Mode estive

Il caldo di giugno, e tecnicamente parliamo ancora di primavera inoltrata, imperversa, e con costui si ripresenta il Problema, quello con la P maiuscola. No, non parlo dei servizi ai telegiornali che invitano anziani e bambini a chiudersi in casa. Parlo delle mode estive. Quelle terribili mode che cercano di mescolare comodità e stile in un outfit da arlecchino ubriaco. Tanto per cominciare, i pantaloni larghi. Mi sembra quasi di essere finita nel far West, con questi tubi di carta morbida che si fermano appena sopra la caviglia per mostrare il calzino Nike, e nel mentre ondeggiano, peggio delle tende del mio salotto quando c’è corrente. Dicono però che siano comodi. Non lo metto in dubbio: mia madre ha un pigiama dello stesso modello, comodissimo. Secondo problema: i sandali. E qui possiamo spaziare tra una moltitudine di modelli indefinibili. Ci sono i sandali del mercato, cinque euro e sono tuoi, di cartone, che al primo temporale si sciolgono come zucchero nel caffè, fatti in modo da resistere una stagione, non un giorno, non un’ora di più, sia mai!, e allo scoccare della mezzanotte la suola si incolla all’asfalto come una medusa spiaggiata. E niente, addio sandali. Poi abbiamo le mitiche Birkenstock, altresì dette ciabatte di sughero. Quelle che sul finire della stagione iniziano a macchiare i piedi di marrone, poi di arancione scuro, infine di arancione evidenziatore, che sembra tu abbia messo il piede direttamente nel caminetto. Talmente famose che tutti provano a farne delle imitazioni. Una volta provai a comprarne un paio da Pittarosso, quello della Simona Ventura che canta: dopo una settimana di vesciche esplose come bombe atomiche ho scagliato le suddette scarpe nel primo cestino di Otranto. Ebbene sì, ero in vacanza al mare. Per la moda maschile non posso non citare invece i ciabattoni: avete presente quelle morse infernali che si legano al piede lasciando cicatrici da strappi, quelle marroni, quelle dei venditori ambulanti, che vanno bene per l’estate, perché tanto fanno caldo, ma anche d’inverno, perché tanto fanno freddo. Sono i ciabattoni che mette mio nonno quando deve innaffiare il giardino: si intravedono soltanto le dita, e da qualche foro sparso il colore della pelle del piede, intrappolato in una scarpa da trincea. I turisti seguono invece le proprie mode: le ciabatte di gomma. Quelle da piscina, per intenderci. Quelle che se ci soffi sopra si smontano. Mia madre cadde dalle scale per colpa delle ciabatte di gomma, mai fidarsi. Fa eccezione il mio ormai ex professore di matematica del liceo, lui alternava i ciabattoni blu elettrico ad un paio di scatolette ovali tutte bucate, che ti incantavi a contare i fori e nel mentre le sue ditona tamburellavano come su un pianoforte. Qualcosa di psichedelico, non c’è che dire. Da enumerare tra le mode estive femminili la tutina. La cito perché mio padre e la mia migliore amica si stanno coalizzando per farmene comprare una. Che cos’è? Niente. Non è assolutamente niente. Non è un vestito, perché una tuta da operaio sarebbe più elegante. Non è un top, perché prosegue fino alle ginocchia. Ma non è nemmeno un paio di pantaloncini. È un pezzo di stoffa che ti ingabbia facendoti apparentemente sentire più libero e fresco, ma nel realtà ha ben altri problemi: innanzitutto i pantaloncini sembrano sempre quei costumi da bagno maschili, larghi e stropicciati, che sballonzolano insieme alle cosce lasciando quasi intravedere il sedere. Se invece provano a fare una tutina aderente, mi sento come quei subacquei che scompaiono in una sensualissima muta, con l’agilità di un pinguino. Non male. Non ho comunque intenzione di comprare una tutina, mi sentirei fuori luogo, sotto osservazione, perché diciamocelo, io con i pantaloni larghi sembro una netturbina. L’ultima moda estiva che mi sento di citare, perché me ne sono accorta recentemente guardandomi allo specchio, riguarda gli occhiali da sole. Occhiali che ormai sono denaturati. Non servono più a vedere, a proteggerci dal sole, a guidare col raggio in faccia. Gli occhiali da sole servono da arredamento in testa. Belli da vedere, portati come un cerchietto, in caso di vento impediscono alla chioma di disperdersi come un nido di piccione, mentre in caso di sole proteggono la calotta cranica da bruciature lungo l’attaccatura dei capelli. Poi adesso vanno di moda quei modelli abnormi, magari tondi, che pare la maschera di carnevale di John Lennon. Io sono rimasta a quelli da cinque euro del mercato, funzionali, col marchio Rayban resistente alla pioggia, efficaci per l’uso che non devo farne, e soprattutto perfettamente perdibili in strada o dimenticabili sul bancone di un bar senza rimpianti. Ah le mode estive. Con i saldi ne vedremo delle belle. 

Parla il bignè

Parla il bignè, e corrompe le mie maniglie a metà del corpo, mangiami, mangiami, con la sua glassa al cioccolato. Pare lievitato, che nemmeno Banderas ha idea di come sia stato possibile. Mistero della chimica. La crema al suo interno si mostra gustosa, abbastanza liquida da scorrere lungo le dita fino alla camicia bianca, esattamente sull’ombelico, con quel colorino disgustoso marroncino scuro. Ma parla forte, il bignè eloquente. Sostiene di essere buono. Sarà vero? Il suo problema è che al primo morso esplode come una granata, la glassa precipita come le tegole durante un tornado, la crema fuoriesce che pare l’Etna in eruzione, e cosa resta in mano? Altra crema, briciole, un fazzoletto sporco. E se la ride, ‘sto bignè, perché tutte le volte è la stessa cosa, tutte le volte come un cane affamato devo fare la scarpetta con il dito sulla tovaglia di cucina, altrimenti chi la sente la donna di casa che ci vede trenta decimi? Così passo al secondo morso del bignè. E lui parla, parla, mi rassicura dicendo che nessuno si accorgerà di lui, che sparirà. Certo, come no! È più falso di qualsiasi leader politico. Il suo destino è palesemente quello di invadere lo strato di lipidi e farlo quadruplicare, così che in una notte il paraurti diventa un gommone, e i nostri sensi di colpa li porteremmo in confessionale. Non lo facciamo, abbiamo una dignità. E poi cosa potremmo dire? Che un bignè ha parlato? Abbiamo ricevuto la rivelazione sbagliata? Le braccia del cioccolato asciugano qualsiasi lacrima? No, no. Il bignè é colpevole, punto. Anche perché poi non finisce mica così. No, certo. La domenica piomba in casa un vassoio da cerimonia di pasticcini, perché si sa, la domenica é un giorno speciale, il giorno del chilo in più e delle lavatrici, un bignè non cambia di molto le cose. Ed ecco che i bignè gridano tutti assieme, mangiaci, mangiaci, ed io come faccio a dire di no? Ditemi voi, con quale cuore rimettere quei pallini golosi nel frigorifero, al freddo e al gelo? E ne mangio uno. Gli altri cominciano a sudare, le goccioline rendono la glassa una colla vinilica, l’impasto si impregna di crema. Ce n’è uno con la panna. Mangio quello, la nonna dice sempre che la panna si rovina. E la mia faccia cosparsa da una bava bianca da cane randagio che più cerco di pulire più si sparge uniformemente. Restano pochi bignè che urlano manco fossero stati dipinti da Munch. Mi decido, non li ascolterò, basta. Li incarto. Ed esce un pacchetto informe che potrebbe contenere di tutto, dalle patatine ad un motore a scoppio, non si riesce a capire. Li nascondo in frigorifero, si dice spesso lontano dagli occhi lontano dal cuore. Ma i bignè nel frigorifero sono una condanna. Perché avanzano lì, e soltanto tu sei in possesso delle informazioni necessarie per aprire il cartoccio sigillato ermeticamente con lo scotch. E lo fai. Sei troppo altruista per dire di no. Ogni volta odi quel mangiami, mangiami. I bignè insegnano alle zanzare a rompere le palle. Davvero. Solo che le zanzare ti pungono di nascosto, ti gratti a sangue per due minuti e tutto torna come prima. I bignè no. I bignè restano impressi nel sedere, nelle cosce, nei fianchi, che pare ci sia scritto in fronte “OGGI HO MANGIATO UN BIGNÈ AL CIOCCOLATO”. Il peggio è poi quando la crema ti finisce sulla punta del naso e nella fretta esci di casa col pallino marrone in bella vista. È un po’ come girare a dicembre con una maschera di carnevale. Ti prendono per scemo. Ecco la perfidia dei bignè. Quello che non ti dicono. Quelle subdole tecniche di persuasione, e quel mangiami, mangiami da martello pneumatico. Tenetevi alla larga da essi.

Immagini tra amiche 

E si comincia così, tra una chiacchiera e l’altra, a ridere sprofondando nei cuscini, perché mi diverto con poco, io, con lei, mi diverto a scorrere le immagini e invadere il suo telefono, mi diverto a leggere i suoi “HAHAHAHA” che rimbombano e pulsano sullo schermo, mi diverto a immaginare il suono della sua risata, quello che mi trascina nel delirio senza che vi sia un vero e proprio motivo. Come faccio? Con delle immagini. Perché tra tutto quello che ci lega davvero, c’è una cosa su tutte: la spontaneità. E so che con lei posso fare, dire o scrivere le peggiori cretinate, e saremo sempre ancora più migliori amiche.

Non si può sempre essere seri. Le amiche servono anche a questo. Ti voglio bene amica mia. E un dito medio per te, perché solo noi ci mandiamo a quel paese col sorriso. (E ci organizziamo le serate per cenare con le crepe alla Nutella). 

Gli è partito l’embolo

Vena del collo che pulsa, sguardo indemoniato, faccia che pare un semaforo. Credo che tutti abbiano assistito almeno una volta alla cosiddetta incazzatura di qualcuno. Solitamente tutto accade in un istante qualsiasi, in una giornata qualsiasi, così come uno pneumatico esplode mentre si viaggia in autostrada e l’auto si ribalta come una barchetta di carta. È come una granata. E Godzilla si impossessa del corpo umano, non prova più nessun tipo di dolore, non percepisce il principio di infarto, il braccio che lascia la sua impronta quando piomba sulla scrivania, l’ugola che se non fosse incollata alla gola sarebbe già volata sul lampadario. Nulla di tutto questo, solo devastante furia omicida. L’uomo incazzato è un dinosauro affamato. Lo riconosci perché sembra aver perso l’uso delle palpebre, come se le palle degli occhi spingessero per venire fuori, e poi c’è quel colore rosso bruciacchiato, quasi avesse messo la testa nel forno per un’ora. E infine urla. Un urlo disperato, le corde vocali che cigolano, una voce che pare provenire dall’oltretomba e che rimbalza tra le pareti drizzando i peli di chiunque si trovi nei paraggi. Grida in una stanza chiusa? Non importa. Le urla fuoriescono dalla serratura, si diffondono come un’epidemia, come un allarme in piena notte che non si spegne mai. L’uomo incazzato ha la violenza di un assassino, con la mano picchia furiosamente il tavolo quasi fosse una padella, e mena, e mena, fin quando non rimane il solco, e le falangi si spargono sul pavimento una dopo l’altra, il polso perde la sua sensibilità. E tra un colpo e l’altro volano per la stanza penne e quaderni, una specie di gara olimpionica di lancio del libro, mentre la sedia vaga indisturbata da un angolo all’altro. Quando gli parte l’embolo non lo ferma più nessuno. Ho visto uomini incazzati sollevare a due mani un tavolo e lanciarlo fuori da una stanza, ho visto uomini incazzati prendere a pedate la fotocopiatrice, ho visto uomini incazzati ricavare mille coriandoli da un solo foglio di carta. Dove? A scuola. Lo zoo per eccellenza. Come quando la professoressa di scienze ci ha urlato in faccia sbattendo forsennatamente il libro sulla cattedra, mentre il ciuffo ribelle andava a tempo con il battito del mattone sul legno. O come quando il bidello Andrea è stato cacciato a male parole e porte in faccia, reo di aver interrotto una lezione di fisica. Incazzato, adirato, furioso, chiamatelo come vi pare, ma vi assicuro che non c’è nulla di più pericoloso. Perché quelle urla le riconosci anche a chilometri di distanza, sono come la sirena dell’ambulanza, ti entrano dentro, un po’ come quando ti piazzi davanti agli altoparlanti e senti il tuo corpo ondeggiare investito dalle onde sonore. Quelle urla ti frantumano i timpani peggio del pianto di un bambino, peggio delle unghie sulla lavagna. E non puoi nemmeno ridere, con quello che la mia professoressa d’inglese chiama riso nervoso. Ecco, davanti alla furia omicida mi viene  da scoppiare a ridere come se non ci fosse un domani, ridere mentre qualcuno scaglia vocabolari in giro per la classe in cerca dei fantomatici bigliettini, ridere mentre il professore ci mette 1 sul registro soltanto perché 0 non esiste, ridere perché mentre urla e si agita come un neonato il gesso finisce polverizzato, la cattedra sembra terremotata, e i libri vengono scagliati nella galassia accanto. Ridere. Mentre gli parte l’embolo e la vena del collo si gonfia come un airbag. Non riesco ad assistere a questi momenti di totale follia animalesca in serietà. Mi viene da ridere mentre ci affibia l’epiteto di “cretini”, scandendo la erre come se ce ne fossero sette, mentre cala il silenzio e si sente soltanto l’urlo di rabbia provenire dagli abissi, mentre perfino la professoressa di ginnastica riesce a dominare la scena piantandosi in bocca il fischietto deleterio. È così che ci si avvia verso la sordità. Da qualche embolo che parte, dal nulla, per una luna storta, il piede sbagliato appena uscito dal letto, piccolezze che si trasformano in catastrofi udibili anche ai poli. Da lontano scorgi lo yeti avanzare a grandi falcate, con i pugni chiusi e lo sguardo truce, e capisci che sì, sarà un inferno. E te lo aspetti, anche nelle persone che paiono più angeliche, tutte fragili e apparentemente dolci. Poi dai loro in mano una cattedra e un libro, e diventano maestri di karate, afferrano le pagine con entrambe le mani e piantano il libro nel legno con tutta la forza che hanno in corpo. E l’embolo parte per la tangente, come si dice dalle mie parti. Non lo riprendi più. La vena del collo sarà irrimediabilmente deformata. I capelli perduti doppia punta dopo doppia punta, le mani palmate per fare più rumore. Perché poi ci sono delle tecniche per picchiare il tavolo, mica è cosa semplice. E non è semplice nemmeno incazzarsi con classe, bisogna ammetterlo. C’è chi si limita a due parolacce e la testa china, e chi invece opta per una scena teatrale e plateale nell’atrio della scuola. Professore contro professore, due emboli partiti in situazione di parità, corde vocali rinforzate, un po’ come i calli del chitarrista, e acerrimi nemici l’uno dell’altro, con una voglia matta di litigare. La stessa voglia che hanno le donne di svaligiare una pasticceria prima del ciclo mestruale. E così è partito l’embolo, così durante la lezione di fisica il gomito del professore è rimasto incastrato dentro l’anta dell’armadio, così tutte le matite nei paraggi hanno perso la loro punta, così gli studenti hanno cominciato a chiedersi cosa fosse successo. E l’embolo gli é poi passato, magari il giorno dopo, magari dopo una settimana, magari dopo l’intervento della moglie o della Spa più vicina. Ma poi ti passa. Eppure da qualche parte ti restano le tracce di quella incazzatura in cui l’anello si è aperto a metà sbattendo sul tavolo… con delicatezza. Se le tracce restano a noi studenti, che vediamo i professori indemoniati compiere stragi, stracciare dei compiti e umiliare gli interrogati a suon di urla e gessi conficcati nella lavagna, ecco, se le tracce restano a noi, come potrebbero non restare anche ai professori?

Se ti parte l’embolo, in fondo si rischia l’embolia.

Avere la risposta pronta

Ci vuole arte.

Sai che ore sono? Sì.

Che prodotto usi per i capelli? Acqua della doccia.

Sei dimagrita? No, è la mia controfigura.

Porti gli occhiali? No, sono una fan di Harry Potter.

Come vai a scuola? Con le gambe.

Posso dirti la verità? No, prendimi per il culo, ti prego!

Ma ti sei sporcata? No, provo a lanciare una nuova moda.

Hai una penna? No scrivo con il sangue.

Hai fame? No, sono un vampiro, non mangio mai.

Al vegetariano: “Come fai a non mangiare carne?”, “Sai, pago una badante perché mi chiuda in bagno quando mi avvicino ad una bistecca

Stai bene? Sì, certo, mi sto solo preparando per un provino per un film horror, perché?

Ma come fai a mangiare a quest’ora? Ho messo indietro l’orologio, così mi sembra ancora colazione.

Sai cucinare? Latte e cereali è il mio piatto forte.

E’ nuovo? No, è restaurato.

Cos’hai scritto nel tema in classe? La data e il mio nome.

Dove hai preso quelle scarpe? Su Marte, edizione limitata.

Hai un fazzoletto? No, mi soffio il naso nella sciarpa.

Hai comprato un cane? No, il mio criceto ha finito il barattolo degli spinaci e si è gonfiato.

Che musica ascolti? I jingle pubblicitari. “Le stelle sono taaante, milioni di milionii, la stella di Negroooniii, vuol dire qualitààà

Come sei abbronzata, dove sei stata? In viaggio spaziale sul sole con la Cristoforetti, piace?

“Mi fa male un dente”, “Come mai?”, “Sai, ci tengo briciole di pane nel caso mi venisse fame

Ti posso chiamare? Mandami segnali di fumo, li preferisco.

Dormivi? No, io studio sempre al buio, in pigiama, sotto le coperte. Migliora la concentrazione.

Guardi la TV? No, stavo studiando le radiazioni. 

Vuoi un cerotto? Non importa, sento da un mio amico se ha bisogno per studiare Primo Soccorso.

Che ci fai qui? Me ne vado.

Messaggio: “Che fai?”, “Ti rispondo

Ci vediamo? E’ da un po’ che non vado dall’oculista, quindi non so.

E’ un tatuaggio? No, mi ha morso un cinghiale.

Ti sei fatto male? No, piango di gioia, volevo proprio usare le stampelle nuove che ho comprato l’altro giorno.

Sei sudato? No, è condensa.

Fumi? No, mi piace ciucciare le sigarette, perché per i chupa-chups sono grande.

Sei ubriaco? No, sto solo schivando i sassolini in mezzo alla ghiaia, è impegnativo. 

Sei caduto? No, volevo sentire se l’asfalto fosse caldo.

Sei inciampato? No, si chiama breakdance.

Schermo del cellulare crepato: “Ti è caduto?”, “No, l’ho usato come fermaporta ma non l’ha fermata

Perché sei arrabbiata con me? Perché respiri. 

Sei triste? No, bipolare. In realtà dentro sto ridendo, non far caso alle lacrime.

Sei arrabbiata? Scompari. 

Una storia

C’ero una volta io, ferma alle strisce pedonali, perennemente in ritardo anche se vivo a cinque minuti dalla scuola. C’era una volta il mio professore di matematica. perennemente in bici, anche sotto il diluvio universale. Il mio semaforo brilla di una luce verde. Allungo un piede in esplorazione. Sfreccia davanti a me un omucolo con lo zainetto: brividi. È lui. Mi sorride. Ma li mortacci sua, che me vuole, ammazza’?! Lo mando intimamente al quel paese, fissando il suo zainetto sospetto. E mi domando: noi ridiamo e scherziamo, ma se ci fosse dentro qualche arma letale?

Non saper parlare

Si è perso l’uso della lingua italiana, noi tutti falsi internazionali, col web, con la privacy, con gli smartphone e i social network, con gli hamburger o lo shopping. Siamo malati di inglese, come se inserire un anglicismo in una frase la rendesse più attraente, più densa di significato. E invece dimentichiamo quelle sfumature, quei sinonimi, quelle perifrasi che hanno fatto di Dante Alighieri un colosso della poesia. Sapete cosa accade? Che si diventa presto volgari. Il virus delle imprecazioni inserite a sproposito, quei cazzo, quei minchia, quasi fosse un manuale di anatomia sessuale, ormai una frase che non contenga una parolaccia non è degna di nota. Perfino i politici si riempiono la bocca di ingiurie, Beppe Grillo ha scalato le classifiche di gradimento solamente riempiendo le piazze con vaffanculo corali. Ma l’italiano? Chissà. Testuali parole di una mia amica “Ma lombrico si scrive: elle apostrofo ombrico?“. E qui cominci a domandarti se davvero le scuole elementari esistano o se siano solamente una visione pre-parto dei neonati. Sui congiuntivi stenderei non un velo pietoso, proprio un lenzuolo pesante, piombato, ben farcito. Famoso il “Se mi dassi una mano” che si rifiuta di essere corretto, ma almeno il tentativo di usare il modo verbale corretto c’è. Seguono il “Se mi dai”, e l’obbrobrioso “Se mi darei”, davanti al quale il docente plurilaureato fa un salto sulla sedia. Dall’altro lato troviamo quella immensa schiera di persone che parla solo al presente, un po’ come gli analfabeti, “Io. Avere. Fame. Mangiare. Pappa. Ieri. Fatto. Passeggiata”. E ci metti tre quarti d’ora solo per capire quando il soggetto in questione abbia fatto che cosa. Poi c’è chi parla a gesti, chi ti saluta con una rotazione del mento quasi fosse un cavallo, chi risparmia sulle parole e in silenzio indica col dito ciò di cui intende parlare, così che non capisci nemmeno se “È buono” si riferisca ai piedi del turista inglese in lontananza o all’erba dell’aiuola in mezzo al viale. Misteri. Così come sono un mistero quelli che ci provano, italiani madrelingua, per carità, ma una frase di senso compiuto non riescono a formularla. Sembrano degli immigrati rimasti chiusi per anni in una stanza con un solo pallottoliere per imparare la matematica. E credetemi, non contano le conoscenze, il livello culturale, sarà questione di sinapsi, di neuroni indolenziti, di dislessia, chi lo sa. Ma in una quinta liceale, una ragazza esponeva la Seconda Guerra mondiale: “Hitler voleva delle terre, allora ha invaso la Polonia“. Dunque io che vorrei un giardino più grande, posso piantare una tenda in quello dei vicini? “Allora la Francia si è arrabbiata, perché comunque era un atto illegale“. Eh beh certo, che dispetto puerile… hanno combattuto a spintoni e sgambetti. “Poi c’è i tedeschi che prendono Parigi“. Visto che mi piace, allora domani mi prendo Londra. “Poi i tedeschi sono finiti in Russia“. Si erano persi? “Solo che faceva freddo, e allora erano in difficoltà. Poi c’è la ritirata dei tedeschi“. A questo punto ho smesso di seguire ogni discorso. Comprendete il problema? Italiani, vestitevi a lutto, perché questo è il destino della nostra lingua. Mi sanguinano le orecchie quando ascolto persone che non riescono nemmeno a costruire una frase: soggetto, verbo, complemento, mica uno di quei periodi manzoniani di trenta righe senza un punto fermo in mezzo, una frase, di quelle che i bambini usano per le proprie egoistiche esigenze. Sarà che i professori d’Italia si impegnano per dar fuoco al vocabolario della lingua. Veneta insegnante di storia, le parte l’embolo: “Non sapete neanche quello che dicete!“. Dice a noi? Professore di matematica già ripetutamente citato: “Supponando che le due componenti si sommono, dovete aggiungère centottanza gradi“. E qui ci si domanda se prima delle otto del mattino i professori non si trovino in piazza a spacciare qualche sostanza stupefacente. La confusione regna perfino durante le spiegazioni di letteratura latina: Virgilio ha scritto le Bucoliche? Per la proprietà transitiva “Oggi parliamo di Bucolico“. Certo, ci sono i dialetti. E qui bisogna soffermarsi un attimo, perché se davvero volevo fare un corso accelerato di bolognese, veneto o napoletano, forse mi sarei trasferita a casa di mia nonna, e per pure questioni di sopravvivenza avrei cominciato ad intuire che al “Brisa strazzer i maron” forse è meglio tacere, e che se “Non c’è pezza“, allora posso anche rassegnarmi a combattere. E invece? Il nostro Ciro sta spiegando l’opera Macbeth: “Dovete sapere che le streghe avevano la cazzimma“. Più esaustivo di così non potevi essere. Sempre la veneta di cui sopra: “Sputa quella cingomma!“. Domanda di chiarimento. “Sputa quella ciunga!“. In effetti, no, non sappiamo più parlare. Scaricatori di porto che lanciano bestemmie ad ogni movenza, pesci lessi che si celano in un impenetrabile silenzio, guaiti e miagolii, poi ancora, bambini che scrivono “Petaloso” e vincono il Nobel per la letteratura, i politici alle prese tra “Pascuetta” e “A suo tempo chiesimo la disponibilità“, dove terminerà questo naufragio?

Prevedo nel nostro futuro un ritorno all’esistenza dei primati, niente numeri, niente calcoli, niente frasi, niente romani, solo banane, e quelle, si spera, saranno comprensibili a tutti.