Litigio

Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare. Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu

(Sacre Scritture)

In realtà non avevo mai litigato con nessuno prima di oggi. Non mi era mai uscito di bocca tutto questo, senza quasi alcun filtro, pensieri rigurgitati dalla rabbia del momento, ma che portavo dentro da tempo. È che non ce la faccio. Io raccolgo, raccolgo, apparentemente all’infinito, e poi esplodo. Lo so che faccio male, che uso parole che non sono mie, nemmeno materialmente, so che potrei aver rovinato tutto con un singolo messaggio, forse due, ma non riesco a sentirmi in colpa del tutto. Perché ho ascoltato ogni cosa, ogni battuta pungente, ogni critica affilata, sempre con il sorriso pronto, sempre con lo spirito di dire “Non importa, ti perdono”, ho sempre ragionato a fondo su ogni cosa, perfino sul suo regalo, quello shampoo per capelli danneggiati da tre euro e quarantanove. Forse ho sbagliato sin dall’inizio. Ma io non sopporto litigare. Mi scorrono davanti quelle foto, di quando eravamo veramente felici, con la forza di ridere sempre dopo ogni ferita. Che cosa è successo? Perché proprio oggi? Non sono capace di mandare a quel paese nessuno, figuriamoci lei, lei che c’è sempre stata nonostante tutto, forse un po’ troppo sincera, un poco impulsiva, semplicemente diversa. Possiamo condannare qualcuno per questo?  Il fatto che mi abbia costretta a lavare i piatti dopo avermi invitata a pranzo? O che m’abbia implicitamente fatto capire che i miei capelli sono brutti? Io non riesco ad essere così. E vorrei c’è non ci fosse la possibilità di parlarsi dietro le spalle, vorrei che non si finisse a rinnegare un’amicizia già incrinata, per orgoglio, per onestà, per l’assurda incapacità di capirsi. Probabilmente abbiamo sbagliato tutti, e dovremmo tutti fare un passo indietro, chinare la testa e chiedere scusa. Per un sacco di cose. Per le parole, per il tono, per aver mandato all’aria ogni cosa quando sarebbe bastato fermarsi, la prima volta, e parlare. E invece si finisce per perdere tutti quanti. È che forse a volte è impossibile riuscire a comunicare, quando si è troppo lontani, su due pianeti distinti e irraggiungibili, a volte la fine sembra quasi già scritta, ed è di persone che si guardano, e non si riconoscono più. Ma sono io? Sono io che ho scritto queste cose? Io che non riesco mai a dire “Ma” ad una persona, io che nemmeno so in che posizione stare in tutta questa storia, non so se mi sento in colpa o solo strana. Non ho mai litigato con nessuno, ed ora penso a tutte quelle occasioni mancate in cui ho preferito mostrare la schiena e non la faccia: non me la sono sentita. Perché in fondo non è giusto, forse avrò rovinato tutto, oppure forse è servito a qualcosa, sembra quasi che le esplosioni vengano ricordate di più degli schiaffi dietro l’angolo. Ho sbagliato, ed ho ragione. Non riesco a ngarmi questo briciolo di percorso retto. Mi è stato detto di tutto, da persone di cui non m’importava niente, che mi hanno voltato le spalle, che se mi vedono per strada mi passano davanti come sconosciuti, e non ho mai alzato un braccio per dire che non era giusto, che forse non lo meritavo. Non me ne fregava niente. Ma è inutile, a lei un poco ci tengo. Davvero. Nonostante i suoi errori, nonostante le risposte amare, nonostante i regali bollenti, io ci tengo. Per tutto quello che abbiamo vissuto insieme, per tutti quei ricordi che inevitabilmente piombano sul tavolo quando si tratta di fare i conti. E più mi arrabbio, più m’invade una voglia di pensarla in modo diverso, dimenticare per un attimo tutto il male e rivivere la nostra vacanza a Riccione, quella della scorsa estate, che per me è stata così speciale. Dov’è finita quella mia capacità di ridere di tutto? Perché oggi me la sono presa così? Forse è l’età. Forse è che sono troppo sensibile a certe cose. Ma ci tengo e vorrei che non fossimo arrivate a questo punto, a ripagare i nostri errori con altri errori, a starci male, perché a nessuno piace litigare, ad usare il tono di un altro perché dietro un cellulare è sempre tutto più facile, ma di persona abbasso la testa. Abbiamo litigato, e di tre persone sono la sola che ha chiesto scusa. Non potevo aspettare ancora. Il mio passo indietro l’ho fatto, perché si sbaglia anche quando si ha ragione, e si ha la pretesa di scavalcare tutti, con la prepotenza di certe parole, non ho problemi ad ammettere che ho nascosto perfino i miei sensi di colpa, perché sono testarda ed orgogliosa, esattamente come mio padre. Ma ho spezzato io quel muro gelido di silenzio, ed è stato come tornare a conoscersi un’altra volta. Forse ci sono state tante bugie e tante mezze verità in tutta questa storia, e probabilmente non sapremo mai che cosa sia accaduto, quale gesto, quale frase abbia scatenato un litigio incontrollato, ma é bello quando scopri che le cose si stanno aggiustando, e la tua parte l’hai fatta. Ho chiesto scusa per come mi sono posta, e l’ho fatto con sincerità. Perché ci tengo alla sua amicizia anche se siamo diametralmente diverse. Sarà che sono affezionata a lei, è stata un’amica importante, e forse una delle poche che davvero posso dire di conoscere. Sarà per questo che certi litigi fanno più male di altri. Perché si è tutti più seri, più tristi, anche quando tutti sono pronti a darti ragione. Ecco, non avevo mai litigato così. E spero che non sia più necessario perdere la pazienza, spero in fondo che serva a tutti per riflettere, e capire che cosa non ha funzionato in un lungo arco temporale di rapporto. I litigi non servono per dirsi addio. I litigi, quelli tra amici, servono per imparare a capirsi ed ascoltarsi meglio. 

Leggo oggi sul calendario filosofico 2017: “Bisognerebbe mettersi più spesso nei panni degli altri e chiedersi Se io fossi al suo posto?. Ci renderebbe tutti persone migliori”. (Roberto Rigoni)

E questo l’ho imparato da oggi.

Compagne speciali

E poi incontri quell’unica persona che ti dà tutto il coraggio che sul momento ti manca, che ti fa pensare “allora non sono da sola”, per lo meno non su questa barca, su questo fiume torbido di ignoranza. Trovi la persona che forse non sarà perfetta, ma la senti vicina, anche senza conoscerla. È come se facesse parte di un mondo lontano da tutti, un mondo di cui fai parte anche tu, senza saperlo. E ti ci porta lei lungo i confini di questo mondo claustrale, ti ci trascina con la forza travolgente e la sua mano tesa verso di te. Trovi quella persona che ti cattura, senza dirti niente, anzi sì, parlandoti, come nessuno aveva mai fatto prima.
Non affannarti a cercare di farti comprendere da chiunque: solo chi ha un’anima uguale alla tua ti comprenderà“, diceva Yuri Mazukevich.
Forse è quella l’anima di cui parla. Quell’anima che arriva all’improvviso dentro ad un corpo sproporzionato, nascosta in un pittoresco personaggio che pare uscito dai fumetti, eppure ti fa sorridere, sì, ma ti fa anche stare bene. Perchè con questa persona parli, parli senza freno, parli come se fosse l’unica persona sulla terra disposta ad ascoltarti, e in un certo senso vedi in lei te stessa, con la stessa capacità di capirti, e di darti il consiglio giusto. La pensate nello stesso modo, voi due. Non sempre, non sarebbe possibile. Ma è come se il mondo avesse deciso di consegnarvi lo stesso manuale di istruzioni, le stesse esperienze e la stessa ragione critica per interpretarle. E poi condividete interessi, e se non li condividete ve ne interessate reciprocamente, senza quei pregiudizi che là fuori imperversano e spezzano i legami umani come foglie secche. Trovi all’improvviso la persona giusta di cui tutti parlano, quella da cui speri di non separarti mai. E sei convinta di essere disposta a lottare per lei, per vederla, per passarci qualche ora assieme, per scambiare con lei qualche parola. Sei disposta a dare molto se non tutto per non perderla. Perchè quelle persone non tornano indietro. Le riconosci subito, le afferri per caso, come per un regalo del destino che ha voluto sorprenderci, le afferri e le tieni strette, come qualcosa di prezioso. E cominci così a conoscere quella persona di pregio, ricca come può essere ricco uno scrigno, cominci a costruire con lei qualcosa, una conversazione, che appare ai tuoi occhi come un lungo filo rosso tra le vostre anime uguali. Ci parli, e hai la strana sensazione di stare parlando con te stessa. Come se tu e quella persona vi conosceste da sempre. Eppure siete lì, con i vostri problemi e una gran voglia di uscirne, con la forza nelle vostre tasche e il bisogno di un abbraccio. Siete uguali anche in questo, un grande cuore e la semplicità della cortesia. Forse siete cresciute nella stessa fiaba, con la stessa figurazione del mondo, la stessa voglia di scoprirlo, lo stesso equilibrio tra sogno e realismo che vi fa condividere ogni centimetro cubo d’aria. Le incontri poche nella vita, persone del genere. Le incontri quando meno te lo aspetti, nel mezzo di una giornata come le altre, all’improvviso, quasi fossero scese dal cielo. E vorresti non separartene mai.
Perchè le persone interessanti sono così poche? Con tanti milioni, perchè sono così poche?
(Charles Bukowski)
Perchè non importa quante sono queste persone, perchè sanno farti sentire viva e piena con la sola loro presenza. E allora quella persona, anche sola, sarà la nostra migliore compagna di viaggio.

Metereopatica

Mi hanno detto che son metereopatica. E in qualche modo mi sono accorta che è vero, che l’inverno mi rende pigra, che mi piace sfogliare il calendario e scoprire che sta arrivando la primavera, è come se improvvisamente il tempo avesse un altro significato. Non c’è più quel freddo pungente che mi spinge a chiudermi in casa, e guardare dalla finestra la nebbia immaginandovi dietro le punte dei tetti. Non fa più paura uscire, quando il vento spira violento e sembra quasi prendermi a schiaffi. Non piove, nemmeno quella insistente pioggia invisibile che attraversa le nubi e si posa tra l’erba, silenziosa, lieve. Nel cielo brilla un sole che pare quasi appena nato, bollente sul viso quando mi affaccio alla finestra con la sola maglietta, e mi lascio avvolgere dal suo tepore amico, come fosse un abbraccio. Sono più pigra, se possibile, quando mi accorgo che il tempo sta cambiando, e posso aprire le finestre lasciando entrare un’aria fresca che purifica, e solleva qualche foglio dalla scrivania con fare leggero. Mi lascio trasportare dai secondi che scorrono regolari, noiosi, mentre il sole scende piano piano nell’oceanico orizzonte, alle cinque del pomeriggio, poi le sei, le sette, sempre più forte ogni giorno che passa. Sono metereopatica, e mi incanto a guardare il cielo, ad osservare i suoi colori vivi, ad assaporare quel gusto tenue dei fiori chiusi nei boccioli, ed il profumo dell’erba appena nata, all’arrivo della primavera. E ci credo a fatica, quando scorgo il sole stringermi le palpebre e bruciare, perché ho sempre paura di sbagliare, di essermi illusa che l’inverno fosse morto, e invece sulla carta non é cambiato proprio nulla. Eppure ci sono quei giorni in cui sono metereopatica, e davanti al sole vorrei solo uscire di casa e correre, correre tra i prati dei parchi più deserti, tra le strade affollate di turisti, correre davanti agli obiettivi dei fotografi, ai passeggini fermi sul marciapiede, ai cani legati davanti alle vetrine, vorrei solo correre e respirare un’aria più pulita, come una sensazione talmente reale da apparire tangibile. Vorrei stendermi sul prato e addormentarmi sotto al sole, cancellare quel mio viso pallido che ha il colore dell’intonaco, bianco latte, segnato da qualche rossore. Il sole mi fa quasi rinascere, perché arriva sempre all’improvviso, quando penso di essere ancora nel mezzo dell’oceano, di quell’inverno lungo e labirintico, pieno di freddo, di buio, di noia, di aria chiusa e stantia, ecco, è allora che il sole compare come un neonato inatteso, e irrompe oltre i vetri delle finestre socchiuse. Scalda, bacia ogni angolo, ricopre ogni centimetro, e dona quella piacevole sensazione di primavera, allegra e piena come se il futuro fosse improvvisamente più luminoso. Sono metereopatica, e lo ammetto senza problemi. L’inverno mi parla di noia, di malinconia, e non riesco a vincere la forza centripeta che mi attrae verso il letto, rintanata nella mia stanza quasi fosse un rifugio. Soltanto il sole bussa con delicatezza, e a lui mi concedo di aprire. Si vede che sono metereopatica. Non lo sapevo. In realtà, non me n’ero accorta nemmeno io, di esserlo. Perché ho sempre trascorso le cicliche stagioni adagiandomi sulle atmosfere già costruite, ho sempre adattato i miei pensieri ai colori grigi dell’inverno, e brillanti dell’estate, stereotipi, certo, eppure ci credevo senza rendermene conto. Non ho smesso di crederci, a costo di apparir banale, odio l’inverno e mi sembra ogni anno più lungo. Anche se spunta il sole, mi domando quando mai finisce. Se devo uscire ed è inverno, lavoro per trovare qualche scusa, qualche strana motivazione per rimandare, perché le serate di fitta foschia mi incutono un timore reverenziale. Se devo rimanere in casa quando fuori c’è il sole, inizio a sognare il mondo in quel momento, dovunque, e tutti i parchi della città che si riempiono di bambini e di coppie innamorate, mi prende una voglia folle di uscire, anche senza una meta, uscire per attraversare a piedi la città intera, e respirare i raggi novelli dei primi spruzzi di primavera. Metereopatica, sì. Dipendo dai mesi, dal clima globale, lo so, da fattori più grandi, più enormi di me. Ma non riesco a esultare quando scopro che è inverno, e ancora ci sono settimane da attraversare, nevicate da sopportare, piogge da dimenticare. Mentre il sole, ecco, il sole rivela. Si fa strada tra tutte quelle pagine, saltate durante i mesi freddi, e ne illumina il significato da lontano, mostrando una storia che non è stata vissuta se non da dentro, dalla fessura di un muro di mattoni. Metereopatica, da pathos, coinvolgimento, emozione. Ma sono tanto contraddittoria in quella fase intermedia tra inverno e primavera, caldo e nebbioso, freddo e soleggiato, tiepido e ventoso, mi rifletto nelle previsioni meteorologiche. Ma ne risulta che forse bisognerebbe guardare davvero oltre, oltre questo orizzonte di stagioni stagionate, descritte da un millennio nelle parole degli autori più famosi. Bisognerebbe guardare oltre l’orizzonte, chiudere gli occhi davanti al sole, e lasciarsi trasportare dall’istinto casuale. 

Parole di una metereopatica 

Come e quando 

È in quell’ultima gita scolastica che l’ho capito. È durante l’ultima foto di classe che l’ho capito. Mi mancherà. Perché è tutto e niente, un piccolo pezzo di un puzzle, che in quei momenti ha scritto tanto dentro di me, un romanzo, anzi, molti, uno dopo l’altro, rilegati assieme. L’ultimo viaggio con lei, anche se ci rivedremo in estate, a Zante, in quell’assurda vacanza di maturità che ho deciso di sottopormi. È l’ultimo vissuto così, tutti i giorni a cercarla tra le file immense delle classi, dietro i professori. È l’ultimo viaggio in cui ho potuto trovarla già all’aeroporto, in piedi accanto ad una valigia rossa mezza aperta, con ancora la speranza di ritrovarmi accanto a lei in aereo. Quante volte ci siamo scambiate sguardi furtivi, e quante volte ha vinto lei sul mio vigliacco coraggio che sfugge! Ha ordinato al posto mio, un toast, le patatine al McDonald’s, il caffè al bar, ho lasciato che camminasse avanti a me, che fosse lei la prima della fila, perché io non sopporto parlare con i commessi. Sciocca? Probabile. Fa sembrare tutto così facile. Quella prima sera è rimasta in fila per noi, a combattere per un toast appena riscaldato, ed io mi sono sempre dimenticata di restituirle quell’euro che aveva anticipato per me. Eppure ci penso, a tutto quello che lei mi ha dato. Ci penso sempre. Quante attese sotto il sole sono divenute piacevoli, soltanto perché c’era lei. Potevo guardarla, potevo parlarci, potevo ascoltare e ammirare i suoi occhi dietro un paio di occhiali da sole, e non mi importava più del tempo, o della stanchezza che impietriva le gambe, tutto era più morbido e piacevole con lei, anche sedersi sull’asfalto bollente a guardarsi le mani. Ho capito durante l’ultima gita quanto è bello sentire di esserci vicina. Non ad un passo, ma con il braccio a contatto col suo, strette sulla panchina piena, ed io a respirare l’odore delle sue sigarette preferite, perché il vento spira portandolo verso di me. Indossavamo la giacca, eppure mi sembrava quasi di sentire il calore del suo corpo con il mio. Possibile? È che sono occasioni così rare… Penso a quante volte avrei voluto spostarmi, raggiungerla, stringerle le spalle, o semplicemente stendermi al suo fianco per farla riposare. L’ho vista ad occhi chiusi, con gli auricolari nelle orecchie, seduta per terra, e che ho fatto? Niente. Perché eravamo tutti al nostro posto, seduti per terra, ma lei aveva qualcosa, qualcosa di diverso, di affascinante, di stravagante in quel modo di stare seduta per terra. Forse sono io che vedo troppo. Si, può essere. Ma se potessi scegliere, sarei sempre lì, nella mattonella accanto, ad osservare le sue mani danzare tra il cellulare e le carte da briscola. Durante l’ultima gita scolastica ho capito che qualcosa lo condividiamo davvero. Ci sono tante pagine che non ho mai letto di lei, tante che avrei voluto non fossero mai state scritte, perché gli errori li facciamo tutti, ma su chi appare perfetto fanno forse più male, restano chiusi in una claustrofobica solitudine, e in silenzio vengono rivelati a pochi. Ma dietro queste pagine nere, trovo la nostra serata speciale. Non eravamo da sole, ma eravamo nella mia camera d’albergo. Bevevamo birra, giocavamo a carte, guardavamo la televisione, sul canale 88, perché è facile divertirsi quando basta pochissimo per esplodere in fragorose risate. Eravamo in tanti, eppure cercavo solo lei. Quando usciva per fumare una sigaretta, avrei voluto fumarla con lei (ed io non ho mai desiderato fumare!). Quando rientrava la serata aveva un senso nuovo, ogni volta. Tutte quelle volte in cui non siamo state assieme, il caso o la mia stupida vigliaccheria mi hanno portata in un’altra stanza, ed ora era un riscatto, soprattutto una rivincita, perché l’anno sta per finire e non sono per niente pronta. Segretamente ho brindato per lei, col mio bicchiere di sangria sollevato in aria, ho gridato dentro soltanto perché resti, ancora un poco, magari il tempo di una sola altra gita, perché balli di nuovo con me in una discoteca affollata, o perché canti di notte sulla spiaggia le parole di Vasco. Le imparerei, lo giuro. Ma mi sono resa conto che il tempo corre troppo per poter conservare tutto questo. Ho fumato dalla sua stessa sigaretta, eppure ne ho già dimenticato il sapore. Sono anche stata arrabbiata con lei, ma non ci riesco, perché poi la guardo, e penso che non ho voglia di perdere questo tempo ad inseguire passati fantasmi. Durante l’ultima foto di classe non sapevo nemmeno dove fosse. É stato strano, perché tutto era come improvviso, come se la gita scolastica fosse finita così, in una foto sui gradini della scuola, dietro ventisette stampe della faccia di Samuele. Abbiamo vinto. Come classe, come massa informe di gente fuori di testa, che ha appeso quelle stampe della faccia di Samuele in giro per la scuola, nella bacheca, sugli attaccapanni, sopra la lavagna, accanto alle macchinette del caffè. Solo noi possiamo. E guardando la mia classe di ritorno da Barcellona non posso non pensare che è finita. Manca troppo poco, mi sembra tutto già passato, come se rimanessero sul fondo solamente le briciole, qualche misero giorno da riempire per costruire il futuro. Non è più questo, il futuro. Il futuro è oltre, oltre la gita, oltre la foto di classe. 

Ieri i miei genitori sono andati agli ultimi colloqui con i professori. É stato diverso, si parlava di esami, di maturità, di università, di futuro, sempre quella stessa parola che mi fa crescere l’ansia. Chissà cosa avranno pensato. “Non ci rivedremo più“. Probabile. Era diverso, perché sembrava che non importasse più niente, nessun voto, nessuna risposta sbagliata, c’ero solo io con degli interessi, delle attitudini, dei sogni, ed un messaggio per il professore di italiano e latino: “Lei penso sia il ricordo più bello che mia figlia si porterà dietro. Buona Pasqua”. Lui ha risposto “Auguri, ingegnere!”. Papà, grazie di capirmi sempre. 

Si diventa amici, tutti. E genitori, penso che un poco questi colloqui mancheranno anche a voi. A me sì. 

Quel fioraio indiano

A volte lo chiamano destino, quello che afferra per la gola in un gioco in bianco e nero dal sapore di morte. E come aquiloni le persone volano via, sopra le nostre teste, ed un ultimo sospiro di vento le trascina tra le nuvole. Persone mai viste, e poi quel buon uomo indiano da cui compravi sempre i fiori, caduto in mano alla sfortuna, o forse alla fatalità. Ma non c’è un motivo, non c’è sorriso, solamente lacrime stampate sul giornale e poche parole. Anche i fiori più  giovani e graziosi si perdono nelle tempeste di sabbia che seminano il deserto, forse perché la natura li ha fatti meno forti, forse perché ancora dovevano trovare un letto per le proprie radici. Ma ci si sente cadere, come scivolare in un tunnel oscuro e ritrovarsi immersi nelle acque gelide dell’oceano. Non è come quando scompare una parte di noi, della nostra famiglia, dei nostri amici. È il rispetto, quello che ti legava a quel fioraio indiano morto a quarant’anni, l’ammirazione per la voglia di lavorare, per il sorriso luminoso, per i suoi fiori sempre vivi, freschi. È una sorta di reciproca non conoscenza, legata all’abitudine di lasciare sempre qualcosa, anche solo il rumore di pochi passi tra quei fiori che parevano parlare. È chiaro che ci stai male, ma per qualche strano motivo non ti viene da piangere. Ti arrabbi, perché non lo meritava, un po’ come quando le nuvole grige del temporale oscurano i colori del tramonto, e vorresti poter cambiare le cose, magari quel destino di cui tutti parlano, o discutere con Dio. Ma si libera in aria il profumo dell’impotenza, la consapevolezza che a volte non basta essere buoni, amati, perfino angeli, a volte il sonno ti prende e non ascolta preghiere. Ha un poco il sapore della sconfitta, come la ruggine che dipinge di arancione le tue mani strette al vecchio cancello, e nemmeno con il sapone se ne cancellano le tracce. Forse è ancora più triste, perché non hai ricordi nemmeno guardando la foto della moglie in lacrime, pensi soltanto a quegli sciacalli dei giornalisti che vorrebbero raccontare il dolore con una fotografia. Ma perché intervistare lei? Perché non chiedere a chi passa davanti al suo negozio senza il coraggio di fermarsi e lasciare un fiore, perché tanto di fiori è già pieno? È più facile raccontare la morte. È solo silenzio. Il dolore è come un’immagine sbiadita, proiettata sul telo verde nel set cinematografico, un’immagine che brucia, limpida, quando le luci si spengono, e rimane impressa nello sguardo alla luce del sole. Ed è un dolore per ciascuno diverso, legato ad un’idea che l’istinto ci aveva regalato, ed una sorta di fiducia ingiustificata che forse non è nata mai in un singolo istante. È come una margherita che in primavera nasce, e poi rinasce, in infinite margherite. È una fiducia che si riflette in tutte quelle volte in cui sei entrato in quel negozio respirando il profumo di rose e tulipani, e lui era lì, affezionato ad ogni petalo così come alla vita. Se l’è portato via il tempo, in un gioco crudele in cui si vince e si perde, un roulette russa dal sapore del silenzio. Succede che se ne vadano i migliori, e crolla un pezzo delle tue abitudini, come un muro che si sgretola dopo il temporale. Succede di sentirsi strani, forse troppo poco legati a quel buon uomo indiano scomparso troppo presto. Pensi soltanto che in fondo è triste, e non è giusto. Pensi che avrebbe meritato di più. Ed è come quando, all’inizio di giugno, ancora devi mettere la felpa per non sentire freddo, e ti proteggi chiudendo il giornale, perché non fa altro che farti arrabbiare. Comprerai i fiori sempre nello stesso posto, è una promessa. E percorri la foresta che hai voluto esplorare correndo, esci e ti ritrovi abbagliato dalla luce della vita. È una scelta che va fatta. Per noi, per chi non c’è più. In fondo dal dolore bisogna uscirne, ed è come cadere in mezzo ai rovi, sentire le spine conficcarsi nella carne, il sangue bloccarsi nel minuscolo foro ancora chiuso, e quando ne strappi una fa male, ma sono le catene che feriscono di più. Non sono nodi, ma è come se lo fossero. Sono impercettibili alla vista, come i più piccoli fiori nascosti che il fioraio indiano coltivava con cura, e con quella gioia che ogni mattina portava nel suo negozio. Forse abbiamo tutti qualcosa da imparare dagli altri. Ma a volte ce ne accorgiamo troppo tardi.