Lucifero

È estate: caldo. Caldo caldo caldo. Caldo caldo caldo caldo caldo caldo. Caldo elevato a potenza. Di più. Un caldo senza precedenti. Quel caldo che se metti la mano fuori dalla finestra ti ustioni. Quel caldo da sbalzo termico ogni volta che si cambia stanza in casa: condizionatore sì, condizionatore no. Io nel dubbio li accendo tutti. È un caldo allucinante. Allucinogeno. Che ti dona una bella faccia allucinata, da notti insonni, bagni di sudore, saune tra le lenzuola, docce con l’acqua a dieci gradi. Vorresti girare in mutande, ma non si può. Vorresti toglierti la pelle, ma il massimo che si toglie sono le pellicine attorno alle unghie, e già provi un dolore atroce. È caldo. Esageratamente caldo. Ne parlano tutti, tutti a raccontare come si affronta, quanti gradi sono percepiti, chi è in vacanza e se la ride, chi è al lavoro e nemmeno può permettersi un ventilatore dei cinesi. Tutti attanagliati dalla morsa del caldo. Un caldo anomalo, africano, sahariano. Un caldo che s’è smarrito, maledetto lui, ed è piombato sull’Italia. Emergenza incendi. Emergenza anziani. Emergenza bambini. Emergenza per chi non ascolta nessuno, e alle due del pomeriggio lo trovi a camminare col sole a picco sul cranio e la tachicardia. Deficienti. Nel senso di deficere. Mancare. Mancare di buon senso. Come le nonne che cucinano il ragù. E vai di caldo su caldo, caldo che si somma, caldo che di moltiplica, caldo che si riproduce. I telegiornali ci aggiornano. Cinquanta gradi percepiti. Mai vissuta una cosa del genere. Mi sento ustionare anche all’ombra, sotto una palma. Sento i capelli prendere fuoco, possibile? E poi, che effetti collaterali. Pigrizia! Noia! Stanchezza! A che serve Sustenium? A che servono le vitamine? Tanto la notte non si dorme. Di giorno non si lavora. E la vita è ribaltata. Col caldo potremmo diventar tutti vampiri. Che caldo maledetto. Lucifero, si chiama. Perché sembrava simpatico. Certo, finché le campagne non hanno assunto quel color cenere, o escremento di piccione, irreversibilmente appassite prima di fiorire. Quanta frutta andata persa, prugne che dall’albero cadono già secche, albicocche prosciugate, pesche marce. La cucina italiana avrà un altro sapore. Del resto, sull’asfalto viene buono un bell’uovo alla coque, un’omelette, una piadina. È come un forno con il grill attivo. Di quelli che ti fanno la crosticina sulle lasagne. E a me la crosticina viene tra i peli delle braccia esposte al sole. Non ti viene mica un eritema, no, perché a stare al sole perdi direttamente conoscenza. Ti viene un colpo di calore che ti stende. Una martellata sull’osso del collo. Bollente, però. E niente sembra più essere freddo, nemmeno il ferro, l’acciaio che trovi in giro, lo abbracci in cerca di refrigerio e ti ustioni pure lì. Il frigo? Emana tiepido. Come quelle temperature primaverili ambigue, quando non sai mai cosa indossare, e allora ti vesti a cipolla. Il condizionatore? Emana tiepido anche lui. Per non parlare dell’auto: sembra ci sia un camino acceso nel cofano, che brucia, brucia, brucia il volante, brucia il cambio, si fonde la suola delle scarpe. Ah Lucifero, ma che mi combini!? Non ti bastava un’estate senza nubi? Senza pioggia? Coi fiumi rinsecchiti sull’orlo dell’estinzione? No, vuoi decimare perfino la razza umana. Ah, ma sappi che resisto. A far l’amore col condizionatore, si vive che è una meraviglia.

E laudata sii, mia aria condizionata che ogni tanto pisci perfino acqua fresca: non ti scassa’ proprio adesso.

Storia d’amore 

Discoteca: biosfera assassina dall’odore naturale di Vodka, che si agita a ripetizione sulla base di un martello pneumatico. Soggetti partecipanti: tanti, di cui due protagonisti, la qui sottoscritta e un’altra fanciulla. Si da il caso che la fanciulla in fiore sia alta un metro e un tappo, con un posteriore a boa e una lordosi in fase avanzata, una fanciulla anagraficamente diciottenne ma dentro ancora all’asilo. E poi ci sono io, un pesce fuor d’acqua, un topo tra i gatti, che cerco di seguire la musica coi muscoli delle cosce pompati, nuovi nuovi. Io che per mettere piede in discoteca necessito di un drink alcolico ai massimi livelli, una specie di etanolo concentrato. Discoteca di Laganas, isola di Zante, viaggio di maturità. La Las Vegas dei poveri. Lungo la strada m’invade un odore di sederi all’aria e vomito fresco ch’è una delizia. Mi accingo ad entrare, non so con quale coraggio da francescano in penitenza, allungo il collo per assaggiare il rumore da lavori in corso che fuoriesce dalle casse, e schifata procedo. Seguo una scia, anzi, due: i bicchieri vuoti e i compagni. Poi tutto ad un tratto, nel pieno della depressione tragica e teatrale, il mio sguardo s’incendia. La diecenne che vestiva giallo minions e verde fluorescente è scomparsa. Attimo di panico generale. DOV’È?! Un esserino nero oscilla come una mosca sulla sulla briciola di pane, destra sinistra destra sinistra, più bassa di due teste, lui un adone, un meraviglioso giovine ben curato, ben vestito, bello come Madre Natura l’ha fatto. Abbiamo tutti quella faccia da pesce morente sul bancone del mercato, increduli dinnanzi ad uno spettacolo osè e apparentemente inconcepibile. Poi lo Shakespeare invisibile che domina la serata decide di stravolgere il copione: si baciano. Ullallà ullallà questo è il valzer del mooooscerinooo. Mi investe una sensazione di cupa depressione, io blocco di legno al centro di uno tsunami di ballerini, io coi pugni chiusi come se dovessi menare l’aria, io che in quel momento pensavo veramente di sognare. Percepisco la mia autostima liquefarsi. Io che spendo perfino i miei risparmi alla ricerca di un top carino, e non mi va bene finché non lo provo dieci volte, lo esamino sette, e faccio tre volte la fila alla cassa, io che incollo la faccia davanti allo specchio per truccarmi con precisione, e al minimo puntino fuori posto si trasforma in un body painting senza precedenti, io che, va bene, non sono una velina e non sono Miss Italia, ma tanto cessa, dai, non mi pare. O no? Battuta sul tempo da una che in discoteca ci sarebbe venuta in pigiama. Umiliata da una che al ragazzo che le piaceva ha augurato vermi d’oro. Che poi, voglio dire, io non auguro la tenia a nessuno, e il solo arrapato che si struscia nel mio posteriore è un tipo biondo, con due occhialozzi da ingegnere, la camicia fino al ginocchio, e delle unghie da elefante. Capite le ingiustizie? La depressione? Affogo i dispiaceri nell’alcol, e a dirla tutta quel drink devo ancora pagarlo. M’è stato offerto per pietà. È finita qui la storia? Certo che no. Perché non posso più guardare quella fanciulla in fiore allo stesso modo di prima. Quando mangia, e gli spaghetti fuoriescono dagli angoli della bocca. Quando si siede sulla valigia e vola per terra con un tuffo olimpionico. Quando cammina come un carrello del supermercato pendente a destra. E io? Cos’ho io? Magliette anonime. Pantaloncini anonimi. Potrei entrare nel club degli alcolisti anonimi, già che ci sono. Del resto perfino mio padre s’è messo a ridere davanti alla mia faccia inorridita, mia mare nemmeno ci credeva, e che sarà mai? Solo un bacio. CREDEVATE! Si scrivono. Si scrivono messaggini. È diventata una donna social. Troppo social. Mi ritiro nella mia solitudine, con il progetto di comprarmi una maglietta dei minions, metti che porti fortuna, e magari di asciugarmi i capelli a ciocche dure come un mocio da pavimento. L’alternativa forse può essere soltanto un esorcista.

Di ritorno dalla vacanza la suddetta femme fatale incontra in aeroporto un bel giovane alto e moro, bello pure lui. Al che, mi chiedo se non sia davvero io il vero problema. Magari piacciono nane, casalinghe, con un aspetto velato da befana, un ballo robotico ondeggiante, e i denti storti e sovrapposti. È così? Ditemelo, perché a tutto si può porre rimedio. Altrimenti m’arrendo al mio status da single disperata, che alla domanda “Come va?” risponde che si tira avanti, e si stava meglio quando si stava peggio, ma non mi lamento.

Lo specchio 

“Questo specchio ingrassa?”.

Vi assicuro che non ho mai la minima idea di che cosa rispondere. Perché innanzitutto sono paranoie che capisco perfettamente, sono donna, e come tale la mia vita si divide in due fasi: il trucco e lo specchio. Ma vi giuro che non riesco mai a capire se uno specchio ingrassi oppure no. Mi guardo, mi giro, mi volto come una salsiccia sulla griglia, mi esamino da ogni angolazione con tanto di goniometro, ma niente. Mi sembra sempre la stessa immagine. Poi ci sono quegli specchi palesemente bastardi, quelli dei camerini dei negozi di abbigliamento. Uno sgabuzzino grande quanto mezzo ascensore, con una tenda che spesso lascia trasparire l’ombra delle mutande colorate, e un set di specchi in successione su tutte le pareti rimaste, una specie di grande fratello artigianale, e ti senti terribilmente oppressa dalle dieci facce che si muovono appena ti muovi, e sorridono appena sorridi. Poi l’occhio casca in basso, precisamente sul posteriore, e improvvisamente ti senti un elefante obeso con tanto di orecchie a sventola. È inutile, gli specchi dei camerini distorcono la realtà. In peggio. Polpacci che sembrano supposte, sederi che paiono mongolfiere, perfino la pancia sembra essere lievitata come un muffin nel forno. Il problema peggiore sorge però a casa mia. Davanti alla porta d’ingresso ho uno specchio di dimensioni esagerate, scorrevole, luminoso, bello. E puntualmente ogni persona che fa il suo ingresso a casa mia, sorpassa la mia mano tesa e si piazza come un manichino davanti allo specchio. Silenzio tombale. Sento i piedi alzarsi e girarsi e strisciare per inquadrare ogni singolo centimetro quadrato del corpo. L’operazione ha una durata che oscilla tra l’ora e l’ora e mezza. Esausto, l’ospite si risolve quindi a guardarmi, e anziché stringere quella maledetta mano, domanda “Ma questo specchio ingrassa?”. Dannazione, non lo so! E per dirla tutta, ho bisogno di un attimo di tempo per riflettere sulla risposta giusta, attimo che subito viene riempito dal “ALLORA SONO DAVVERO COSÌ OBESA?!”. Uragano Katrina ha fatto il suo ingresso. Sapete qual è il fatto? Che io mi pongo le stesse domande, ma non le rivolgo a nessuno. Si rischiano amicizie, rapporti secolari, si rischia il tribunale, il carcere, l’espulsione dall’Europa. Non avete idea di che cosa voglia dire rispondere “No, questo specchio non ingrassa”. Vuole implicitamente dire “Sei grassa come un suino da macello, che quasi non rientri completamente nello specchio, e sei perfino miope non dichiarata, perché è evidente che quello specchio mostra esattamente come sei”. E qui bisogna fermarsi un momento. Perché tutto questo è peggio di una bomba atomica. Comincia una rappresaglia a suon di sensi di colpa, insulti in coreano, lancio di oggetti non ben identificati, specchi rotti che equivalgono a ben ottantaquattro anni di sfiga, e lacrime, lacrime che basterebbero a lavare l’intero mio armadio. Non c’è rimedio ad una risposta del genere. È imperdonabile, inqualificabile, intollerabile. Resta però il fatto che stabilire l’onestà di uno specchio è un lavoro da psicologi e da periti tecnici, con lo sguardo da chirurgo e la precisione degli architetti. Ma il mio sogno era una laurea in lettere classiche, per cui gli specchi non sono di mia competenza. Il fatto è che ormai conosco la risposta, la conosco a memoria, “Sì, lo specchio ingrassa”, ma so anche perfettamente che questa risposta sarà seguita all’istante da un interrogatorio poliziesco con torcia puntata, “MA SECONDO TE SONO GRASSA? SONO INGRASSATA? SI NOTA MOLTO IL MIO SEDERE? È VERO CHE SONO SPROPORZIONATA?!”. Chiariamoci. Innanzitutto io non passo la mia vita a fissare le chiappe delle persone. Secondo, non ho una bilancia tascabile, posso rispondere alla domanda solo se hai voglia di condividere il tuo peso specifico. E da ultimo, a meno che tu non vada da un chirurgo plastico a farti gonfiare il seno, sei e sarai sempre proporzionata come madre natura ci ha fatte. Vedete, è questo il problema degli specchi. È un enigma, le cui risposte vanno conservate nella memoria. Ma siccome sono talmente masochista che invito a ripetizione persone nel mio soggiorno, e accendo perfino la luce come quei fari abbaglianti dei camerini, ecco, siccome sono masochista e mi diverto a incastrarmi da sola, a perdere un’ora e mezza aspettando che l’ospite sulla porta si tolga la giacca, siccome non imparo mai, forse dovrei iniziare a demolire tutti sti specchi. Sarei perseguitata dalla sfiga anche nell’oltretomba, ma per lo meno potrei mangiare senza dovermi guardare, o improvvisare calcoli del volume corporeo che durante la lezione di fisica a scuola sembrano astratte teorie ingegneristiche. Ad ogni punto di vista il suo vantaggio. Per le amiche, è il mio specchio. Per lo specchio, è ridere della padrona. Io. 

Ipocondria

Avete presente quando il vostro corpo pare ribellarsi improvvisamente a voi, e vi compaiono quei sintomi strani, mai avuti, persistenti, leggeri, tipo scricchiolii, gonfiori, rossori, bruciori, e chi più ne ha più ne metta? Ecco, la cosa più sbagliata da fare è cercare i suddetti sintomi su internet. “Mal di gola”. Cancro alla gola. “Mal di testa”. Cancro al cervello. “Raffreddore”. Aids. “Brufolo”. Peste bubbonica. Ti viene predetto un elenco indeterminato di condanne a morte, tra atroci sofferenze e lunghe degenze in ospedale. Così si diventa ipocondriaci. È una sorta di dipendenza, peggio della cocaina, quelle ossessive ricerche dei mali più disparati, e ti ritrovi con la tachicardia a palpare le ghiandole nascoste, immaginando la tua prima seduta di chemioterapia. Si diventa ipocondriaci e pessimisti. Si diventa anche matti, veggenti, visionari, che si potrebbe quasi andare a leggere i tarocchi e invitare al suicidio tutti i clienti. Ma l’ipocondria poi si evolve. Più che veggenti si diventa previdenti, al primo dolorino di un nervo che ha sospirato si corre ai ripari, si chiama l’ambulanza, si impugna il defibrillatore, si convoca d’urgenza il nemico di base con tanto di accuse per le scarse terapie prescritte, e il condominio inizia a selezionare le pompe funebri. È così, l’ipocondria t’ammazza sul serio. Che poi è perfino ignorante, perché finisci ad agosto, al mare, sotto il solleone delle quattro, che picchia in verticale come la spada nella roccia, con uno sciarpone in microfibra, perché la lana è passata di moda, di quel tessuto che al primo schizzo d’acqua assorbe l’umidità dell’intera Pianura Padana. Poi un granchio respira, di solleva una folata di vento, e ti becchi una bronchite. É matematico. In alternativa, decidi di ascoltare quei rari saggi dei servizi al telegiornale: non copritevi troppo perché è controproducente. E fu così che salii sulla Marmolada in pantaloncini e canottierina da mare, spavalda, con i peli dritti, poveri illusi, in segno di protesta, e i capelli rattrappiti per il gelo. Bronchite, di nuovo. Un altro mito che vorrei qui sfatare è l’inutilità di certi farmaci. La mia tesi? Se i farmaci sono stati inventati, i farmaci servono. Punto. La mia dottoressa faceva ancora parte di quella schiera di bisnonne che imbottivano i nipoti di miele, di tisane, di intrugli dal sapore di latte e dentifricio, tutto rigorosamente artigianale, perché allora non si poteva fare i fighi con la borsina verde della farmacia. Ma io ero avanti, sì, anche a sei anni. E se avevo mal di testa, l’intruglio te lo avrei sputato in piena fronte. Alla faccia di chi dice che i moment, le aspirine, gli Oki task non ti salvano la vita. Provate voi ad affrontare la giornata con un chiodo che preme sulla scatola cranica, un feto che scalcia in corrispondenza del cervelletto, e la sensazione che il sangue possa sfondare le arterie causando un nubifragio. Provateci, poi ne riparliamo. L’ipocondria fortunatamente si attenua nel momento in cui scopri con gioia che i sintomi scompaiono. Ti svegli una mattina e ti rendi immediatamente conto che il tuo corpo è stato riparato. Un po’ come quando porti l’auto a lavare, e quando risali c’è un odore di detersivo stagnante e vernice vecchia che ti inebria. Io sono stata ipocondriaca, lo sono stata quando ho convinto mezzo quartiere che una carie stesse mangiando il mio molare, mentre in realtà era soltanto un riflesso della luce del bagno. Sono stata ipocondriaca quando ho pensato che mi avrebbero costretta a mettere un busto correttivo per la schiena, e già mi immaginavo, la donna bionica, mezza uomo e mezza robot, a far squillare i metal detector di tutto il globo. Sono stata ipocondriaca quando un medico del pronto soccorso, con la sensibilità di un blocco di marmo, mi ha ammonita dicendomi che avrei potuto rimanere cieca. Sono stata ipocondriaca per un mal di testa insistente, per un perverso mal di gola in piena estate, per un dolorino al tendine ho pensato che mi avrebbero intubato la gamba. Tutte follie. Un paio di figure poco dignitose e il male passa. La pillola va giù in fretta. Ma sapete quando l’ipocondria tende a prendere il sopravvento? Dopo i film drammatici, di quelli che mia madre adora guardare senza neanche i fazzoletti a portata di mano, perché lei si asciuga coi capelli, con la maglietta, con il divano, e tutto è fradicio come appena uscito dalla lavatrice. I film drammatici contengono sempre almeno, e sottolineo, almeno un personaggio sfigato con una grave malattia, preferibilmente terminale, sconosciuta, incurabile, dolorosa, debilitante, che se lo mangia vivo. Nel novantanove per cento dei casi è un tumore. Alla fine del film ti prende un’angoscia che non conosce nemmeno chi legge al buio i romanzi di Stephen King. Ti viene un desiderio bramoso di fare una tac. Così. Per scrupolo. Questa è l’ipocondria, gente. Non è da sottovalutare. Ma la colpa più grande è di quei sedicenti medici di internet, che si divertono a inventare collegamenti tra la macchia cutanea e il rarissimo e fulminante cancro all’alluce, o quelli che ti tempestano di domande finché non arrivi da solo alla conclusione “Morirò”. Il problema è che contro l’ipocondria non puoi nulla. Vince lei. Sempre. E con un ampio margine di vantaggio, questa infima bastarda. 

Telefonate fantasma

Il telefono suona e non risponde nessuno? State per mettervi a tavola ma il telefono comincia a trillare? Nel cuore della notte venite svegliati di soprassalto dal telefono di casa? Sono loro: i call Center. Attivi ventiquattr’ore su ventiquattro, dotati di minuziosissima precisione, burloni quanto basta per tenervi attaccati alla cornetta per il tempo sufficiente a far scuocere la pasta, ed estremamente, passatemi il termine, rompipalle.
Li riconosci appena accosti la cornetta all’orecchio, e senti quel tipico ronzio delle telefonate inutili, della commozione per la risposta, dei temporeggiatori russi che stanno cercando sul vocabolario come attaccare bottone. “Pronto?”, “Sì, pronto, buongiorno, la chiamo da”, ma tu stai già facendo partire i ‘fanculo a denti stretti, perché potevi lasciar suonare il telefono, ma se era una chiamata veramente importante? E arrivati a questo punto presumibilmente starete amabilmente chiacchierando con:
● Un operatore di Vodafone, Wind, Infostrada o che dir si voglia, l’uno vale l’altro, per le ultime offerte a SOLI sessantanove euro alla settimana di aggeggi e aggiornamenti inesistenti;
● Enel energia ucraina che vuole racimolare qualche soldo con le truffe;
● Testimoni di Geova nerd, invalidi o pigri che preferiscono fare tutto da casa;
● Distributori di volantini che per strada ti hanno sottratto con l’inganno il numero di telefono e ora sferrano il primo attacco;
● Agenzie immobiliari che cercano l’appartamento in vendita perduto;
● La nonna, l’unica che ancora non ha saputo dell’esistenza dei cellulari.

Per i primi cinque minuti la scansione delle espressioni facciali è sempre la stessa. Prima porti la mano ancora libera ai capelli, fai per diventare come Claudio Bisio, ma cerchi di calmarti. Ti butti in ginocchio sul pavimento, ti rialzi, ti arrabbi, urli senza emettere alcun suono (ci vuole tecnica), diventi rosso peperone, chiudi la telefonata. Un cortometraggio che è quasi un appuntamento giornaliero. Anche perché dall’altra parte sono quasi sempre stranieri, che c’hanno l’ansia di ricevere il telefono in faccia, e allora partono a parlare a manetta mangiandosi le ultime tre sillabe, e tu senti qualcosa tipo “Buong, sig, le vol prop i nuo in of a quar e set pe la tel”. Al che nella tua testa stai cercando di capire se si tratta di un’offerta, un’informazione o un messaggio SOS dei marziani. Esclusa quest’ultima, rispondi “No, grazie, non mi serve niente”. Ma mica si arrendono, sono come la De Filippi a C’è posta per te, la chiamata non si chiude finché dall’altra parte non hanno portato a casa un sì. “Posso chiedo di cosa gestione telefonia avete?”, “Guardi, siamo tutti Fastweb, tifiamo Valentino Rossi”. E qui comincia l’omelia per dirti che Fastweb fa schifo, che è lento, evasore fiscale, gestito dalla mafia cinese, in nero, che nasconde un traffico di armi per l’Isis, che son tutti incarcerati. Tu ascolti rassegnato, steso sul divano con la radio che continua a parlare sempre vicino al tuo orecchio, fin quando alla tua mano arriva ancora sangue. Provi a interrompere, “Sono a posto così, ci fidiamo di Valentino, veram…”. Niente. Non funziona. “Allora? Che dice? Si affida a noi? Le mandiamo la navicella spaziale allora. Entro tre giorni le arriverà la prima fattura, allafinediquestatelefonatailcontrattorisulteràautomaticamentefirmatoeleverrannoprelevatiseicentoeurotonditondi La ringrazio e arrivederci!”. Ecco perché bisogna essere scattanti, determinati, pronti e appena possibile ZAC un bel no e tasto rosso del telefono premuto per cinque minuti. I call Center sono come le zanzare tigri ad agosto: senza nessuna pietà. Telefonano con il solo scopo di martellarti gli organi sessuali fino all’esasperazione, fino a sottoscrivere un tal REGISTRO DELLE OPPOSIZIONI coreano contro le telefonate fantasma. E sapete cosa è successo? NULLA. Assolutamente nulla di diverso da prima. Quelli continuano a telefonare imperterriti ad ogni ora del giorno, mentre sei sul cesso, sotto la doccia, a tavola, in cantina, in soffitta, mentre sei al telefono con un’altra persona, mentre chiudi i tortellini, cuci un calzino, ti dai lo smalto, prenoti la vacanza sulla luna. È un continuo. E sarà sicuramente un continuo anche per loro, una chiamata dopo l’altra senza fermarsi mai. Sarà un po’ come giocare a m’ama o non m’ama? con le margherite, mi risponde o non mi risponde? m’ascolta o non m’ascolta? mi manda a ‘fanculo o non mi manda a ‘fanculo? Personalmente, io il telefono lo lascio suonare senza dargli speranza di risposta.

Mode estive

Il caldo di giugno, e tecnicamente parliamo ancora di primavera inoltrata, imperversa, e con costui si ripresenta il Problema, quello con la P maiuscola. No, non parlo dei servizi ai telegiornali che invitano anziani e bambini a chiudersi in casa. Parlo delle mode estive. Quelle terribili mode che cercano di mescolare comodità e stile in un outfit da arlecchino ubriaco. Tanto per cominciare, i pantaloni larghi. Mi sembra quasi di essere finita nel far West, con questi tubi di carta morbida che si fermano appena sopra la caviglia per mostrare il calzino Nike, e nel mentre ondeggiano, peggio delle tende del mio salotto quando c’è corrente. Dicono però che siano comodi. Non lo metto in dubbio: mia madre ha un pigiama dello stesso modello, comodissimo. Secondo problema: i sandali. E qui possiamo spaziare tra una moltitudine di modelli indefinibili. Ci sono i sandali del mercato, cinque euro e sono tuoi, di cartone, che al primo temporale si sciolgono come zucchero nel caffè, fatti in modo da resistere una stagione, non un giorno, non un’ora di più, sia mai!, e allo scoccare della mezzanotte la suola si incolla all’asfalto come una medusa spiaggiata. E niente, addio sandali. Poi abbiamo le mitiche Birkenstock, altresì dette ciabatte di sughero. Quelle che sul finire della stagione iniziano a macchiare i piedi di marrone, poi di arancione scuro, infine di arancione evidenziatore, che sembra tu abbia messo il piede direttamente nel caminetto. Talmente famose che tutti provano a farne delle imitazioni. Una volta provai a comprarne un paio da Pittarosso, quello della Simona Ventura che canta: dopo una settimana di vesciche esplose come bombe atomiche ho scagliato le suddette scarpe nel primo cestino di Otranto. Ebbene sì, ero in vacanza al mare. Per la moda maschile non posso non citare invece i ciabattoni: avete presente quelle morse infernali che si legano al piede lasciando cicatrici da strappi, quelle marroni, quelle dei venditori ambulanti, che vanno bene per l’estate, perché tanto fanno caldo, ma anche d’inverno, perché tanto fanno freddo. Sono i ciabattoni che mette mio nonno quando deve innaffiare il giardino: si intravedono soltanto le dita, e da qualche foro sparso il colore della pelle del piede, intrappolato in una scarpa da trincea. I turisti seguono invece le proprie mode: le ciabatte di gomma. Quelle da piscina, per intenderci. Quelle che se ci soffi sopra si smontano. Mia madre cadde dalle scale per colpa delle ciabatte di gomma, mai fidarsi. Fa eccezione il mio ormai ex professore di matematica del liceo, lui alternava i ciabattoni blu elettrico ad un paio di scatolette ovali tutte bucate, che ti incantavi a contare i fori e nel mentre le sue ditona tamburellavano come su un pianoforte. Qualcosa di psichedelico, non c’è che dire. Da enumerare tra le mode estive femminili la tutina. La cito perché mio padre e la mia migliore amica si stanno coalizzando per farmene comprare una. Che cos’è? Niente. Non è assolutamente niente. Non è un vestito, perché una tuta da operaio sarebbe più elegante. Non è un top, perché prosegue fino alle ginocchia. Ma non è nemmeno un paio di pantaloncini. È un pezzo di stoffa che ti ingabbia facendoti apparentemente sentire più libero e fresco, ma nel realtà ha ben altri problemi: innanzitutto i pantaloncini sembrano sempre quei costumi da bagno maschili, larghi e stropicciati, che sballonzolano insieme alle cosce lasciando quasi intravedere il sedere. Se invece provano a fare una tutina aderente, mi sento come quei subacquei che scompaiono in una sensualissima muta, con l’agilità di un pinguino. Non male. Non ho comunque intenzione di comprare una tutina, mi sentirei fuori luogo, sotto osservazione, perché diciamocelo, io con i pantaloni larghi sembro una netturbina. L’ultima moda estiva che mi sento di citare, perché me ne sono accorta recentemente guardandomi allo specchio, riguarda gli occhiali da sole. Occhiali che ormai sono denaturati. Non servono più a vedere, a proteggerci dal sole, a guidare col raggio in faccia. Gli occhiali da sole servono da arredamento in testa. Belli da vedere, portati come un cerchietto, in caso di vento impediscono alla chioma di disperdersi come un nido di piccione, mentre in caso di sole proteggono la calotta cranica da bruciature lungo l’attaccatura dei capelli. Poi adesso vanno di moda quei modelli abnormi, magari tondi, che pare la maschera di carnevale di John Lennon. Io sono rimasta a quelli da cinque euro del mercato, funzionali, col marchio Rayban resistente alla pioggia, efficaci per l’uso che non devo farne, e soprattutto perfettamente perdibili in strada o dimenticabili sul bancone di un bar senza rimpianti. Ah le mode estive. Con i saldi ne vedremo delle belle. 

Parla il bignè

Parla il bignè, e corrompe le mie maniglie a metà del corpo, mangiami, mangiami, con la sua glassa al cioccolato. Pare lievitato, che nemmeno Banderas ha idea di come sia stato possibile. Mistero della chimica. La crema al suo interno si mostra gustosa, abbastanza liquida da scorrere lungo le dita fino alla camicia bianca, esattamente sull’ombelico, con quel colorino disgustoso marroncino scuro. Ma parla forte, il bignè eloquente. Sostiene di essere buono. Sarà vero? Il suo problema è che al primo morso esplode come una granata, la glassa precipita come le tegole durante un tornado, la crema fuoriesce che pare l’Etna in eruzione, e cosa resta in mano? Altra crema, briciole, un fazzoletto sporco. E se la ride, ‘sto bignè, perché tutte le volte è la stessa cosa, tutte le volte come un cane affamato devo fare la scarpetta con il dito sulla tovaglia di cucina, altrimenti chi la sente la donna di casa che ci vede trenta decimi? Così passo al secondo morso del bignè. E lui parla, parla, mi rassicura dicendo che nessuno si accorgerà di lui, che sparirà. Certo, come no! È più falso di qualsiasi leader politico. Il suo destino è palesemente quello di invadere lo strato di lipidi e farlo quadruplicare, così che in una notte il paraurti diventa un gommone, e i nostri sensi di colpa li porteremmo in confessionale. Non lo facciamo, abbiamo una dignità. E poi cosa potremmo dire? Che un bignè ha parlato? Abbiamo ricevuto la rivelazione sbagliata? Le braccia del cioccolato asciugano qualsiasi lacrima? No, no. Il bignè é colpevole, punto. Anche perché poi non finisce mica così. No, certo. La domenica piomba in casa un vassoio da cerimonia di pasticcini, perché si sa, la domenica é un giorno speciale, il giorno del chilo in più e delle lavatrici, un bignè non cambia di molto le cose. Ed ecco che i bignè gridano tutti assieme, mangiaci, mangiaci, ed io come faccio a dire di no? Ditemi voi, con quale cuore rimettere quei pallini golosi nel frigorifero, al freddo e al gelo? E ne mangio uno. Gli altri cominciano a sudare, le goccioline rendono la glassa una colla vinilica, l’impasto si impregna di crema. Ce n’è uno con la panna. Mangio quello, la nonna dice sempre che la panna si rovina. E la mia faccia cosparsa da una bava bianca da cane randagio che più cerco di pulire più si sparge uniformemente. Restano pochi bignè che urlano manco fossero stati dipinti da Munch. Mi decido, non li ascolterò, basta. Li incarto. Ed esce un pacchetto informe che potrebbe contenere di tutto, dalle patatine ad un motore a scoppio, non si riesce a capire. Li nascondo in frigorifero, si dice spesso lontano dagli occhi lontano dal cuore. Ma i bignè nel frigorifero sono una condanna. Perché avanzano lì, e soltanto tu sei in possesso delle informazioni necessarie per aprire il cartoccio sigillato ermeticamente con lo scotch. E lo fai. Sei troppo altruista per dire di no. Ogni volta odi quel mangiami, mangiami. I bignè insegnano alle zanzare a rompere le palle. Davvero. Solo che le zanzare ti pungono di nascosto, ti gratti a sangue per due minuti e tutto torna come prima. I bignè no. I bignè restano impressi nel sedere, nelle cosce, nei fianchi, che pare ci sia scritto in fronte “OGGI HO MANGIATO UN BIGNÈ AL CIOCCOLATO”. Il peggio è poi quando la crema ti finisce sulla punta del naso e nella fretta esci di casa col pallino marrone in bella vista. È un po’ come girare a dicembre con una maschera di carnevale. Ti prendono per scemo. Ecco la perfidia dei bignè. Quello che non ti dicono. Quelle subdole tecniche di persuasione, e quel mangiami, mangiami da martello pneumatico. Tenetevi alla larga da essi.