Despacito

Poi ti rendi conto che il tuo profilo instagram è stato bombardato da un esercito di sconosciuti che si accalcano a gomitate, riempiendo il tuo telefono surriscaldato di mi piace, e tutto questo grazie a quel Bieber e quel tal Fonsi, che hanno capito come guadagnarsi il monopolio della radio estiva, ed è bastato pubblicare una cover con la chitarra in fingerstyle, per chi comprende il gergo tecnico, che mezzo pianeta ha immediatamente mollato la vita reale per cantare “DE. SPA. SITO. NANANANANANA DESPASITOOOO”. E nel dubbio ha cliccato mi piace. La droga del momento ha effetti collaterali pesanti. 

Ma continuate pure. E se volete rifaccio anche il ritornello. 

Una danza di parole

Adesso chiudi gli occhi, osserva quella farfalla volteggiare, rosea della carne umana intrecciata in due corpi. Osservala volare, scivolare sull’aria come i delfini, stretta nelle sue ali a cinque dita che baciano l’orizzonte. Guarda quell’armonia indistinta, nel buio le anime fondersi in un equilibrio danzante, come la grande quercia carezzata dal vento. Lasciati trasportare dalle onde profumate di vita, dal nodo sciolto di due corpi che si prendono per mano, e rotolano a destra, poi a sinistra, e di nuovo a destra, come angeli innamorati. Lasciati incantare dal morbido lenzuolo di muscoli e ossa, che avanza sul pavimento liscio del teatro, vuoto di emozioni, tutte rinchiuse nell’intreccio delle braccia come arpioni, e poi come serpenti. Chiudi gli occhi e lasciati abbracciare da una danza libera dal tempo, leggera come il volo di una piuma che discende dalle nubi grigie, calpestata dalle gocce di pioggia impazienti. Guarda l’emozione prendere vita nei due corpi fusi assieme, come un fuoco che brucia, e arde il legno avanzando lieve, un passo in avanti, poi un altro, e poi un altro ancora, timoroso di fargli del male, il corpo all’altro corpo. Ma è teatro. Ed è la danza che racchiude quella storia d’amore ermeticamente protetta dal mondo, schiacciata dai quattro piedi che roteano sul pavimento, corrono e si intrecciano, e le gambe anch’esse sono come un lucchetto senza chiave, indissolubili, forti. Guarda quella farfalla posarsi su di un fiore, china in un agglomerato di cuori battenti e sudore, e riesci forse a percepire quella sensazione di calore soffocante, di aria che fugge via, lontano, una sensazione che ti attanaglia lo stomaco e poi più in alto, fino alla gola. Ma non smettono di danzare. Sono in due, ma il corpo è uno solo. Non v’è momento in cui le loro mani sfiorano l’aria tutte quante, nè mani chiuse a pugno dentro la tasca dei pantaloni. Si completano come gli ultimi due pezzi di un puzzle, che dall’inizio scartavi, insicura di ciò che fossero, ed ora sono l’essenza dell’opera. Guardali animare il palco, buio, con una marea leggera che pare un vento, una brezza che scuote gli ombrelloni sulla spiaggia e le antenne in città. Guardali animare il pubblico con la loro stessa anima, come chiusa in un barattolo di vetro con un foro, ed un dito a tappare quel foro. Soltanto in pochi sanno leggere questa danza. La risposta sta dentro di loro. Nei loro sguardi bassi, immersi nella ricerca di perfezione irraggiungibile; nelle loro fronti a contatto, chini i due corpi sul pavimento come colonne spezzate, eterne, mutilate ma vive; nelle loro mani tessute assieme, solide come un muro di mattoni rossi; e nei loro cuori che vogliono uscire allo scoperto, perchè il ruolo di farfalla sta loro stretto. La musica tende a rallentare, come un bimbo che dopo il pranzo lascia cadere la palpebra, e libera tutta la fiducia verso l’altro. E con la musica, i ballerini tendono a raggrupparsi in sciami, piccoli branchi di braccia e gambe come anguille, a catturare le persone nell’oscurità di ciò che non possono vedere, magari il viso, qualche sguardo perduto, il passo sbagliato e poi nascosto. La danza è un discorso meraviglioso. Un discorso silenzioso, un discorso conciliante, mai due corpi e due persone, ma una sola persona ed un solo corpo. E nella danza che va spegnendosi le mani si apprestano ad applaudire, osserva la libellula nascondersi tra i petali del fiore, e rotolare come una trottola ai suoi ultimi giri, fino ad accasciarsi su di un fianco, stanca. È la farfalla di prima, quella che nel buio aveva cominciato a volare. Ma la danza dei due corpi ci ha raccontato che cos’è l’amore.

Parla il bignè

Parla il bignè, e corrompe le mie maniglie a metà del corpo, mangiami, mangiami, con la sua glassa al cioccolato. Pare lievitato, che nemmeno Banderas ha idea di come sia stato possibile. Mistero della chimica. La crema al suo interno si mostra gustosa, abbastanza liquida da scorrere lungo le dita fino alla camicia bianca, esattamente sull’ombelico, con quel colorino disgustoso marroncino scuro. Ma parla forte, il bignè eloquente. Sostiene di essere buono. Sarà vero? Il suo problema è che al primo morso esplode come una granata, la glassa precipita come le tegole durante un tornado, la crema fuoriesce che pare l’Etna in eruzione, e cosa resta in mano? Altra crema, briciole, un fazzoletto sporco. E se la ride, ‘sto bignè, perché tutte le volte è la stessa cosa, tutte le volte come un cane affamato devo fare la scarpetta con il dito sulla tovaglia di cucina, altrimenti chi la sente la donna di casa che ci vede trenta decimi? Così passo al secondo morso del bignè. E lui parla, parla, mi rassicura dicendo che nessuno si accorgerà di lui, che sparirà. Certo, come no! È più falso di qualsiasi leader politico. Il suo destino è palesemente quello di invadere lo strato di lipidi e farlo quadruplicare, così che in una notte il paraurti diventa un gommone, e i nostri sensi di colpa li porteremmo in confessionale. Non lo facciamo, abbiamo una dignità. E poi cosa potremmo dire? Che un bignè ha parlato? Abbiamo ricevuto la rivelazione sbagliata? Le braccia del cioccolato asciugano qualsiasi lacrima? No, no. Il bignè é colpevole, punto. Anche perché poi non finisce mica così. No, certo. La domenica piomba in casa un vassoio da cerimonia di pasticcini, perché si sa, la domenica é un giorno speciale, il giorno del chilo in più e delle lavatrici, un bignè non cambia di molto le cose. Ed ecco che i bignè gridano tutti assieme, mangiaci, mangiaci, ed io come faccio a dire di no? Ditemi voi, con quale cuore rimettere quei pallini golosi nel frigorifero, al freddo e al gelo? E ne mangio uno. Gli altri cominciano a sudare, le goccioline rendono la glassa una colla vinilica, l’impasto si impregna di crema. Ce n’è uno con la panna. Mangio quello, la nonna dice sempre che la panna si rovina. E la mia faccia cosparsa da una bava bianca da cane randagio che più cerco di pulire più si sparge uniformemente. Restano pochi bignè che urlano manco fossero stati dipinti da Munch. Mi decido, non li ascolterò, basta. Li incarto. Ed esce un pacchetto informe che potrebbe contenere di tutto, dalle patatine ad un motore a scoppio, non si riesce a capire. Li nascondo in frigorifero, si dice spesso lontano dagli occhi lontano dal cuore. Ma i bignè nel frigorifero sono una condanna. Perché avanzano lì, e soltanto tu sei in possesso delle informazioni necessarie per aprire il cartoccio sigillato ermeticamente con lo scotch. E lo fai. Sei troppo altruista per dire di no. Ogni volta odi quel mangiami, mangiami. I bignè insegnano alle zanzare a rompere le palle. Davvero. Solo che le zanzare ti pungono di nascosto, ti gratti a sangue per due minuti e tutto torna come prima. I bignè no. I bignè restano impressi nel sedere, nelle cosce, nei fianchi, che pare ci sia scritto in fronte “OGGI HO MANGIATO UN BIGNÈ AL CIOCCOLATO”. Il peggio è poi quando la crema ti finisce sulla punta del naso e nella fretta esci di casa col pallino marrone in bella vista. È un po’ come girare a dicembre con una maschera di carnevale. Ti prendono per scemo. Ecco la perfidia dei bignè. Quello che non ti dicono. Quelle subdole tecniche di persuasione, e quel mangiami, mangiami da martello pneumatico. Tenetevi alla larga da essi.

Mancante

Era l’occasione per quel bagno in piscina sotto la pallida luce delle stelle, ma é sfumata come nebbia, e non sono riuscita nemmeno a chiederti scusa. “Per cosa?”, mi avresti chiesto. Scusa per non averti ancora detto che sei bellissima, che sei folle, e che sono certa che anche questa sera, quando tu sarai alla festa, il mio sogno notturno ti cercherà, per tuffarci insieme nell’acqua celeste. 

Distanze tra di noi

Era lì, afferrabilissima come poche, lei che per prima ha afferrato me, indifesa dietro le mie barriere di gomma, ed io sono fuggita nel mondo dei miei timori e dei miei dubbi, sono fuggita nel silenzio che tanto mi culla e nello stesso tempo mi ferisce con unghie taglienti. Siedevamo accanto, e con un gesto avrei potuto rievocare quell’abbraccio che in questi giorni mi è tanto mancato, avrei potuto averla e stringerla al mio corpo per non farla scivolare via. Provo quella sensazione, come se qualcosa ci stesse trascinando su direzioni opposte, due strade parallele che ad un certo punto si sgretolano, ed una finisce in una valle verde, quell’altra sulla cima del monte. Posso soltanto guardarla da lontano, colpa della mia mancanza di coraggio, dell’incapacità feroce di vedere ciò che ancora ci unisce, quel fiume trasparente e buono che scorre dal monte alla valle verde. Quasi vorrei ora rincorrere quell’autobus che ci ha divise, nel giorno in cui ho ricevuto la sua rinnovata fiducia in me, ed io non ho saputo che raccogliere la nostra sabbia in un barattolo di speranza nel futuro. Spero. Spero che la giostra su cui giocavamo soltanto un anno fa torni a girare, ma nel verso opposto, per poter ricominciare da niente questa amicizia che ora m’appare come ghiaccio al sole. È fragile, siamo fragili, fragili come la ruggine che si sgretola sotto le unghie malvagie del bambino, fragili come un foglio di carta antico. Ed è colpa mia, che non ho saputo capirla ma prima di tutto non ho saputo capire me stessa. Ma forse anche la sua mancanza di pochi giorni addietro, di non avermi rivolto una parola per quel regalo ch’io non ho mai visto, ma di tasca mia ho pagato. Lo sa? Lo ricorda? Non ho avuto il coraggio d’alzare gli occhi, che fissavano incessantemente il mondo attorno a me, e di rivolgerli dentro i suoi, verdi come li ricordavo, non ce la faccio, non ci sono mai riuscita. Ma vorrei che ritornasse il tempo in cui non mi sentivo così, così estranea nel suo mondo fatto di tanti pezzetti di un puzzle che non riesco a risolvere. Mi domando quale legge fisica mi abbia impedito anche solo di rispondere a quel “Ci vediamo presto” ripetuto come una formalità obbligata, nulla se non un “Sì”, come se il mio cuore avesse cominciato a battere dall’istante successivo, ed in quel momento non fossi io. Eppure mi manca. Mi manca anche se attorno a me ci sono altre persone, e forse è proprio questo che quasi mi lacera il corpo in due, la certezza sulla destra, e una scommessa sulla sinistra. È lei la scommessa. Quella scommessa che mi ha permesso di ricominciare da zero quando stavo per gettare l’ancora nel porto, quella scommessa che con il suo carisma e le sue labili sicurezze mi hanno regalato una forza strana, che ora sento allontanarsi da me, e non voglio. Non voglio perdere tutto quello che ci lega, non voglio perderla perché con lei ho passato momenti bellissimi, che ora sono come un peso chiuso nello stomaco che non riesco, non posso digerire. Forse si tratta di un momento, di una mia fantasia senza guinzaglio, forse siamo entrambe due satelliti in orbita, destinate ad inseguire pianeti distinti. Ma quando ci siamo incontrate ho giurato a me stessa che non avrei fatto di nuovo lo stesso errore. Non l’ho fatto, è qualcosa di diverso. Qualcosa di cui non è colpevole più di me o di chiunque altro in questa nostra storia. Saranno le nostre differenze, quelle che ogni volta rivedo come una trappola dei miei puri diciassette anni d’età, ed ora che lei è maggiorenne, dovrebbe essere tutto quanto uguale. Ma oggi no. Oggi c’era quella mostra muta, ed io che le stavo accanto guardavo di nascosto il suo sorriso, e quel suo sguardo ingenuo ed innocente che correva veloce. Non ricordo la mostra, ricordo lei. Ma non ho saputo dire nulla se non qualche parola, dopo aver cercato nella testa che cosa avrebbe voluto sentirsi dire. Rimpiango le occasioni che ho avuto, e che mi lasciano con il solo sapore amaro disciolto in bocca. Ma non mi arrendo a questa distanza che si è venuta a creare, non mi arrendo oggi e non mi arrenderò domani, perché è una delle cose più belle che mi siano capitate. E il suo abbraccio, ha quel profumo a cui non potrò mai rinunciare.

Ultima pagella 

L’ultima pagella è un enigma, un tirare a sorte con un dado tra soddisfazioni e delusioni.

Un otto in matematica: non avevi forse detto che il mio era un livello basso? Non ho per caso preso un tre nell’ultima verifica? La matematica magari è davvero un’opinione…

Otto in fisica: per che cosa? Che se mi parli di relatività ti so dire soltanto E=mc^2…

Il sette in inglese ha un suo senso, in fondo è da cinque anni che non prendo più di sette, da cinque anni che ci provo e il massimo che ho ottenuto è stato un più alla fine, in piccolino.

Dieci in scienze: mai visto. Ho dovuto cercare conferme della sua esistenza. Non pensavo si potessero inserire numeri a due cifre.

Sette in storia, onesto considerati i precedenti. Il mio primo quattro lo presi in terza elementare. Forse ci ho sperato fin troppo, se il professore ha il braccio corto non si fa…

Un otto in filosofia, lo avevo già previsto, mi fa piacere. Mi fa piacere soprattutto perché è uno dei pochi voti dotati di senso.

Otto in latino, mi fa ancora più piacere visto che a volte, di notte, mi sono trovata a sognare le versioni di Seneca.

Otto in italiano, e qui emerge il mio lato pignolo ed orgoglioso. Ho letto quasi tutti i miei temi ad alta voce, non ho mai preso meno di nove, pensavo che forse avrei potuto distinguermi, leggere quel nove sulla pagella, unico, da solo, in quella materia che ho sempre amato studiare, pensavo che me lo sarei meritato, e non mi lamento di certo per i miei risultati, perché tutti quei momenti restano, è solo che… le aspettative spezzate un poco fanno male.

Otto in storia dell’arte, piovuto letteralmente dal cielo visto che di storia dell’arte nessuno ha mai letto, visto o sentito niente.

Un otto in ginnastica, merito delle ore passate a giocare a biliardino, il voto minimo che la professoressa ogni volta dà, e che mi rifila con il cuore. Ma sono consapevole del mio spirito di iniziativa pressoché nullo, dell’inutilità della mia presenza in una squadra e della mia incapacità in qualsiasi genere di attività sportiva. Sono stata brava solo nel corso di primo soccorso.

Ottimo in religione, facile: bastava essere sempre presenti alle cene con il professore, una pizza con film piacevole piacevole.

Nove in comportamento, miracoloso dopo le minacce di vederlo crollare a picco: ho suggerito alle interrogazioni, ho copiato durante le verifiche di matematica, mi hanno ritirato il cellulare, mi hanno stracciato i bigliettini, anche se erano grandi quanto un francobollo, poi son stata mandata fuori dalla porta, certo senza motivo, così ha detto il professore in persona, e infine come negare tutte quelle volte in cui ho riso a lezione? 

Concludo l’anno e leggo sulla pagella: ammesso all’esame di stato. 

In fondo ciò che conta davvero é questo, e di tutto il resto… sono soltanto dei numeri. 

Pensandoci

Non sapere come viverla, quando c’è tutto

Mai successo?

È il caos

Perché da un lato hai paura, una paura fottuta di fare uno sbaglio, di affrontare la cosa nella maniera peggiore e rimanere con i rimorsi, paura di non farcela, di fallire, di sentirsi impotenti e poi gli unici imbecilli di tutta una massa

Da quel lato al tempo stesso ci provi, con i soli mezzi che hai, poveri e scarni, ci provi come chi rema con le sole braccia, e nonostante la paura combatti a denti stretti, contro la noia, contro il tempo, contro tutte quelle formule che non vogliono entrare in testa, e a tratti ti prende lo sconforto, per forza, perché quella paura fottuta è razionale, c’ha ragione

C’è una voce, dall’altra parte della coscienza, che sussurra, contraddittoria, un giorno una cosa, un giorno un’altra cosa

“Non ti credo, tu puoi farcela benissimo, il problema sei tu, che non credi in te stessa, sei tu che non credi nelle tue capacità, ma hai studiato per questo ed ora eccoti qui, a tuo dire impreparata a tutto: sbagli atteggiamento”

Quanti me lo hanno detto!

Definite atteggiamento, ve ne prego

Cosa sbaglio? Cerco sempre di crederci, di guardare, di osservare con verità: e sbaglio.

Quando ero certa di me, mi hanno detto di esserlo di meno; quando mi mancava un gradino, mi hanno sollevata su dei trampoli di legno; ed oggi che vorrei solo poter guardare negli occhi i miei simili, mi ritrovo nella mia situazione, con qualche arma che non so più usare

Come si sbaglia l’atteggiamento? In fondo non si studia, non c’è una legge, non c’è un libro, un manuale da imparare, nemmeno l’esperienza insegna, perché a volte é soltanto questione di fortuna, di caso, di momenti, altre volte l’atteggiamento è giusto ma non viene compreso, ed è un caos, davvero, che non capisco più

C’è un’altra vocina, nella mia coscienza, che sussurra celata

“Ma ti sei vista? Non ce la farai. È inutile che speri senza poi reagire mai, non serve crederci a parole e poi dormire su tutti i fatti, non é questa la soluzione ad un problema: ma il problema c’è. Forse non riuscirai mai a risolverlo, te ne sei accorta troppi tardi, o hai deciso di considerarlo problema troppi tardi. La sola che puoi fare, è cercare di arginarlo”

E come si fa? Sarà che sbaglio ancora atteggiamento? Forse che devo dare tutto, ma questo tutto non so dove si trovi?

Vorrei che mi potessero leggere dentro, interpretarmi, capirmi più di quanto io ci abbia capito in questi anni, perché le voci si sovrappongono in un coro altisonante, ma chi devo ascoltare?

“Il momento di giudicare non è adesso, devi ancora dare il massimo, devi ancora migliorare, devi ancora affrontare quel problema, e non puoi dirlo, non puoi nemmeno parlare adesso, perché non sai, e se non sai semplicemente sei ignorante. Ignori il problema. Ecco il motivo di questo atteggiamento”

Ma che tormento! Questo atteggiamento mi farà impazzire

Mi è stato detto che con esso offendo, e per giorni mi sono chiesta che cosa ci sia di sbagliato in me, se siano i miei occhi a parlare, o quel mutismo di cui a volte mi rivesto, ho cercato di comprendere: forse dovrei rispondere con una voce diversa? Forse sono le mani? La postura? 

Atteggiamento. Eppure mi sembra di sedere sempre allo stesso modo

Non sapere come viverla, perché tutti si aspettano qualcosa 

“Devi dare il massimo per avere il massimo, voglio vederti prima, come i vincitori delle gare olimpiche, che venderebbero un rene per salire sul podio”

“Voglio che ti sia dato ciò che meriti, perché credo nelle tue capacità, non puoi permetterti di umiliarti, di mollare adesso per perdere la tua coppa, devi resistere al vento contrario, alla tentazione di lasciar perdere, perché ti é dovuto ma devi ancora guardagnartelo del tutto”

“Devi fare quello che devi e quello che puoi, anche se fallirai. Non importa, sarai perdonata, perché più di quello non si poteva niente, e se quello sarà stato poco, servirà da lezione per il futuro. Anche le sconfitte insegnano”

E che devo fare io? Se non viverla con l’ansia?

Poi c’è l’euforia: la novità, la fine, il nuovo inizio, gli addii romantici dei ragazzi con gli adulti, e le ultime foto, gli ultimi regali, gli ultimi momenti insieme

E che fare della fretta di finite, di dare questo esame, chiudere a chiave il portone e trasferirsi? È una fretta sovrumana che priva di ogni forza, e l’immaginazione naviga, non s’incaglia mai. 

Poi la gioia, assurda vero? 

Perché c’è anche la nostalgia, e quella quasi mi fa piangere. Anzi, adesso, mi fa pensare che nessuno è destinato a rimanere, ad incontrarmi, a raccontarmi di sé, e ci si perderà, già lo so, ognuno immerso nel suo mondo universitario

Di nuovo gioia, perché quel mondo mi incuriosisce

Ma la paura fottuta cresce, palpita, scalpita, e non posso altrimenti se non con la carezza quietarla: una bambina, un cucciolo impazzito che si siede

Ma come posso mai viverla io, con un parlamento di voci dentro, e nessun partito di maggioranza a governare? 

È il caos, perché non so chi possa vincere, anzi forse ogni mattina il vincitore cambia volto, ma la ragione ce l’hanno tutti.