Ripetizioni di matematica 

Pensate sia semplice? Pensate sia una soluzione immediata ed efficacemente risolutiva? Illusi! Il mio professore di matematica e fisica è un incapace, uno di quei professori che copiano pagine e pagine di calcoli sulla lavagna, con lettere greche che compaiono e scompaiono, più che diventano meno, numeri che si riproducono a pioggia, e alla fine il risultato è sempre zero o più infinito. Poi ti interroga, pretende che tu svolga un problema universitario del quinto anno, con sette variabili, quindici parametri, un sistema di otto funzioni, che descrivono la rotazione di un trapezio in un piano tridimensionale. Ciao. Addio, anzi. Così prendo delle ripetizioni. O meglio, ci provo. Al primo tentativo è piombato in casa mia un nano con la giacca di pelle e la camicia, che pareva appena uscito da un matrimonio, con i capelli elettrizzati e lo sguardo serio. Argomento della lezione: le coniche. Che allora pensavo fossero figure a forma di cono. E il ragazzo che fa? Mi interroga. E mi rimprovera: “Pensavo fossi più ferrata sulle coniche”. Caro mio, credo di aver lasciato la laurea in matematica in qualche universo parallelo. Se fossi stata ferrata forse non avrei chiesto a te qui presente di aiutarmi, non ti pare? Magari avrei trascorso il mio pomeriggio a divertirmi con le coniche senza vomitarci sopra, che dici? Secondo tentativo, il più riuscito: Marco. Marco il pelato. Marco che gira sempre in motorino, anche sotto l’uragano Katrina. Marco che corre per arrivare in orario, e appena si siede si asciuga il cranio bagnato accarezzandosi la testa con i Kleenex. Marco che indossa gli abiti trovati al mercato, rigorosamente larghi, rigorosamente anni Sessanta, rigorosamente infeltriti e usurati. Marco che non usa l’ombrello, no, lui é anticonvenzionale: usa un impermeabile giallo canarino catarifrangente dello stesso tessuto dei sacchi della spazzatura. Insomma, un Marco sui generis. Ma almeno sapeva spiegare. Cominciava a spiegare ancora prima di entrare, cominciava dalle scale, continuava nel tragitto dalla porta al tavolo, e non si fermava mai. La cosa buffa è che per i primi due mesi veniva con una borsa di Mary Poppins piena di roba, libri, quaderni, fogli, penne come fosse una cartoleria, vecchi reperti universitari, alcuni affumicati perché gli si era bruciata casa. Poi ha cominciato a dimenticare le cose. I fogli. Le penne. I libri. Era solo una presenza robotica che si sedeva e non si alzava prima di due ore. Con Marco si facevano soprattutto esercizi, infiniti esercizi, esercizi di ogni tipo. Ma lui era sempre ottanta passaggi avanti, e il mio vano tentativo di copiare era stroncato da lui che girava il foglio, e poi ne riempiva un altro, e un altro ancora. Un’enciclopedia per un esercizio solo. Mentre io avevo a mala pena scritto i dati del problema. Ma Marco aveva i suoi vantaggi: per esempio, faceva dei bellissimi schemi riassuntivi. Oddio, bellissimi. Colorati. Perché il blu voleva dire una cosa, il rosso un’altra cosa, il grigio sbiadito un’altra ancora, il nero così via. E poi pieni di frecce, di asterischi, di equazioni che non si sa in quale buco nero spariscano. Mi ritrovavo così a ribaltare la scrivania per decifrare in quale ordine i fogli fossero stati scritti, con il sudore che scendeva e la rabbia che saliva. Poi il suddetto Marco mi ha annunciato che se ne sarebbe andato dalla città, e la sua ultima lezione, non pensavo lo avrei mai detto, è stata meravigliosa. Mi è mancata tanto. Perché, diciamocelo, ho capito! Ho davvero capito matematica! Altro che coniche, altro che figure a forma di cono. Al terzo tentativo di trovare un insegnante degno, mi entra in casa un subumano di ingegneria. Un primate a tutti gli effetti, col barbone ispido e sporco, un maglione verde pisello da senzatetto, un paio di occhiali tipicamente da nerd, tondi e inclinati di ventiquattro gradi a destra, dei capelli indescrivibili, talmente plastificati che a passarci una mano in mezzo sarebbe rimasta incastrata. Appena l’ho visto sono caduta in depressione. Non sono razzista, non ho in progetto di sterminare il mondo di ingegneria, ma capirete voi che qualcuno cospira contro di me. Il soggetto alieno narrato ha un’energia vitale pari a quella di Internet Explorer: un anno luce solo per avviarsi. Ma non è un diesel, è semplicemente un catorcio. Apre il suo computer e vengo investita da un oceano di icone e cartelle aperte. Leggiamo insieme una lista di formule, su cui puntualmente si incanta per dieci minuti. Poi ci gettiamo con follia nei problemi. Risultato? Capisco tutto, perché i problemi sono elementari. Quello che non capisce è lui. “Ah! Si? Fammi vedere, come viene quindi?”. Avrei voluto pretendere un compenso economico, ma gli ingegneri mi inquietano, non si sa mai che progettino qualche arma distruttiva. Sta di fatto che ho spedito la scimmia fuori di casa con sollievo, e la promessa che non avrei trascorso con essa altri minuti. Del resto sono completamente in grado di consegnare in bianco una verifica da sola, o di farmi cogliere con un bigliettino formato A4 infilato nella manica. Ci vuole tattica e portamento anche per prendere un due, non credete. 

Il quarto e attuale e persistente personaggio è: un astrofisico con dei peli di otto chilometri e capelli più lunghi dei miei e quelli di mia madre messi assieme. Insopportabile. Pretende che io risolva un’equazione di quinto grado a occhi chiusi, su una gamba sola e SENZA CALVOLATRICE.  Le ripetizioni sono per me un’angoscia. Mi sveglio la mattina come una condannata. Quando suona alla porta vorrei chiudermi sul balcone, sì, anche a dicembre. E poi… e poi… l’astrofisico mi prende in giro. 

Vi annuncio quindi che sono in attesa del quinto tentativo. Se qualcuno si volesse proporre è ben accetto.

I miei capelli

Quel mistero che neanche Alberto Angela saprebbe svelare. Avete presente Ribelle, quella del film disney?

Ecco, i suoi capelli sono una meraviglia in confronto ai miei. Diciamo che da sempre ho avuto diversi problemi e diverse fasi in cui ho cercato di risolverli. Io o mia madre, chiariamoci. Perchè in fondo tutti abbiamo avuto quella fase da zero a dieci anni in cui il nostro bulbo era in balia delle mamme, col forbicione da giardiniere e la paura che in estate sudassimo troppo e ci prendessimo un colpo d’aria. In un periodo della mia infanzia portavo i capelli a carciofo, una specie di casco da scooter perfetto, una sfera che neanche Pitagora sarebbe stato in grado di disegnare. Poi hanno iniziato a crescere, ed è nato il problema della frangia. Sì, la frangia: quella tendina che si allunga come un sipario a teatro, ma storta, o meglio, a ciuffi, un po’ come nei barboncini, così arriva Madre sempre armata di forbicioni o tosaerba e ZAC. La frangia non esiste più. Rimane un impercettibile scopettino all’inizio della fronte, tipo i pappagalli, quelli col ciuffo in testa. Senza contare il rito della spazzola: a quello ci pensava mio padre, ed era una specie di tortura cinese, che in confronto la strigliatura dei cavalli è nulla. Si armava con questa spazzola apparentemente innocua e cominciava a tirare, a strappare, come se tra le mani c’avesse quei fili di plastica che nei vestiti tengono attaccato il cartellino, quelli che per romperli ci si sega le dita a sangue. Tocco finale: la cosiddetta leccata di mucca. Il mio ciuffo si incollava alla testa e non si muoveva nemmeno con la bora triestina. Ho iniziato ad impadronirmi dei miei capelli circa all’età di undici dodici anni. Innanzitutto mi sono fatta crescere la frangia, e si è trasformata in una specie di ciuffo, poi mano a mano è divenuto un pezzo di troppo della mia chioma ma questa è un’altra storia. La mia fase del ciuffo ha richiesto cure particolari, un lavaggio accurato ed uno specifico per il ciuffo in questione, perché si sa, quelli ribelli bisogna ingraziarseli, accarezzarli, studiarli. Per anni ho lavorato appresso a questo ciuffo che si allungava, circa fino, direi, sì, fino all’età del liceo. E al liceo ci sono arrivata con ciuffo ed occhiali. Bello, dite? Lasciate che vi illumini. La geometria vuole che nell’area della fronte ci sia posto per una sola cosa: o il ciuffo, o gli occhiali. Entrambi, è un disastro. Perchè si attorcigliano, si piegano i capelli, fanno un angolo di novanta gradi in corrispondenza delle stanghette, sembrano un’extension attaccata male. Inutile dire che il problema NON SI È risolto iniziando a portare le lenti a contatto. Diciamo che si è solo spostato. Perchè mentre la mia visione frontale è presentabile, il retro del mio bulbo è un nido di uccello. Se in alto sono lisci, morbidi, apparentemente dei bei capelli, sotto sono ricci, anzi, no, non ricci, confusi, secchi, aggrovigliati, tipo paglia secca, quella che usano per fare le rotoballe. Ho provato di tutto, davvero. Ho provato a piastrarli con la piastra rovente, ustionandomi orecchie e coppino, ma le doppie punte emergevano come margherite in primavera. Ho provato a lasciar perdere la piastra e ad usare solo il pettine con il phon, lisciando capello per capello per un’ora e mezza, con l’unico risultato che sembravo Mafalda. 

Ma nonostante tutto era il risultato migliore dalla mia nascita, ovviamente dopo il cranio pelato, quello era imbattibile ed estremamente comodo. Il fatto è che ho sempre amato quei capelli morbidi e lisci che anche senza una riga in mezzo alla testa stanno composti, anche con il vento, la nebbia, la pioggia battente, sempre perfetti come appena usciti dalla doccia. I miei erano sempre pronti a divenire una ramazza swiffer, anche aprendo di mezzo millimetro la finestra. Ho cercato una soluzione solo recentemente, e solo perché oramai ero stanca di sentire sulla testa una specie di cespuglio spinoso e duro, ho detto BASTA. Ho cambiato phon: Rowenta, per chi non s’accontenta. Ho comprato la spuma per farli ricci, venti euro, professionale. Ho provato ad abolire la riga in mezzo, ma mi hanno risposto (i capelli) che “Una cosa per volta é meglio, grazie”. Così ho lasciato la riga. Ma anche qui, c’è un problema, perché i miei ricci saranno anche ricci, ma non sono uniformi. A volte nel retrotesta ho una proliferazione di ricci che sembrano le stelle filanti di carnevale, altre volte sono ricce soltanto le punte, altre ancora solo il reperto archeologico del ciuffo. Sentendo la mancanza dei capelli lisci, che poi, mancanza… sogno, ecco. Ogni tanto ci provo, con il pettine e tanta tantissima buona volontà, ma niente. Solo una volta inspiegabilmente mi sono venuti dei capelli degni da pubblicità. Al ritorno da una gita scolastica, erano gli ultimi giorni di scuola, anzi, era esattamente l’ultimo. Lisci, morbidi, lucenti, freschi, perfetti! Mai più venuti così. Non ho idea di cosa io abbia fatto di diverso, mi torturo cercando di ricordare ogni mio gesto, l’angolazione del phon, il numero di passate con il pettine, ma niente. È stato un sogno divenuto realtà e poi frantumato. Inizio a pensare che sia stato merito del buonumore per la fine della scuola. Ma per concludere, come sono i miei capelli? Castani. Anche se in estate assumono un colorino simile al fango. Ma facciamo che sono castani. Mossi? Mm. No, non va bene. Turbinosi. Vittime di un tornado interiore. Irrequieti. Pazzi. Socialmente pericolosi. Un problema che ancora necessita di una soluzione.

Si accettano consigli di ogni tipo, gli esperimenti non sono ancora finiti. 

Fuori dalla porta!

Non ero mai stata mandata fuori dalla classe in tredici anni di carriera scolastica. Ho sempre avuto una paura folle, tenuto una reverenziale sottomissione nei confronti dei professori, mi sentivo piccola, inerme, senz’armi. Non so che cosa sia cambiato oggi, se davvero mi sento più grande o più forte, o capace di più arroganza, come quei tanti adulti che affermano violentemente teorie vuote in modo tale da imporle. Sarà così. Ma in tredici anni di scuola nessun professore mi aveva mai fatto pensare, e rimuginare, e arrovellarmi con mille domande e mille dubbi come lui. È che parto prevenuta, perché so che cosa pensa di me, e lui sa che cosa penso di lui. E una conoscenza così profonda è come una frattura in una colonna portante del ponte, un’evidente tallone d’Achille in cui colpire, la ferita su cui gettare l’alcol. In effetti, ora che ci penso, ero già stata mandata fuori dall’aula. Una volta sola, in terza superiore. Fu la professoressa di arte, quella poveretta che facevamo diventare matta, e allora aveva cominciato a spedire in corridoio uno dopo l’altro tutta la classe. E in mezzo c’ero anch’io. Ricordo che mi fece ridere, perché alla fine nessuno era mai solo in quel corridoio, e a darmi il cambio c’era sempre qualcuno di pronto, e poi… e poi era la professoressa di arte. Per noi era così, arte non era considerata materia, era un’occasione, un momento ricreativo. Ma è stato diverso, oggi. Era la lezione di matematica, quella materia che ancora non riesco a capire se mi piaccia o meno, perché non riesco a studiarla, neppure a guardarla in faccia, ma provo una soddisfazione strana quando riesco miracolosamente a risolvere un esercizio, che non provo davanti a null’altro. Era la lezione di matematica, e ho sbagliato. È che io non riesco a fingere, non riesco a mascherare il sacrificio di stare in quella classe per un’ora, davanti ad una lavagna che si riempie di gesso, non riesco a dimenticare quel rapporto malato e martoriato con il professore, perché non lo capisco. Lo guardo male, sì, può essere. Lo incenerisco con lo sguardo, è possibile. Rido, é vero. È assurdo pensare che proprio questo professore abbia realizzato la parte peggiore di me, quella ribelle e piena di coraggio, che si oppone a ciò che non condivide, che si mostra anche quando è certa di non avere armi, nessuno scudo per difendersi. Ho sbagliato io, ma sono uscita dalla classe senza guardare nessuno, con il cuore che forse aveva raggiunto i polmoni e sembrava voler uscire dalla gola. Era strano, perché non avevo paura, non quando è calato il silenzio, quando ha ripetuto forse cinque, sei volte il suo “Vai fuori”, nemmeno quando ho posato la penna e mi sono alzata dalla sedia. Non era paura. Forse indefiniti sensi di colpa, perché sapevo che prima o poi sarebbe successo, quando tiri troppo la corda, la corda si spezza, lo insegnano fin da bambini. Ma non ero mai rimasta fuori dalla classe così a lungo. Appoggiata al termosifone, guardavo attraverso i vetri della finestra le altre aule, e mi domandavo se ci fosse qualcuno in corridoio come me, da qualche parte della scuola, qualche ribelle che non sa andare fino in fondo, e al primo grido rientra a capo chino. La bidella mi ha permesso di rientrare, e se fosse stato per me in quella classe non avrei più messo piede fino al giorno successivo. E invece sono tornata al mio posto, ho copiato le scritte insignificanti dalla lavagna, ho fatto lo zaino al suono della campanella, come se nulla fosse accaduto. Non è stato quel viaggio fuori dalla porta a farmi stare peggio. È stato quello che ha detto il professore, dietro la porta chiusa, alle mie spalle, è stato capire che aveva vinto lui. Mi ha presa in giro senza guardarmi in faccia, e quasi riesco a immaginare il suo sorriso sarcastico dopo avermi rinchiusa nelle mie vecchie paure, vigliacco, ha aspettato che il mio banco fosse vuoto per parlare al mondo di me. La cosa che più mi ha ferita, è stato sentirmelo dire dagli altri. Perché in fondo essere mandati fuori dalla porta è normale, sono quelle esperienze che ti insegnano, ti fanno capire dove hai sbagliato, dove hai superato il limite, e inevitabilmente ricordi tutto di quelle passeggiate nei corridoi della scuola, in compagnia dei bidelli e dei somari in fuga dalle lezioni. Ma quel professore ha reso umiliante e vergognoso perfino essere mandati fuori dalla porta. È un po’ una sconfitta personale, una condanna senza testimoni. Ho sbagliato, lo so. Ma dietro quella porta si è parlato di me, ed io nemmeno lo sapevo. Non chiedo niente, di essere perdonata, di essere rivalutata, nulla, perché in fondo ha ragione, il mio atteggiamento… ecco, il mio atteggiamento verso di lui è gelido e meschino, é così da sempre, non riesco ad essere diversa. Ma fuori da quella porta ho avuto modo di pensare, e mi sono resa conto di come sia ineluttabile che i professori giudichino chi siamo, prima di guardare al proprio libro. È forse il primo passo per affrontare il mondo, e dovrei cominciare a rassegnarmi, a mascherare il mio sguardo bollente con qualche sorriso, perché chiudersi a riccio non serve, come non serve scappare. Ma non ce la faccio. Me ne sono resa conto fuori dalla porta della classe, quando ho deciso che sarei stata onesta, che non avrei ascoltato di nascosto, ma a volte nemmeno ciò che siamo viene ricompensato. Gli errori pesano, lo so. E sarei tornata da quella pausa fuori dalla porta con le spalle forti, se non mi fossi sentita schiacciata contro le pareti della mia stessa classe da lui, da quel professore. Non è giusto. Perché? Perché attaccare chi non può nemmeno difendersi, rispondere, o anche solo ascoltare il rumore delle spade? Sbaglierò io? Io che penso sia da vigliacchi, io che mi sento delusa, non so, forse da tutti, io che in tredici anni di carriera scolastica non ho mai fatto incavolare nessuno. Tranne oggi. È la vita. 

Il mio vestito da sposa Tag

So cosa starete pensando, ho diciotto anni e non mi sono ancora sposata, neanche fidanzata, probabilmente guardo il mondo maschile col binocolo dalla cima del Monte Bianco, ma partecipo a questo Tag. Così, perché mi va. E perché amo guardare i vestiti da sposa in vetrina. Un grazie a Tuttolandia per avermi permesso di partecipare senza effettivamente avere nulla da dire, ma in fondo un posticino sul blog non lo si nega mai. 

REGOLE DEL TAG:
▪ Usare la foto del TAG…il mio vestito da sposa.
▪ Citare il blog che ha creato il TAG: http://www.argentoblu.wordpress.com/

▪ Ringraziare chi vi ha taggato.
▪ Nominare altri blog, non metto limiti.
▪ Inserire una foto del vostro vestito da sposa.

Domande:

1) Dove hai visto per la prima volta il tuo abito da sposa?
In una di quelle riviste che i miei genitori tenevano in bagno, sulla lavatrice, per i momenti meno riflessivi. E credetemi, non scherzo se vi dico che l’ottanta per cento di tutta quella carta rigorosamente non riciclabile è una deprimente pubblicità. Di qualsiasi cosa, profumi, creme, con incollati i campioncini che quando si aprono sembra l’eruzione dell’Etna, poi cibo, cioccolato, e chissà come mai del cioccolato il campioncino non lo trovi, e infine degli abiti. Abiti da sposa. Julia Roberts, Angelina Jolie, qualche Miss Universo dimenticata dai comuni mortali diventano manichini, passano sotto i ferri di photoshop, ed ecco la mia bella immagine del vestito da sposa ideale. 


2)
È stato amore a prima vista? Oh, sicuramente. Sicuramente più a prima vista del marito, dal momento che vivo a stretto contatto col mondo maschile senza esserci mai realmente entrata in contatto. Amore a prima vista nel senso che con le amiche ci piazziamo davanti alle vetrine dei negozi di abiti, con la bava alla bocca e il gelato che cola per terra, a contare quanti lustrini, quanti pizzi, quanti ricami un vestito da sposa debba avere. E soprattutto ci ritroviamo a piangere, perché non solo dovremmo sposarci ognuna col proprio cane (io non ho nemmeno quello, mi sposo il pesce rosso), ma non possiamo nemmeno permetterci un vestito da sposa in quattro. Da amore a prima vista a odio a seconda vista. Come cambiano le stagioni!


3) Lo hai sempre sognato così oppure hai ripiegato su uno che ti hanno consigliato?
Beh, per ora lo sogno così. Che non sia invisibile, come in quella fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. Che sia possibilmente della mia taglia, anche se con le taglie ho parecchi conflitti aperti e mai risolti. Che entri e si chiuda, mettiamola così. Poi c’è chi mi consiglia che sia bianco, e in tal caso mi farò portare una torta di panna montata, perché so già che metà di essa finirà sulla gonna. C’è chi mi consiglia quei vestiti di tulle, con tutte le roselline ricamate sopra, i pizzi che svolazzano come piume di un piccione, ed io che semplicemente mi sento una bomboniera. No, per carità. Sogno qualcosa di semplice. Anche una bianca vestaglia con su scritto “Oggi sposi”.


4) Di che colore lo hai scelto?
 Sono rimasta folgorata dal violetto sfumato tendente al verde acqua, che ricorda quegli stagni preistorici che puzzano di rana morta, o quelle piscine abbandonate che in inverno sono trappole mortali per gli avventurieri. Anche se bisogna ammettere che sposarsi in nero avrebbe il suo stile, specialmente se mi sposerò col mio fedele pesce rosso: i pesci hanno vita breve, matrimonio e funerale in appena sei ore minimizza le spese in maniera esponenziale. E poi dicono che alla facoltà di economia sarei sprecata. A parte gli scherzi, scelgo il bianco. Bianco panna. Bianco riso, così se mi si incastra tra i pizzi non sembro stata bersagliata da una cerbottana. Bianco nubi, perché ad ogni occasione importante piove. 


5) Il velo come era? Lungo o corto?
Lungo da inciampare coi trampoli argentati, e ritrovarsi con la caviglia su Plutone, i fiori in bocca e le mutande sulla testa, perché scendere le scale con il velo richiede l’uso di attrezzature da cantiere. I paggi servono a qualcosa? Mai fidarsi! Riempiranno il tuo velo di pedate e petali di rose, tireranno il velo come fosse un tiro alla fune, e inciamperai lo stesso, ammazzando sul colpo i paggi, i fiori, i petali di rose, e qualsiasi forma di essere vivente in traiettoria di rotolamento.


6) Chi ti ha accompagnato per i negozi a scegliere il vestito?
 Può averlo fatto una sola persona, la mia migliore amica, compagna di obbrobri e sperimenti nei camerini. Mi ha accompagnata, e riaccompagnata, e riaccompagnata, all’infinito, a sognare, sedute come senzatetto sui gradini di un palazzo, sognare il grande giorno del matrimonio, e sognare di piantare lo sposo all’altare. Il risultato è stato: una signora per compassione ha infilato cinquanta centesimi nella mia coca cola. 


7) Perché hai scelto quel vestito?
Ma che domande, perché in qualche modo dovrò pur andarci al matrimonio! E dato che son tirchia, e non capisco questa ossessione per i brillantini e le gonne a tendone-del-circo, non mi lascio impressionare, mi fondo nel reparto per le persone giudicate noiose, dove tutto è bianco e sobrio come la sezione tende dell’Ikea. Abito bianco, con un cartellino che mi preservi da un ictus, e che possibilmente non evidenzi delle curve che nel mio corpo NON ci sono. Scelgo questo vestito perché sono esattamente come quel vestito, cerco di nascondermi, cerco di apparire solo per chi mi cerca, e oggigiorno sono veramente pochi: si sposano tutti in rosa, in bordeaux, in verde evidenziatore, mai nessuno che si ispiri alla nonna.


8) I tuoi testimoni erano in tema con il tuo vestito?
I miei testimoni, previa autorizzazione, si possono vestire come il loro karma preferisce. Coi brillantini, coi diamanti, con le stelle filanti di carnevale, per quanto mi riguarda potrebbero essere stati anche la Befana e Babbo Natale in persona, e non sarebbe cambiato proprio niente. 


9) Adesso dopo mesi o anni, sceglieresti lo stesso vestito o lo cambieresti?
Ripassa tra qualche mese o anno, quando forse qualche anima in pena con l’organo riproduttivo deciderà di scoprire il mondo fuori dagli stadi di calcio, e magari ci conosceremo. E magari sarà amore a prima vista, come per l’abito da sposa, già acquistato. Ma per ora l’assicurazione non risponde di alcuna delusione.


10) Che cosa ne hai fatto ora che non lo utilizzi più? Lo hai conservato, lo hai riutilizzato o regalato?
Mi domando perché conservare un vestito quando se ne potrebbe fare un chilometro di straccio per la polvere. Se dovessi invece consegnarlo a qualche futura sposa, mi farei pagare a brillantino: il prezzo è proporzionale alla densità di luccichio sull’abito. Potrebbe anche funzionare. 

Ho risposto, così, per divertirmi un poco, e magari sognare davvero il mio futuro abito da sposa. Sto prendendo in considerazione alcune ipotesi, che vorrei condividere con voi.

Forse dovrei noleggiare anche una carrozza con unicorni, che dite? 

Questo velo non deve assolutamente sfiorare i ceri della chiesa.

Con questo potrebbero scambiarmi per l’animatrice di una festa per bambini

Per essere sobri. Ho deciso di assomigliare a un candelabro.

Se il problema sono le curve, ci si trasforma in una triplice mongolfiera.

Se sono nervosa, mi basterà fare la ruota. E il WWF mi aspetterà appena finito il rinfresco. 

E questo è per chi non resiste e tra l’ostia e il vino ci vuole inserire un bignè. 

L’ultimo fa decisamente al caso mio.

Giornata del Pi Greco

Esiste. Ebbene sì. Non muore con la fine degli anni scolastici, con quelle lezioni di geometria in cui maledizione, non posso usare il teoremadi Pitagora!. E chi non muore si rivede. Eccolo qui il mitico Pi Greco, quel numero sospetto, che somiglia ad una doppia ti ma si legge Pi, e non è neppure italiano. Quel numero infinito che non sai mai quanto valga, e qualsiasi valore assuma non sarà mai quello giusto. È nato per il caos, per confondere la mente, per fulminare le calcolatrici, per riempire fogli con calcoli sovrumani che si potendono all’infinito. E noi gli dedichiamo una giornata.

E come mai proprio oggi? Perché non a dicembre? O ad agosto? Ecco, perché Pi greco vale CIRCA 3,14. E dico circa, perché con lui non ci si prende mai. Infatti vale anche 3,14159. E la festa del Pi greco, se vogliamo essere matematicamente precisi, cade alle 15 e nove minuti del giorno 3 di marzo. E più non dico e più non ragiono.

La prima celebrazione del “Pi Day” si tenne nel lontano 1988 all’Exploratorium di San Francisco, quale onore!, per iniziativa del fisico statunitense Larry Shaw, in seguito insignito del titolo di “Principe del pi greco”. E fortunato lui, tutti a candidarsi per le elezioni presidenziali, quando qui abbiamo dei nobili principi con un pi greco appeso al collo. La prima manifestazione prevedeva un corteo circolare e la vendita di torte alla frutta, decorate con le cifre decimali del pi greco. Una fantasia da primitivi. Così ho deciso di informarmi, e di condividere con voi questo momento di gloria del grande Pi greco come è giusto che sia.

  1. Mangia cibi ispirati al pi greco. Cibi che iniziano con “pi”. Cibi con scritto sopra “pi”. Cibi a forma di “pi”. Una specie di rituale satanico per invocare le divinità della geometria, che hanno sempre in sè qualche eccezione, e il problema non si risolve mai. 
  2. Crea un ambiente pi greco. Avete sentito, voi designer moderni? Basta con queste carte da parati, con questi stili orientali, ormai sono passati di moda. Oggi il pi greco fa tendenza. Collane, orologi, adesivi, tatuaggi, poster, murales, sfondi del cellulare e del computer, la cosa importante è circondarsi di pi greco come se fosse un Santo, e poterlo trovare in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, voltando la testa da qualsiasi parte. Un Grande Fratello a forma di pi greco. 
  3. Celebra Pi greco alle 15:09. Leggo testualmente: “puoi esultare con gioia, o iniziare un conto alla rovescia per il minuto di pi. Puoi anche passare il minuto in silenzio ed essere più serio. Ogni persona può pensare a cosa significa pi greco per lei e pensare a cosa sarebbe il mondo senza pi greco. Se ti trovi a scuola, qualcuno potrebbe annunciare il minuto di pi greco all’altoparlante. Se hai scritto una canzone sul pi greco, o hai preparato una coreografia, questo è il momento giusto per condividerla con gli amici”. Ecco, pi greco, per me, è tutto. È ciò che più mi ha accompagnata in questi anni, quanto di più vicino ci sia, quanto di più io conosca e non conosca, perché c’è sempre stato, ma non ho ancora potuto viverlo davvero. Pi greco è stato occasione, sudore, rabbia, soddisfazione, ore spese sui libri, o accanto ad un’amica, perché forse in due lo si poteva decifrare. Non so come sarebbe andata la mia vita senza il pi greco. Forse mi sarei iscritta al liceo classico, e avrei imparato l’alfabeto greco, senza numeri, senza cifre infinite, senza giramenti di testa e mancamenti davanti ai cerchi. Forse avrei guardato il mondo da un’angolazione diversa. E nessuno avrebbe potuto calcolare la circonferenza terrestre. E allora in che mondo avremmo vissuto?
  4. Converti tutto in pi greco. Mangia pi greco grammi di pasta. Corri per pi greco minuti. “Sono le ore pi greco mezzi”. “Ho quattro pi greco anni”. E finisci ricoverato in psichiatria, reparto degli internati. 
  5. Fai dei giochi ispirati al pi greco. E qui bisognerebbe interpellare il mondo ignoto dei laureati in matematica, quegli esseri alieni con la camicia incollata alle mutande dentro i pantaloni, gli occhiali tondi alla Mike Bongiorno, la barba incolta, le scarpe del bisnonno riciclate, e come unico mezzo di trasporto la bicicletta. Bicicletta scassata. Se ne ricava che i giochi più gettonati sono la gara di memorizzazione o declamazione del pi greco, il quiz su Albert Einstein, e discutere i diversi modi di derivazione del pi greco. Sì, quei giochi tipici delle serate tra amici, o in spiaggia, quando alle tre del pomeriggio con quaranta gradi all’ombra l’ingegnere di turno si alza in piedi, e recita “TREVIRGOLAUNOQUATTROUNOCINQUENOVEDUESEICINQUEQUATTRO” con la vena poetica pulsante e una depressione leopardiana.
  6. Usa il tuo lato artistico per celebrare il pi greco. Poesie, canzoni, opere teatrali, quadri. 
  7. Discendi a pioggia come inchiostro

    Folle infinita anima

    Chiusa dietro un cerchio

    Significato ancestrale

    Sei tu un collegamento 

    E ti fingi amico

    Come maschera a Carnevale

    Ma parli in codice di cifre singolari

    Dopo l’ultima c’è sempre l’altra

    Così che non finisci mai

    Sei come l’acqua di un fiume pieno

    Che scende e poi ritorna 

    Senza ripetersi mai

    E nessuno saprà forse mai amarti

    Perché nessuno può conoscerti davvero

    Ma la storia tu l’hai fatta

    E quindi mio pi greco

    Sei un poco anche pi italiano

  8. Celebra il pi greco fisicamente. Guida o cammina per 3,14 chilometri. Scatta una foto con gli amici formando un pi greco. O magari, “fallo” con lei a pi greco mezzi. (Senza essere volgari).
  9. Aiuta a tramandare la tradizione. Meglio di così? 

    Aggiunge la mia fonte tra i consigli: “Dimostra il tuo amore per pi greco sposandoti in questa giornata. Non c’è nulla di più romantico che sposare la persona che ami alle 15:09 e 26 secondi del 14 Marzo, per simboleggiare che, come pi greco, il vostro amore continuerà per sempre”. Ho già fissato le mie nozze. 

    (Informazioni prese dal fantastico mondo di internet)

    Pronto Soccorso Italiano: scappi chi può

    Il cliente ha sempre ragione. Il paziente ha sempre ragione. E poi ti capita di passare al pronto soccorso, e ti rendi conto del mondo che vi sta dentro. Non dietro, proprio dentro. E mi piacerebbe capire che cosa spinga un’infermiera a sgridare chi sta male, o una dottoressa a lasciarti con due sole parole violente come schiaffi.
    La gente è strana: si infastidisce sempre per cose banali e poi dei problemi gravi, come il totale spreco della propria esistenza, sembra accorgersene a stento
    (Charles Bukowski)
    Il fatto è che non concepisco come sia possibile, come possa una persona vivere in questo modo, con una rabbia continua immersa nel sangue, con un lavoro che logora la pazienza quando dovrebbe solo riempirti di orgoglio, e forse anche della capacità di capire l’altro. In quanti darebbero tutto per aiutare il prossimo, e poi ci sono persone che vestono con sdegno le proprie divise, che non sorridono, che nemmeno ti guardano in faccia, e tu paziente, che dovresti avere ragione, non hai armi per ribattere. In fondo è vero che se hai soldi conosci un mondo diverso. Perfino la sanità privata è diversa. Mi domando solamente che cosa si provi a vivere così. Perchè dicono che l’economia sia come un treno morto sul binario, e chi lo sa se mai sarà in grado di ripartire, dicono che il lavoro sia quasi un privilegio, e poi entri nel pronto soccorso della tua città, lo immagini accogliente, come minimo rivestito di gentilezza, ma sono tutte illusioni. Trovi le dottoresse esperte che volevano stare a casa, farsi un bel fine settimana lungo e andare al mare, infermiere che si lamentano di altre infermiere quando sono le prime a trascorrere un’ora e mezza in pausa caffè, e le prime a guardarti con odio perché a quanto pare è colpa tua se hai bisogno del loro aiuto.

    E così entri in quel labirinto bianco alla ricerca del tuo reparto, e ti sembra quasi di essere su una pista da sci ad agosto: il deserto. C’è giusto l’anziano di turno con il disturbo all’anca che almeno una volta al mese si fa prescrivere aspirine e fastumgel. E poi ci sei tu. Potrà esserti capitato tutto: il naso rotto, un dito perso nel tagliaerba, uno specchio conficcato nella mano; ma tanto dovrai aspettare. Sempre. Anche dopo che l’anziano se ne sarà andato. Perchè sedere ad una scrivania per tre ore ti sfinisce, e allora l’infermiera se ne va a prendere un caffè. Aggiungo io: direttamente a Nuova Delhi. E che succede? Succede che il distributore del caffè diventa come l’armadio di Narnia: un buco nero. E aspetti, aspetti, aspetti, peggio che al supermercato quando si impalla la cassa fai da te. Poi finalmente torna. Prendi il numerino, come dal panettiere. Illuso e innocente, pensi di poter entrare. No! Bussi e apri la porta. Sacrilegio! Vieni investito dalle grida strozzate dell’infermiera che sbraita come un chihuahua, e ti assale senza nemmeno guardarti, con la bava alla bocca, rispedendoti fuori. Finisci ad un’altra sala d’attesa, un’altra fila, un altro numerino. Qui c’è una folla che nemmeno al concerto dei Beatles, leggi il tuo numero: 85. Sono ancora al 3. Cinque ere geologiche dopo chiamano il tuo numero. Ancora impaurito apri la porta, e ti ritrovi il faccione di un’altra infermiera nervosa davanti, che già dal corridoio ti chiede “Etri veloce che non abbiamo tempo da perdere, dimmi cos’è successo. Dammi la tessera sanitaria. Anno di nascita? Ah, non ha preparato, a tessera mentre aspettava? Ma come è successo? Ma bravo… neanche mio nipote di due anni avrebbe… va beh. Mi dà questa tessera?!”. Comincia a sbuffare come una locomotiva, e in un modo che non ti spieghi, qualsiasi sia il motivo per cui ti trovi lì, ti fa sentire un perfetto imbecille. Ti hanno investito sulle strisce pedonali? È colpa tua. Ci vedi male? È colpa tua. Ti hanno rapinato? È colpa tua. E sapete cos’altro? È colpa tua anche se lei è lì e deve lavorare. Maledetto! Una volta concluse le formalità ti ritrovi di nuovo in sala d’attesa. Novantacinque minuti, e la dottoressa ti chiama. È giovane, ingenua, inesperta, inconsapevole. (Scappa finché sei in tempo). Ti fa accomodare, ti rivolta come un calzino, esamina ogni unghia fino ai capezzoli,  in silenzio e con un sorriso che non capisci se sia sarcastico o di compassione. Poi chiama la dottoressa. Ed entra ‘sto trattore, un ciclope largo quanto la Sicilia, con un camice bianco tutto sporco di caffè, le sopracciglia che formano una perfetta V sulla fronte, e delle pieghe sulla pelle che neanche De Niro sul set di Frankenstein. Già ti senti meglio. Ma quella ti inchioda al letto, ti palpa come l’impasto della pizza, e si mette a scrivere al computer. Non ha ancora aperto bocca. E a dir la verità nemmeno tu. “Lo sai che rischi la vita cosi? Eh, LO SAI?! VERGOGNA!”. Ti senti ancora più imbecille di prima, e chi lo sa cosa avrai mai fatto. “Sei non sai scendere le scale prendi l’ascensore! E guarda te, mi tocca stare qui a fasciare questo che a trent’anni suonati cade ancora dalle scale!”. Ti consegnano brutalmente un foglio che pare scritto in arabo, con qualche sigla e termini medici che per te potrebbero significare tutto. Microlesionamento del metacarpo in o.d.f. con ppf. e riversamento di astroliquefamitazionamento puro in sede, r.t., soggetto: imbecille, anni 30. Non chiedi spiegazioni, sai che non ne riceveresti. E mentre te ne vai ti assale il dubbio. Morirò? È inevitabile. Basta anche un po’ di sangue dal naso. Laringoversamento ed ematoma scomposto esterno in n.sx. post-trauma plurimo di penta-dita-dotato. Po dicono che cercare i sintomi su Google non è affidabile. Ebbene, per i dottori del pronto soccorso l’unica diagnosi è che è colpa tua. Po vai in farmacia, e ti dicono che purtroppo è l’Italia. E ti metti a ridere.

    Una settimana dopo: il controllo. Prendi il numerino nello stesso posto dell’altra volta, ma un’infermiera ti apre la porta a mezzo millimetro dal naso e ti urla in faccia che devi andare dall’altra parte dell’edificio. Accettazione, paghi, perché tanto si paga ovunque, e poi ti metti in fila. Tre seggiole per ottanta persone in coda, pare anche ragionevole. Ti sfilano davanti due ventenni al cellulare che scompaiono in un qualche buco nero nel cortile e ritornano soltanto cinque ore dopo per la pausa caffè. Un’altra dottoressa continua a passare da un ambulatorio all’altro in cerca di non si sa bene cosa di perduto. Nell’ambulatorio che ti interessa se ne stanno in quatto pigiati contro lo stesso macchinario, come se stessero cercando una zanzara da ammazzare. Esce il paziente. Si chiude la porta, e dall’interno provengono urla da stadio e risate a crepapelle che ti fanno uscire i nervi fuori di pelle. Dieci minuti di pausa, e poi entra il prossimo paziente. Mezz’ora, tra una chiacchierata sul campionato calcistico e una sull’occhio un po’ messo male. E finisce che entri anche tu, dopo otto ore in piedi che pare di essere diventati di marmo. Entri per un minuto e trenta secondi. Ti dicono che stai migliorando. Ed esci. Aria. Ossigeno.

    Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino. Il modo in cui tu reagisci fa parte del tuo.”
    (Mantra Yoga)

    Diciott’anni e non sentirli 

    Sapete cosa accade?

    Che mi sforzo, mi dipingo di nero gli occhi, quasi quasi la prossima volta uso un pennarello indelebile, di rosso le labbra, e potrei stampare un bacio perfetto sul muro bianco e fare i miliardi, nascondo i brufoli sotto un mascherone di correttore, sistemo i capelli indisciplinati a suon di sberle, di fertilizzanti e di fil di ferro, insisto a intossicarmi di profumo, a perdere la vista mentre dipingo la mia arte sui pochi millimetri quadrati delle unghie, e non funziona niente.

    Mi vesto, studiando gli abbinamenti col microscopio e il manuale di Barbie-passione-stilista, controllo perfino se c’è qualche colore che porta sfiga, perché ormai la superstizione dilaga, compro il mio abbigliamento nei negozi più affollati, e combatto assieme alla folla per accaparrarmi i prodotti in saldo, corro in camerino e ci rimango per due ore buone, provo e riprovo, finché non son convinta, e chiedo consulto all’esercito di amiche, le convoco come fosse un parlamento, le interrogo con la torcia puntata in faccia perché siano sincere, e non funziona niente.

    Decido di puntare sulla borsa, rigorosamente nera, rigorosamente capiente, rigorosamente pesante tre quintali, perché le donne non possono portare una borsa vuota in giro, ecco, forse porta sfiga, e allora sfondo la mia borsa col vocabolario e lo nascondo con la sciarpa, dico a tutti che c’è dentro l’essenziale, mentre la spalla s’incrina irrimediabilmente a destra, la porto come una gallina zoppa, col gomito sporgente a mo’ di cameriera, la esibisco come un pezzo da collezione, e quando piove sotto l’ombrello ci finisce lei, ma non funziona niente. 

    Le scarpe, proviamo con quelle, vertiginosi tacchi che attentano alle mie caviglie una buca dopo l’altra, trappole insidiose che mi sono scelta da sola, per giunta economici, perché mi piace rischiare, cerco di camminare con eleganza, ma sembro un elefante dopo il pranzo di Natale, eppure le guardo, sono belle, posso farcela, dopo mezz’ora per fare due gradini ho soltanto voglia di sedermi e lanciare le scarpe in Australia, sono affezionata alle mie Converse, ma perché non funziona niente?

    Forse è l’acconciatura, cerco di rendere i capelli più vissuti, e mi diventano una criniera di leone, senza una piega o una riga dritta, neppure nascosta dal bulbo, ci verso sopra mezzo chilometri di prodotti chimici giapponesi, e sembrano più finti di una parrucca sintetica, li lascio asciugare all’aria anche a dicembre, e mi becco una broncopolmonite da codice rosso e ambulanza, il parrucchiere tenta una mossa di salvataggio, i boccoli, ma dopo dieci minuti sembra un prato appena falciato, perché mai non deve funzionare mai niente?

    Lo sguardo, ecco, dev’essere deciso, perfido come Mussolini, devo fulminare chiunque si azzardi a calcolare i miei anni, devo bruciargli la vista come un fiammifero piantato nei bulbi oculari, devo sentirli gridare di dolore al mio passaggio, accasciarsi al suolo domandando perdono, ma le sole persone che mi fermano per strada sono turisti tedeschi che chiedono informazioni sulla città, e allora, perché, perché non funziona?

    La camminata, forse devo marciare, sorpassare senza pietà i vecchietti piantati da mezz’ora sullo stesso centimetro quadrato, lanciarmi in mezzo alla strada col rischio di essere tranciata in due da un autobus, forse devo investire i piccioni e il loro pranzo, imperterrita, dritta come se avessi un palo infilato tra le natiche, forse devo sul serio battere ogni mio record e non dare il tempo a nessuno nemmeno di guardarmi in faccia, eppure i mendicanti riescono sempre a rifilarmi il giornalino della parrocchia in cambio di qualche moneta, e allora perché non funziona?

    Sapete cos’è che non funziona? Diciotto anni e non sentirli. Quando un bimbo di dieci anni mi ferma per strada con sguardo languido e una segreta richiesta di matrimonio, quando il tabaccaio mi saluta con la manina e una voce da Titti “Ciao bimbaaaa”, quando dalla parrucchiera mi dicono che dimostro quattordici anni, quando un coetaneo mi fissa sconvolto gridando “Ma sei piccola! Sei piccolissima” quasi fossi affetta da nanismo. Diciott’anni e sentirne la metà, è possibile? E dicono che sia positivo sembrare più giovani, ma vivo nell’ombra di chi ostenta diciotto anni e ne dimostra trentacinque, perché io no? Dove sbaglierò mai?

    Ah già, sarà che non sono ancora andata a rifarmi seno, sedere e spalle. Ma a questo non porrò rimedio. Anche a costo di sembrare un palloncino sgonfio quando tutti saranno brillanti mongolfiere.