Giornate illogiche

Istanti che sembrano provenire da un altro pianeta, di quelli che hai sempre sognato ma non hai mai vissuto. In un giorno qualsiasi di un mese qualsiasi è come cambiato tutto, senza nemmeno quel bagliore di preavviso che avrebbe reso tutto più credibile. No, è stata una bella favola. Cominciata male e finita su Marte. È una sensazione inspiegabile, quando inaspettatamente vorresti evadere dal tuo mondo quotidiano, e ci riesci, senza nemmeno provarci. Scopri che ti trovi bene anche là fuori, che l’aria non é così irrespirabile come credevi, che non ci sono solo pietre affilate ed erbacce. Hai finalmente l’opportunità di godere di questo mondo che tante volte ti è sembrato irraggiungibile, segreto, riservato a pochi eletti tra cui tu non c’eri, e non ci saresti stata mai. Eppure è possibile anche dimenticare tutto, rinchiudere le paure, i vecchi ricordi, i rancori arrugginiti, dentro ad una scatola, e lasciarsi trasportare dall’istinto che a quanto pare, oggi, ha deciso di intraprendere un’altra strada. Probabilmente non è quello il posto giusto per te. Lo senti, è come se l’aria fosse diversa, più fredda, umida, inospitale, ma per un solo giorno ne fai parte completamente. Non c’è un’unghia o un capello che sfuggano all’atmosfera fiabesca di questa giornata. E dire che la mattina sembrava andare tutto storto, da quelle aspettative che ti assalgono e ti deludono, e ti sentivi chiusa in gabbia tra le stesse persone con le quali condividi tutto, ma non oggi. Oggi sembra andare tutto al contrario. Vorresti fuggire dal conosciuto, fare qualche follia, che non sia l’adrenalina dell’andare a scuola senza aver studiato, vorresti fare qualcosa in più, ridere un po’ di più, divertirti un po’ di più. E si presenta l’occasione nella stessa mattina contorta, quando scoppi a ridere fino a lacrimare, ma accanto a te c’è un’altra persona, che non conosci, e probabilmente non conoscerai mai del tutto, ma con cui stai terribilmente bene. Ecco, quella risata, è quello l’istante straniero che mai avresti potuto immaginare. È il vederla china sul banco, e sentirla ridere all’unisono con te, è tutto questo che rende la mattina surreale, come gli unicorni. Eppure continua. Continua la giornata e rifletti sul fatto che forse qualcosa è cambiato davvero, non è soltanto una piacevole coincidenza di attitudini, sono cambiati gli altri, e sei cambiata anche tu. Sei stata invitata ad una grigliata di classe, quella che per un anno hai soltanto immaginato senza nemmeno il coraggio di provare invidia, a quella grigliata tu parteciperai, da sola, senza quelle persone che ti accompagnano sempre ovunque, perfino alle macchinette del caffè della scuola, perché senza di loro i corridoi sono più freddi e confusi. Ma oggi hai trovato il coraggio di dire di sì. Sarà la giornata strana, la posizione delle stelle, gli umori frizzanti di tutti, che ti inducono a crederci. E trascorri così un’ora seduta sulle gradinate della scuola, a parlare con chi hai sempre detto di non sopportare, ma oggi sembrano uscite da un romanzo. Oggi ti senti a casa. Quando ridi, quando ti stringi al cappotto perché comincia a fare freddo, quando tutte assieme ricordate i momenti più folli e vivi del liceo, e con risate sincere vi stringete virtualmente la mano. Siete tutti uguali, per pochi istanti, un’ora diversa dalle altre. Tutti sullo stesso piano, anche se i gradini compongono una scala. E la cosa che ti stupisce di più è che non te ne frega niente di quello che è stato, fino ad una settimana prima, a quegli sguardi freddi e taglienti, a quelle storie da donne che parlano dietro le spalle, niente, hai come cancellato tutto. È piacevole veder passare un’ora senza la preoccupazione di correre a casa, senza aver paura di apparire, senza bruciare con lo sguardo ogni possibilità di dialogo. Oggi costruisci. E perfino loro costruiscono. Come se foste amiche da una vita. Sono quelle giornate che quando finiscono ti lasciano sommersa dalle domande, dai dubbi, dalla paura di aver sognato ogni minuto di queste ventiquattro ore paradossali. Eppure era tutto vero. Hai davvero varcato la soglia di quel mondo, quello che non é mai stato tuo, nemmeno quando lo hai desiderato. Ma ti resta il dubbio di non aver mai smesso di volerlo. In fondo è emblematica quella grigliata da cui sei stata sempre tagliata fuori, quasi fosse un premio da guadagnare, quella stessa grigliata che oggi ha un altro sapore, ancora un poco amaro, ma nello stesso tempo dolce. Sembra tutto diverso, in una giornata. Può mai cambiare tutto un’ora trascorsa sulle scale? Cancellare il passato e il futuro, dimenticare il tempo, ogni remora e ogni timore? E cosa ci vuole, forse il solo sentirsi incompleti, il bisogno di oltrepassare i nostri stessi limiti, e provare quelle emozioni nuove che abbiamo sempre visto dipinte sui volti degli altri? Basta questo? Basta volerlo? E allora perché accade all’improvviso, senza che i pensieri trovino un ordine razionale per ogni cosa? È come un sogno, e un sogno non si spiega. Lo si interpreta, e allora ecco, di queste giornate illogiche, forse, ciò che conta è la sensazione di perfezione. 

Inside out 

Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi che cosa gli passa per la testa? Be’, io lo so. So cosa passa nella testa di Riley. (Gioia)

Ebbene, sì, ho guardato un cartone animato. Ho guardato Quel cartone animato. Inside out, un’affascinante ricostruzione della mente umana, così contorta e così esageratamente senza confini, attraverso ben disegnate figure ed un mondo moderno che forse nemmeno i bambini capiscono. Una recensione? Non lo so. Forse solo riflessioni ininterrotte. Perché siamo convinti che nella vita la Gioia sia tutto, la soluzione ad ogni problema, sempre pronta a salvarci le spalle e asciugarci le lacrime, ma la verità più grande che questo film mette in luce è esattamente il contrario. La Gioia a volte non c’è, non può intervenire, non può fare niente per cambiare le cose. A volte la Gioia è irraggiungibile. E tra i cunicoli di plastica, archivi di biglie colorate, isole dei propri rifugi quotidiani, e il vecchio amico immaginario che sbiadisce in mezzo ai ricordi neri, in mezzo a tutto questo caos di emozioni ognuno di noi cresce e combatte, imparando dai propri errori e magari commettendoli una seconda volta. Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto, Paura. Sembra quasi limitante ridurre la nostra testa a cinque statuine. Ma non è soltanto questo. Ci sono i ricordi. I ricordi dolci e piacevoli che si allontanano nel tempo, e giorno dopo giorno si riempiono di lacrime. Le isole della famiglia e dell’amicizia, che a volte per un errore o una parola di troppo rischiano di crollare. É un puzzle immenso quello che è racchiuso nella mente di una bambina, un puzzle tanto fragile che ci permette di viaggiare come fossimo noi stessi minuscoli esseri colorati della testa. Di che cosa si parla? Dell’uomo. Un cartone animato che si occupa di analizzare l’uomo. Il ricordo, i sogni, le paure, il subconscio, l’apatia, le emozioni. Un miscuglio che forse non é ben chiaro nemmeno a noi, a volte così complicati e incomprensibili, e probabilmente non è attraverso un film che si può interpretare appieno la psicologia umana, ma in qualche modo non è soltanto un cartone animato. È la storia delle nostre emozioni quotidiane, dei problemi che dobbiamo affrontare, dei ricordi che affollano la nostra testa, e di tanto in tanto vengono rimossi dal tempo che passa, è la storia dei cambiamenti che avvengono in noi, della crescita che ci porta a comprendere noi stessi sempre di più, ma mai del tutto. Ed è una storia che ci insegna che scappare non è mai una soluzione, arrabbiarsi non é una soluzione, ma a volte non lo é nemmeno fingere di essere felici a tutti i costi. È qui che Tristezza impara quanto sia importante il suo ruolo, quanto una parola o una lacrima possano salvare un rapporto, quanto a volte piangere sia inevitabile per poter essere felici, e sia la cosa più sincera da fare. Nessuno sembrava crederlo o averlo capito, dinnanzi a quel personaggino blu che non ha fatto altro che combinare guai, perché Tristezza è stato un problema e poi la sua soluzione, è qualcosa di apparentemente incontrollabile e pericoloso, ma non possiamo proprio farne a meno. Davanti ad un cartone animato si può piangere? Certo. Certo che si può piangere, perché l’incredibile mondo dei bambini che diventano grandi è qui rappresentato alla perfezione, con tutte le contrastanti emozioni, le nuove esperienze, i nuovi ricordi che cancellano una vita ormai dimenticata, e sicuramente nulla è così semplice come sembra, non vi è un pannello di controllo nella nostra testa, ed anzi è un casino tremendo, perché si può anche piangere di gioia o ridere per non piangere. Siamo così terribilmente contraddittori. Ma penso che questo sia più di un cartone animato. Perché rappresenta tutti noi, a volte costretti a delle scelte, dei sacrifici, delle rinunce, costretti a farci piacere i posti nuovi, le nuove amicizie, le nuove esperienze, a volte lo facciamo per amore, e non ci rendiamo conto di quanto questo ci faccia soffrire. Ci accompagna nella vita una sola indistruttibile forza: la forza del ricordo. Il ricordo di ciò che da bambini era tutto, la famiglia, le passioni, la prima vera amicizia, di quelle che durano per sempre, ricordi che crescendo ci strapperanno una lacrima, perché tutto questo non può tornare indietro, ma sarà quella stessa lacrima a riempirci il cuore di gioia. Inside out. Un cartone animato che consiglio. Non è un filmetto per bambini, è qualcosa di più. 

E permettetemi di aggiungere che non si è mai troppo grandi per amare un cartone animato, perché chi conserva quello sguardo sognatore dei bambini sa apprezzare anche le più pazze avventure. E magari sì, anche commuoversi. 

Quelle vecchie scarpe

In quelle vecchie scarpe raccolgo tutti i sassolini di cui non riesco a liberarmi, che si infilano sotto il tallone e pungono ad ogni passo, tutte le impervie salite che mi sono costate tanta fatica, tutte le vesciche dopo aver corso chilometri dietro ad una persona, tutte le parole che ho ingoiato per paura di dire la cosa sbagliata. Da otto anni porto quelle scarpe ormai disfatte, e separarmi da loro è come dire addio ad un diario segreto, alla mia storia. Scarpe che hanno segnato l’inizio di qualcosa, forse il vano tentativo di essere uguale agli altri, e questo non mi è mai del tutto riuscito. Ho conosciuto il mondo schietto delle persone vuote, e l’ho attraversato aggrappandomi a quelle scarpe, unico nodo in comune con chi cercavo di eguagliare. Ho camminato in mezzo ai temporali, io che portavo l’ombrello sempre con me ma il sapore della pioggia è dolcissimo, fino a sentire l’acqua infilarsi contro la pelle, e le scarpe farsi pesanti, fragili, indifese. Ho affondato i piedi nella neve gelida, ho attraversato il deserto freddo e ostile senza adeguarmi mai al suo colore, e le scarpe, quelle stesse scarpe che ora giacciono inerti davanti a me, mi avvolgevano le caviglie come la presa salda delle mani di mia madre. Sono le scarpe che forse ricorderò di più, quelle senza una stagione, quelle che adesso se ne stanno tutte rotte sul pavimento davanti alla porta, senza più la forza nemmeno per scendere le scale. Hanno viaggiato tanto, sono state calciate, calpestate, lanciate, disprezzate, e poi adorate, pulite, accarezzate, invocate. Scarpe che nel bene e nel male sono sempre rimaste con me, legate ai miei piedi con due lacci annodati di fretta. E c’erano nel giorno in cui ho potuto dire per la prima volta di essere finalmente felice. Ho perso anche persone amiche, e queste scarpe in fondo un poco ricordano anche loro. Come quelle telefonate dopo cena, ed i miei piedi nudi che giocavano con i lacci delle scarpe, quelle telefonate che oggi non sono altro che messaggi silenziosi, così piacevoli, ma così lontani dal vecchio rituale. Quelle scarpe raccontano otto anni della mia vita, e sono nate come sogno di una bambina. Le volevo così, nere, perfette, come in televisione. E poi sono cresciuta, e loro sono sempre rimaste uguali, io sempre legata a quelle Converse sporche e un po’ scassate, e loro sempre solide nonostante la plastica bucata. Hanno avuto una lunga vita, ed hanno fatto in tempo ad essere alla moda, proprio ora che rifletto sulla loro fine imminente, un paio rovinato in mezzo ad un esercito di scarpe tutte nuove. Sono state il primo paio di scarpe che gli altri hanno invidiato a me, un paio di scarpe che ha unito perfino noi due: ricordi di lei che guarda ai miei piedi quasi con una luce di invidia che mai più ho rivisto uguale nei suoi occhi. E sarà sempre meraviglioso il momento in cui l’ho vista entrare con le mie stesse scarpe ai piedi, meraviglioso come l’importanza che hanno assunto quei pochi materiali messi assieme attorno alle mie caviglie. Ricordi che si perdono in una cascata infinita, tra la preghiera della sera e i voti che prendevo a scuola, tra il mio primo pomeriggio a casa di un’amica e i tradimenti di chi, dicono, non mi meritava. Scarpe che forse mi capiscono più di molti altri. E conoscono tutto di me, tutte le mie passioni, la musica che mi piace, la paura di stare davanti ad un pubblico, il timore a volte di dire la cosa sbagliata, il mio affezionarmi in fretta alle persone. È tutto lì, scritto sotto una suola piatta di gomma e il logo delle Converse All Star disciolto dalla pioggia di otto anni trascorsi. Parlano come un’opera teatrale, e separarmene è difficile, ora che sono diventata grande e quelle scarpe non mi vanno più. Saranno sempre le mie prime scarpe preferite. E non importa quanti anni passeranno, ma ricorderò sempre che per otto anni sono cresciuta con quelle scarpe ai piedi, otto anni in cui ho imparato e camminato tanto, otto anni in cui mi sono nascosta e poi sono corsa via, lontano, senza guardare indietro, per prendermi ciò che più desideravo. Otto anni in cui ho fatto degli errori, e le mie scarpe lo sanno, sono scolpiti nei tagli della plastica e nella tela strappata. Otto anni in cui sono cambiate tante cose, e forse è giunto il momento di comprare un paio di scarpe nuove, perché continuare a portare con sé un passato ormai lontano, sbiadito, a tratti oscuro, a un certo punto comincia a pesare, le scarpe a stringere, e noi ad inciampare. È stata una bella storia, in fondo, ma certi strappi non si possono ricucire. Si può solo andare avanti.

Le mie donne 

C’è mia zia, che non vedo da tanto, che abita lontano eppure così vicino, ma il tempo non sembra bastarci mai. Lavora, lavora il doppio, per costruire quella vita che un paio d’anni fa sembrava solo una caverna buia, e ha saputo reinventarsi, ha saputo prendere e poi pretendere, e ha saputo anche piangere, ma non ha mai rinunciato al suo futuro. Ha perso il suo compagno, ed oggi ne ha trovato un altro, proprio oggi, che io sto crescendo e ho paura di dimenticare quanto eravamo felici. É vero, potrei fare di più. Potrei correre da lei anche adesso, ma non lo faccio. Ma il bene che le voglio è immenso, per la forza che ha saputo tirar fuori, per tutti quei sacrifici che ha fatto per me, per quei momenti che abbiamo passato assieme, ed io sapevo quanto fosse difficile, temevo la solitudine, forse più di lei. Ma sono tutti bei ricordi, e c’è sempre quel legame speciale, di quando la mattina mi ritrovavo a casa sua, a fare colazione, dopo i nostri pigiama party fino a notte fonda, e mi sentivo amata, mi sentivo a casa, come fosse una sorella. Mi manca, ma certe volte ancora di più. 

Poi c’è mia zia, l’altra. Quella che ho sempre messo al secondo posto, come se la mia famiglia dovesse avere una gerarchia. Lei era la maestra, quella seria, quella con cui non potevo correre, scherzare, a cui non potevo tirare i capelli, quella che non capivo. Forse non la capisco davvero nemmeno adesso. Siamo troppo diverse, due pianeti opposti e incompatibili, lei sempre incollata al cellulare, lei sempre in contatto con mille e uno amici, lei sempre in viaggio in un paese nuovo, lei sempre impegnata, mai un momento di silenzio con sè stessa, eppure non mi vuole male, lo so. Mi ha fatto dei regali che nonostante tutto questo, io li ricordo bene. Come quel braccialetto che porto sempre al polso ogni mattina: me lo ha fatto lei. Sono una persona che si affeziona, e riesce a passare sopra a tanti errori, ma le scelte ignoranti non riesco a digerirle. Probabilmente è questo che ancora ci tiene distanti, quel vuoto incolmabile che riempie i silenzi tra i vetri dell’auto, o quelli sull’aereo in viaggio verso Londra. Ci sentiamo poco, ci vediamo poco, ci conosciamo poco. Le voglio bene anche se mi viene detto di diffidare, di osservare, per una volta di giudicare, lo faccio, ma quel frammento di bene resta, perché con me è sempre stata a suo modo una zia. 

C’era mia nonna, fino a pochi mesi fa, troppo pochi. C’era, e mi manca tanto. Perché non ha mai lasciato che crescessi davvero, mi ha tenuta per mano, e me ne sto accorgendo adesso, teneva per mano una famiglia intera. Era piccola, minuta, nell’ultimo periodo fragile, magra come un grissino, ma fortissima. Non mi rendevo conto di quanto fosse importante averla, sapere che laggiù, a dieci fermate di autobus, lei c’era, e avrei potuto uscire di casa a qualsiasi ora e correre da lei, perché mi avrebbe aperto la porta con le braccia pronte ad abbraccarmi. Era incredibile, e incredibilmente umana. Riusciva a portare avanti tutto, a costruire, a disfare, a salvare, ma una spalla per chi lo domandava, una mano per chi era in difficoltà… non ha mai negato niente a nessuno. Mi manca quando ci penso, perché ora è tutto diverso. Non ci sentiamo più per telefono, non c’è più nessuno che sappia farmi sentire così, grande e nello stesso tempo bambina, qualcuno che con uno sguardo mi faccia sentire amata, preziosa, felice. La sua assenza si fa sentire, perché nessuno è più come lei, nessuno riesce a seguire tutto e tutti, nessuno può sostituire quelle sue braccia anche magre, ma agili e vigorose, nessuno è davvero capace di colmare quel vuoto. Era una grande donna, e forse me ne sono accorta troppo tardi. Ma le ho regalato una calamita, quando era in ospedale, e per la prima volta ho capito che avrei potuto perderla. È questo che fanno le donne? Fanno così male quando se ne vanno?

E infine c’è mia madre. E lei è la donna più donna che io conosca. È come me, e forse per questo tante volte esplodiamo, come petardi impazziti, fingiamo di non capirci, quando in realtà ci manca il coraggio di parlarci, di chiedere, e di chiedere scusa. I nostri abbracci durano pochi secondi, ma quando finiscono vorrei prenderle il braccio e non lasciarla mai più. È golosa come me, è un po’ timida come me, è attenta alle amicizie come me, magari giudica, come me, nei momenti sbagliati, e raccoglie la rabbia senza rendersi conto che non si può ingoiare all’infinito. Come me. Eppure a volte mi sembra di essere il suo opposto, sognatrice, ma anche pragmatica, preoccupata del giudizio degli altri, sempre incapace di rispondere un no. È tutto questo che ci rende ciò che siamo, apparentemente uguali, perché ce lo dicono tutti, ma dentro siamo un tornado che non smette di girare. Mia madre è una donna forte, l’ho sempre pensato, con un carattere a volte troppo duro, ma che mi ha cresciuta per diciotto anni, e allora vorrà dire qualcosa. È una donna che ammiro, anche se al suo posto avrei fatto scelte diverse, avrei intrapreso strade diverse, la ammiro perché è un grosso pezzo della mia famiglia, e senza di lei penso che tutto crollerebbe. Ha fiducia in me, più di quanta ne abbia io, è stata la prima a credere ai miei sogni, a darmi la possibilità di poter scegliere se inseguirli o meno, ed anche quando ho preferito un porto più sicuro, lei c’era. C’è con i suoi consigli secchi, c’è con i suoi racconti buffi, c’è con quel suo modo di indagare la vita di una figlia cresciuta che sfugge. Mamma, donna che ha dato tutto per la sua famiglia, per mio padre, per suo padre, per me. Per quella madre che ha perso da poco. Donna che sa amare in silenzio, un po’ come me, che dimostra il suo amore con il passare dei giorni, senza gesti eroici o striscioni appesi ai muri, con un sussurro e non con un microfono, donna che sa prendere in mano le situazioni più difficili, lei sorella maggiore, e che forse meriterebbe più tempo per sè, per essere più felice. Vorrei poterglielo dare io. Perché l’ultima donna di cui vorrei parlare oggi sono io, ma che cosa potrei dire? Che sono un frullato di tutte queste donne importanti, timida, folle, ambiziosa, disponibile, creativa, combattiva ma anche spaventata, sono tutto questo e molto altro ancora. Forse sono tutto ciò che una donna è capace di essere. Tutte noi donne lo siamo. E allora fermiamoci un momento a riflettere, quanti istanti che ci passano davanti, quante donne che compiono gesti nell’ombra senza la pretesa di essere notate, quante donne che aspettano solamente un abbraccio, una parola gentile, una persona che siede al loro fianco, a quante donne basta così poco, un fiore per San Valentino, un bacio prima di andare a dormire, ma il mondo se ne accorge? Davvero? 

Parlo per tutte le donne, avremo cento, mille difetti, ma con il cuore possiamo sorvolare l’oceano.

Tempo da vivere

A volte hai la sensazione che il tempo se ne sia andato troppo in fretta, la sensazione di non aver quasi vissuto appieno gli anni appena trascorsi, come se non vi fosse stato quell’attimo speciale, come se fosse volato via tutto, nella normalità, in una piacevole normalità. Hai la sensazione di aver perso qualcosa, come un dettaglio, quel particolare nascosto che avrebbe fatto la differenza. Eppure non è così. Semplicemente i giorni si sono succeduti, e da essi hai imparato a respirare sempre più a fondo, riconoscendo il sapore dell’ossigeno e quello delle difficoltà, hai imparato a camminare controcorrente, hai imparato a usare le mani per le carezze e per cingere il proprio amore, ma avresti voluto che certi istanti durassero di più. Forse per la paura di non trovare più quelle persone, quelle atmosfere, di non provare più quelle emozioni forti di cui ti sei cibato. E allora perché ci sentiamo così rapiti da questo tempo? Perché indietro non si può tornare. Ed è quel sentirsi magari inadeguati, magari non pronti, magari così distanti da noi stessi e da tutto ciò che ci è piombato addosso negli ultimi anni. In fondo, cambiamo tutti. Anche senza che qualcuno ce lo faccia notare. Cambiamo nelle fotografie, cambiamo nei nostri sogni, cambiamo nei nostri pensieri fissi. Ma abbiamo come la sensazione che manchi qualcosa. Si chiama crescita, e la crescita lascia indietro il tempo di ieri, ci spinge avanti, a volte a calci, perché siamo come bambini che hanno paura di entrare in una stanza buia.

Avevo sempre creduto che crescere fosse automatico, invece è un qualcosa che bisogna decidere di fare

(Bill Lawrence)

Arriva però il momento in cui devi fare quel passo in avanti, scavalcare l’oblio tra le due montagne e ricominciare a scalare una nuova vetta. Poi ci pensi, e ti volti indietro per un attimo a guardare tutto ciò che stai per lasciare, e tutti quei ricordi che senti con te, talmente caldi e vicini che quasi bruciano la pelle in superficie. Sì, a volte vorresti tornare indietro, rivivere quei momenti, quelle prime volte che non busseranno mai più alla porta come quei giorni, e tu non sarai mai più così piccolo e inesperto della vita, e nessuno ti darà più quelle stesse occasioni che hai lasciato indietro. Ma bisogna andare avanti. Bisogna crescere, navigare per mari più aperti, anche con il rischio di rimanere delusi. E ci si lascia alle spalle quel tempo che invochiamo, e che ci sembra adesso così lontano e frenetico rispetto ad allora. Sembra aver corso all’impazzata per superarci, sorvolando la nostra voglia di fermarci un attimo a riposare, ed in pochi secondi ci si ritrova così, trascinati per chilometri su di una strada, tramortiti. E’ un tempo che non aspetta, e forse dovremmo semplicemente stare al passo con lui. Ma a volte ti manca il fiato, Perché corri, corri, corri e lo insegui, ma correre sempre è faticoso. Così rallenti, e ti perdi la sua corsa. Ti sembra che non sia mai passato nemmeno un minuto, e invece ti risvegli catapultato in avanti, incapace forse di dire esattamente che cosa sia accaduto in questi ultimi anni. Sei stato felice e triste, arrabbiato e calmo. Sei stato tutto, ed ora quel tempo è lì dietro, chiuso in un forziere di cui solo tu hai la chiave. E’ il tempo di crescere, e di chiudere quel forziere antico avvolto di ragnatele. E’ il tempo per giurare a sé stessi di vivere.

La vita è troppo breve per alzarsi la mattina con dei rimpianti. Quindi, ama le persone che ti trattano bene e dimentica quelle che non lo fanno. Se arriva un’occasione coglila! Se essa ti cambia la vita, lasciala fare! Nessuno ha detto che sarebbe stato facile. Hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena

(Harvey Mackay)

Tutto il tempo che non avrai vissuto, sarà soltanto responsabilità tua.

Collaborazione

Collaborare è difficile. È difficile anche quando collabori con una persona a cui vuoi bene, è illusorio pensare che in fondo potete dirvi tutto, che non ci sono limiti, perché poi ti ritrovi a ingoiare quei “ma che cc…osa fai?!” dentro la tua testa, e lei lo stesso. Condividere la stessa scrivania, lo stesso compito, lo stesso obiettivo, le stesse aspettative, ma due corpi e due menti totalmente differenti. Questo significa collaborare. E significa anche rispetto, rispetto per l’altro e per il suo impegno, per il risultato che l’altro ottiene, perchè alla fine non ci saranno risultati tuoi o suoi, alla fine ci sarà un unico lavoro finito da ammirare. Magari si riconoscerà la tua mano e la sua mano, ma la collaborazione è anche questo, è fondersi assieme, miscelare le imperfezioni nelle capacità dell’altro e posare le proprie idee sulla stessa unica scrivania in comune. Sembra facile. Ma collaborare richiede impegno, determinazione ma non egocentrismo, apertura ma senza divenire impassibili se qualcosa non ci piace. Perchè il lavoro é anche il nostro, senza percentuali che regolino le proprietà o soldi che si scambino sotto banco. Il lavoro è anche nostro e proprio per questo dobbiamo sentirlo nostro. Ecco, credo che collaborare sia difficile anche per questo. Perchè non ci vuole solo il cervello, un manuale di regole e istruzioni, un’enciclopedia di informazioni, le tecniche per metterle insieme. Ci vuole anche quella capacità leggera di accettare le critiche, i miglioramenti, i ritocchi, la capacità di mettersi sullo stesso piano dell’altro e ammettere che nessuno ha lo stesso tuo sguardo, e che forse nemmeno il tuo stesso sguardo è davvero sincero. Ma serve anche la capacità di criticare, e non significa demolire ciò che non ci appartiene, appropriarci dell’intera collaborazione facendola diventare una collaborazione con noi stessi. Criticare significa proporre, discutere, confrontare idee, magari senza essere ascoltati, succede, e magari mentre in silenzio ci stanno maledicendo. Ma collaborare è una responsabilità. Significa mettersi in gioco, essere pronti al confronto con qualcuno, essere pronti a rivedere tutta la considerazione che abbiamo di noi stessi, perchè abbiamo trovato qualcuno con le stesse aspirazioni, ma il proprio stile, di vita, di scrittura, di pittura… E uno stile non lo puoi cambiare con la prepotenza. Anzi, non lo puoi cambiare e basta.. Ma nello stesso tempo lottare in due, applicarsi in due, crederci in due… È bellissimo. È bello perché ci vuole coraggio, non un coraggio eroico, anche solo un timido coraggio di sedersi a quella scrivania e mettere il lavoro al centro, lontano da una linea immaginaria che traccia i confini tra uomo e uomo. Collaborare è bello perché ti apre un mondo, il mondo delle passioni simili alle tue, delle persone simili a te, che magari hanno le stesse tue paure e proprio per questo non ti sei mai accorta di loro. Collaborare è bello perché impari a dare l’importanza giusta alle cose, a condividere gli errori ma anche i traguardi, senza calcolare o pesare con il bilancino quanto ha lavorato l’uno, quanto ha lavorato l’altro. Non esiste più un confine, quando collabori con qualcuno. E forse è proprio questo che mi piace della collaborazione: che il proprietario è sempre uno solo. Con due cognomi.