire su quei furgoncini azzurri che accostano ai margini delle strade. Ma io non conosco quasi nulla, e quindi dico solo che non lo so. In questo caso non lo so che cosa sia meglio pensare.

Mentre il televisore è acceso

Mamma e papà stanno guardando Carosello

Ma in che anno siamo?

Il televisore è tornato in bianco e nero

Ma quanti anni abbiamo?

E si perde così il senso di ogni cosa, perché ancora il passato tende a ritornare, e sì, piacevole, dolce come un ricordo bellissimo, che in sogno accarezza le gote e stringe le spalle

Ma io non ricordo Carosello, eppure ha un sapore strano

Come se prevalesse la consapevolezza di star guardando qualcosa di veramente speciale 

E papà e mamma stanno guardando Carosello, esclamano quando riconoscono quei volti, canticchiano le canzoni di sottofondo 

E un poco mi dispiace di non aver mai vissuto questo: una magia

E guardare Carosello come un passato che non può più ritornare

Se non così, lieve, marmoreo e fresco

Mentre papà e mamma contano gli anni

Ed io ripasso i miei 

Serata sbagliata

È che non ci dovevo nemmeno venire, non lo so perché l’ho fatto, forse era la speranza che lei fosse diversa, che ci fosse qualcuno di diverso in quel parcheggio di fronte a casa mia. L’ho fatto perché avevo bisogno di uscire, di cambiare aria, di sapere che cosa si prova in mezzo a tante persone già viste ma mai conosciute, di parlare, di inseguire fantasmi. Sì, perché erano tutti fantasmi. E tra quei fantasmi speravo di riconoscermi. Non perché il mio spazio mi stia stretto, ma si fanno tante cazzate: sarebbe rimasto il dubbio a martellarmi nella testa assieme a quella musica sconnessa che invadeva la stanza, ed io chiusa tra quattro mura a immaginare la mia scuola in un parcheggio a fingere di divertirsi. Il fatto è che io non mi diverto. E non ero nemmeno certa di fare la scelta giusta, non lo so perché ho detto “Sì, vengo”, forse non sono stata nemmeno io. Ero curiosa. Curiosa di un mondo che non ho mai frequentato, e in cui non mi riconosco. Si prova, si indaga, e poi qualcuno fa quel passo che per te vuol dire tutto: è così che ho capito di aver sbagliato festa. Da un passo. Tutte le persone a cui voglio veramente bene, non erano lì con me, erano lontane, a chiedermi come andava la serata, immagini sbiadite sotto le prime gocce di pioggia. E Dio quanto ringrazio il cielo! Le prime gocce di un temporale che stava per travolgermi mi hanno invece portata a riva. Nel silenzio, mentre davanti a casa mia il fiume umano di persone scorreva in un continuo vociare. É finita così quella serata sbagliata, e forse mi è servita per capire. Mi sono tuffata in un lago ghiacciato. Ma ho capito che ognuno ha il proprio posto, i propri amici, la propria vita, le proprie abitudini, i propri interessi, e molte volte sono inconciliabili con quelli di altre persone. Ed è inutile anche provarci, pensare di poter plasmare il proprio animo in funzione della compagnia, perchè non cambia, ed anzi, fa male, un dolore come se qualcuno ci stesse pizzicando la pelle. Non siamo fatti per cambiare per gli altri. E mi sono resa conto che certe persone forse non ci capiranno mai davvero, resteranno sempre quei muri invalicabili, quelle porte chiuse a dividerci, e non sarà facile trovare il coraggio di rinunciare, ma non é un’arresa voltare le spalle e tornare a casa. Ho capito che le persone giuste sono altre, e non erano lì. Ma non volevo nemmeno andarci, a quella grigliata che ha invaso casa mia. È stata la forza della massa ad attrarmi, in fondo siamo umani, e le fotografie, I sorrisi, quel parcheggio invaso di studenti che vedevo dalla finestra, mi pareva oro. O meglio, argento. E poi si è rivelato essere ferro. Un ferro gelido, in cui mancavano gli appigli per districarsi dal vento. Non era il mio posto, adesso lo so. Avrebbe potuto dirmelo il passato, ma non è stato pronto a proteggermi. Me ne torno così dalle persone giuste, perchè so che ci sono, e ci saranno anche quando farò altre cazzate senza di loro, catturata dal fascino delle cose nuove come una bambina. Ma i veri amici ti salvano anche da questo, e con la sola loro presenza ti fanno capire che non potrai mai stare bene veramente in qualsiasi posto senza di loro. Sono indispensabili e insostituibili. Tutto il resto è bello fuori, ma dentro è solo gomitolo aggrovigliato.