Il mio vestito da sposa Tag

So cosa starete pensando, ho diciotto anni e non mi sono ancora sposata, neanche fidanzata, probabilmente guardo il mondo maschile col binocolo dalla cima del Monte Bianco, ma partecipo a questo Tag. Così, perché mi va. E perché amo guardare i vestiti da sposa in vetrina. Un grazie a Tuttolandia per avermi permesso di partecipare senza effettivamente avere nulla da dire, ma in fondo un posticino sul blog non lo si nega mai. 

REGOLE DEL TAG:
▪ Usare la foto del TAG…il mio vestito da sposa.
▪ Citare il blog che ha creato il TAG: http://www.argentoblu.wordpress.com/

▪ Ringraziare chi vi ha taggato.
▪ Nominare altri blog, non metto limiti.
▪ Inserire una foto del vostro vestito da sposa.

Domande:

1) Dove hai visto per la prima volta il tuo abito da sposa?
In una di quelle riviste che i miei genitori tenevano in bagno, sulla lavatrice, per i momenti meno riflessivi. E credetemi, non scherzo se vi dico che l’ottanta per cento di tutta quella carta rigorosamente non riciclabile è una deprimente pubblicità. Di qualsiasi cosa, profumi, creme, con incollati i campioncini che quando si aprono sembra l’eruzione dell’Etna, poi cibo, cioccolato, e chissà come mai del cioccolato il campioncino non lo trovi, e infine degli abiti. Abiti da sposa. Julia Roberts, Angelina Jolie, qualche Miss Universo dimenticata dai comuni mortali diventano manichini, passano sotto i ferri di photoshop, ed ecco la mia bella immagine del vestito da sposa ideale. 


2)
È stato amore a prima vista? Oh, sicuramente. Sicuramente più a prima vista del marito, dal momento che vivo a stretto contatto col mondo maschile senza esserci mai realmente entrata in contatto. Amore a prima vista nel senso che con le amiche ci piazziamo davanti alle vetrine dei negozi di abiti, con la bava alla bocca e il gelato che cola per terra, a contare quanti lustrini, quanti pizzi, quanti ricami un vestito da sposa debba avere. E soprattutto ci ritroviamo a piangere, perché non solo dovremmo sposarci ognuna col proprio cane (io non ho nemmeno quello, mi sposo il pesce rosso), ma non possiamo nemmeno permetterci un vestito da sposa in quattro. Da amore a prima vista a odio a seconda vista. Come cambiano le stagioni!


3) Lo hai sempre sognato così oppure hai ripiegato su uno che ti hanno consigliato?
Beh, per ora lo sogno così. Che non sia invisibile, come in quella fiaba “I vestiti nuovi dell’Imperatore”. Che sia possibilmente della mia taglia, anche se con le taglie ho parecchi conflitti aperti e mai risolti. Che entri e si chiuda, mettiamola così. Poi c’è chi mi consiglia che sia bianco, e in tal caso mi farò portare una torta di panna montata, perché so già che metà di essa finirà sulla gonna. C’è chi mi consiglia quei vestiti di tulle, con tutte le roselline ricamate sopra, i pizzi che svolazzano come piume di un piccione, ed io che semplicemente mi sento una bomboniera. No, per carità. Sogno qualcosa di semplice. Anche una bianca vestaglia con su scritto “Oggi sposi”.


4) Di che colore lo hai scelto?
 Sono rimasta folgorata dal violetto sfumato tendente al verde acqua, che ricorda quegli stagni preistorici che puzzano di rana morta, o quelle piscine abbandonate che in inverno sono trappole mortali per gli avventurieri. Anche se bisogna ammettere che sposarsi in nero avrebbe il suo stile, specialmente se mi sposerò col mio fedele pesce rosso: i pesci hanno vita breve, matrimonio e funerale in appena sei ore minimizza le spese in maniera esponenziale. E poi dicono che alla facoltà di economia sarei sprecata. A parte gli scherzi, scelgo il bianco. Bianco panna. Bianco riso, così se mi si incastra tra i pizzi non sembro stata bersagliata da una cerbottana. Bianco nubi, perché ad ogni occasione importante piove. 


5) Il velo come era? Lungo o corto?
Lungo da inciampare coi trampoli argentati, e ritrovarsi con la caviglia su Plutone, i fiori in bocca e le mutande sulla testa, perché scendere le scale con il velo richiede l’uso di attrezzature da cantiere. I paggi servono a qualcosa? Mai fidarsi! Riempiranno il tuo velo di pedate e petali di rose, tireranno il velo come fosse un tiro alla fune, e inciamperai lo stesso, ammazzando sul colpo i paggi, i fiori, i petali di rose, e qualsiasi forma di essere vivente in traiettoria di rotolamento.


6) Chi ti ha accompagnato per i negozi a scegliere il vestito?
 Può averlo fatto una sola persona, la mia migliore amica, compagna di obbrobri e sperimenti nei camerini. Mi ha accompagnata, e riaccompagnata, e riaccompagnata, all’infinito, a sognare, sedute come senzatetto sui gradini di un palazzo, sognare il grande giorno del matrimonio, e sognare di piantare lo sposo all’altare. Il risultato è stato: una signora per compassione ha infilato cinquanta centesimi nella mia coca cola. 


7) Perché hai scelto quel vestito?
Ma che domande, perché in qualche modo dovrò pur andarci al matrimonio! E dato che son tirchia, e non capisco questa ossessione per i brillantini e le gonne a tendone-del-circo, non mi lascio impressionare, mi fondo nel reparto per le persone giudicate noiose, dove tutto è bianco e sobrio come la sezione tende dell’Ikea. Abito bianco, con un cartellino che mi preservi da un ictus, e che possibilmente non evidenzi delle curve che nel mio corpo NON ci sono. Scelgo questo vestito perché sono esattamente come quel vestito, cerco di nascondermi, cerco di apparire solo per chi mi cerca, e oggigiorno sono veramente pochi: si sposano tutti in rosa, in bordeaux, in verde evidenziatore, mai nessuno che si ispiri alla nonna.


8) I tuoi testimoni erano in tema con il tuo vestito?
I miei testimoni, previa autorizzazione, si possono vestire come il loro karma preferisce. Coi brillantini, coi diamanti, con le stelle filanti di carnevale, per quanto mi riguarda potrebbero essere stati anche la Befana e Babbo Natale in persona, e non sarebbe cambiato proprio niente. 


9) Adesso dopo mesi o anni, sceglieresti lo stesso vestito o lo cambieresti?
Ripassa tra qualche mese o anno, quando forse qualche anima in pena con l’organo riproduttivo deciderà di scoprire il mondo fuori dagli stadi di calcio, e magari ci conosceremo. E magari sarà amore a prima vista, come per l’abito da sposa, già acquistato. Ma per ora l’assicurazione non risponde di alcuna delusione.


10) Che cosa ne hai fatto ora che non lo utilizzi più? Lo hai conservato, lo hai riutilizzato o regalato?
Mi domando perché conservare un vestito quando se ne potrebbe fare un chilometro di straccio per la polvere. Se dovessi invece consegnarlo a qualche futura sposa, mi farei pagare a brillantino: il prezzo è proporzionale alla densità di luccichio sull’abito. Potrebbe anche funzionare. 

Ho risposto, così, per divertirmi un poco, e magari sognare davvero il mio futuro abito da sposa. Sto prendendo in considerazione alcune ipotesi, che vorrei condividere con voi.

Forse dovrei noleggiare anche una carrozza con unicorni, che dite? 

Questo velo non deve assolutamente sfiorare i ceri della chiesa.

Con questo potrebbero scambiarmi per l’animatrice di una festa per bambini

Per essere sobri. Ho deciso di assomigliare a un candelabro.

Se il problema sono le curve, ci si trasforma in una triplice mongolfiera.

Se sono nervosa, mi basterà fare la ruota. E il WWF mi aspetterà appena finito il rinfresco. 

E questo è per chi non resiste e tra l’ostia e il vino ci vuole inserire un bignè. 

L’ultimo fa decisamente al caso mio.

Giornata del Pi Greco

Esiste. Ebbene sì. Non muore con la fine degli anni scolastici, con quelle lezioni di geometria in cui maledizione, non posso usare il teoremadi Pitagora!. E chi non muore si rivede. Eccolo qui il mitico Pi Greco, quel numero sospetto, che somiglia ad una doppia ti ma si legge Pi, e non è neppure italiano. Quel numero infinito che non sai mai quanto valga, e qualsiasi valore assuma non sarà mai quello giusto. È nato per il caos, per confondere la mente, per fulminare le calcolatrici, per riempire fogli con calcoli sovrumani che si potendono all’infinito. E noi gli dedichiamo una giornata.

E come mai proprio oggi? Perché non a dicembre? O ad agosto? Ecco, perché Pi greco vale CIRCA 3,14. E dico circa, perché con lui non ci si prende mai. Infatti vale anche 3,14159. E la festa del Pi greco, se vogliamo essere matematicamente precisi, cade alle 15 e nove minuti del giorno 3 di marzo. E più non dico e più non ragiono.

La prima celebrazione del “Pi Day” si tenne nel lontano 1988 all’Exploratorium di San Francisco, quale onore!, per iniziativa del fisico statunitense Larry Shaw, in seguito insignito del titolo di “Principe del pi greco”. E fortunato lui, tutti a candidarsi per le elezioni presidenziali, quando qui abbiamo dei nobili principi con un pi greco appeso al collo. La prima manifestazione prevedeva un corteo circolare e la vendita di torte alla frutta, decorate con le cifre decimali del pi greco. Una fantasia da primitivi. Così ho deciso di informarmi, e di condividere con voi questo momento di gloria del grande Pi greco come è giusto che sia.

  1. Mangia cibi ispirati al pi greco. Cibi che iniziano con “pi”. Cibi con scritto sopra “pi”. Cibi a forma di “pi”. Una specie di rituale satanico per invocare le divinità della geometria, che hanno sempre in sè qualche eccezione, e il problema non si risolve mai. 
  2. Crea un ambiente pi greco. Avete sentito, voi designer moderni? Basta con queste carte da parati, con questi stili orientali, ormai sono passati di moda. Oggi il pi greco fa tendenza. Collane, orologi, adesivi, tatuaggi, poster, murales, sfondi del cellulare e del computer, la cosa importante è circondarsi di pi greco come se fosse un Santo, e poterlo trovare in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, voltando la testa da qualsiasi parte. Un Grande Fratello a forma di pi greco. 
  3. Celebra Pi greco alle 15:09. Leggo testualmente: “puoi esultare con gioia, o iniziare un conto alla rovescia per il minuto di pi. Puoi anche passare il minuto in silenzio ed essere più serio. Ogni persona può pensare a cosa significa pi greco per lei e pensare a cosa sarebbe il mondo senza pi greco. Se ti trovi a scuola, qualcuno potrebbe annunciare il minuto di pi greco all’altoparlante. Se hai scritto una canzone sul pi greco, o hai preparato una coreografia, questo è il momento giusto per condividerla con gli amici”. Ecco, pi greco, per me, è tutto. È ciò che più mi ha accompagnata in questi anni, quanto di più vicino ci sia, quanto di più io conosca e non conosca, perché c’è sempre stato, ma non ho ancora potuto viverlo davvero. Pi greco è stato occasione, sudore, rabbia, soddisfazione, ore spese sui libri, o accanto ad un’amica, perché forse in due lo si poteva decifrare. Non so come sarebbe andata la mia vita senza il pi greco. Forse mi sarei iscritta al liceo classico, e avrei imparato l’alfabeto greco, senza numeri, senza cifre infinite, senza giramenti di testa e mancamenti davanti ai cerchi. Forse avrei guardato il mondo da un’angolazione diversa. E nessuno avrebbe potuto calcolare la circonferenza terrestre. E allora in che mondo avremmo vissuto?
  4. Converti tutto in pi greco. Mangia pi greco grammi di pasta. Corri per pi greco minuti. “Sono le ore pi greco mezzi”. “Ho quattro pi greco anni”. E finisci ricoverato in psichiatria, reparto degli internati. 
  5. Fai dei giochi ispirati al pi greco. E qui bisognerebbe interpellare il mondo ignoto dei laureati in matematica, quegli esseri alieni con la camicia incollata alle mutande dentro i pantaloni, gli occhiali tondi alla Mike Bongiorno, la barba incolta, le scarpe del bisnonno riciclate, e come unico mezzo di trasporto la bicicletta. Bicicletta scassata. Se ne ricava che i giochi più gettonati sono la gara di memorizzazione o declamazione del pi greco, il quiz su Albert Einstein, e discutere i diversi modi di derivazione del pi greco. Sì, quei giochi tipici delle serate tra amici, o in spiaggia, quando alle tre del pomeriggio con quaranta gradi all’ombra l’ingegnere di turno si alza in piedi, e recita “TREVIRGOLAUNOQUATTROUNOCINQUENOVEDUESEICINQUEQUATTRO” con la vena poetica pulsante e una depressione leopardiana.
  6. Usa il tuo lato artistico per celebrare il pi greco. Poesie, canzoni, opere teatrali, quadri. 
  7. Discendi a pioggia come inchiostro

    Folle infinita anima

    Chiusa dietro un cerchio

    Significato ancestrale

    Sei tu un collegamento 

    E ti fingi amico

    Come maschera a Carnevale

    Ma parli in codice di cifre singolari

    Dopo l’ultima c’è sempre l’altra

    Così che non finisci mai

    Sei come l’acqua di un fiume pieno

    Che scende e poi ritorna 

    Senza ripetersi mai

    E nessuno saprà forse mai amarti

    Perché nessuno può conoscerti davvero

    Ma la storia tu l’hai fatta

    E quindi mio pi greco

    Sei un poco anche pi italiano

  8. Celebra il pi greco fisicamente. Guida o cammina per 3,14 chilometri. Scatta una foto con gli amici formando un pi greco. O magari, “fallo” con lei a pi greco mezzi. (Senza essere volgari).
  9. Aiuta a tramandare la tradizione. Meglio di così? 

    Aggiunge la mia fonte tra i consigli: “Dimostra il tuo amore per pi greco sposandoti in questa giornata. Non c’è nulla di più romantico che sposare la persona che ami alle 15:09 e 26 secondi del 14 Marzo, per simboleggiare che, come pi greco, il vostro amore continuerà per sempre”. Ho già fissato le mie nozze. 

    (Informazioni prese dal fantastico mondo di internet)

    Pronto Soccorso Italiano: scappi chi può

    Il cliente ha sempre ragione. Il paziente ha sempre ragione. E poi ti capita di passare al pronto soccorso, e ti rendi conto del mondo che vi sta dentro. Non dietro, proprio dentro. E mi piacerebbe capire che cosa spinga un’infermiera a sgridare chi sta male, o una dottoressa a lasciarti con due sole parole violente come schiaffi.
    La gente è strana: si infastidisce sempre per cose banali e poi dei problemi gravi, come il totale spreco della propria esistenza, sembra accorgersene a stento
    (Charles Bukowski)
    Il fatto è che non concepisco come sia possibile, come possa una persona vivere in questo modo, con una rabbia continua immersa nel sangue, con un lavoro che logora la pazienza quando dovrebbe solo riempirti di orgoglio, e forse anche della capacità di capire l’altro. In quanti darebbero tutto per aiutare il prossimo, e poi ci sono persone che vestono con sdegno le proprie divise, che non sorridono, che nemmeno ti guardano in faccia, e tu paziente, che dovresti avere ragione, non hai armi per ribattere. In fondo è vero che se hai soldi conosci un mondo diverso. Perfino la sanità privata è diversa. Mi domando solamente che cosa si provi a vivere così. Perchè dicono che l’economia sia come un treno morto sul binario, e chi lo sa se mai sarà in grado di ripartire, dicono che il lavoro sia quasi un privilegio, e poi entri nel pronto soccorso della tua città, lo immagini accogliente, come minimo rivestito di gentilezza, ma sono tutte illusioni. Trovi le dottoresse esperte che volevano stare a casa, farsi un bel fine settimana lungo e andare al mare, infermiere che si lamentano di altre infermiere quando sono le prime a trascorrere un’ora e mezza in pausa caffè, e le prime a guardarti con odio perché a quanto pare è colpa tua se hai bisogno del loro aiuto.

    E così entri in quel labirinto bianco alla ricerca del tuo reparto, e ti sembra quasi di essere su una pista da sci ad agosto: il deserto. C’è giusto l’anziano di turno con il disturbo all’anca che almeno una volta al mese si fa prescrivere aspirine e fastumgel. E poi ci sei tu. Potrà esserti capitato tutto: il naso rotto, un dito perso nel tagliaerba, uno specchio conficcato nella mano; ma tanto dovrai aspettare. Sempre. Anche dopo che l’anziano se ne sarà andato. Perchè sedere ad una scrivania per tre ore ti sfinisce, e allora l’infermiera se ne va a prendere un caffè. Aggiungo io: direttamente a Nuova Delhi. E che succede? Succede che il distributore del caffè diventa come l’armadio di Narnia: un buco nero. E aspetti, aspetti, aspetti, peggio che al supermercato quando si impalla la cassa fai da te. Poi finalmente torna. Prendi il numerino, come dal panettiere. Illuso e innocente, pensi di poter entrare. No! Bussi e apri la porta. Sacrilegio! Vieni investito dalle grida strozzate dell’infermiera che sbraita come un chihuahua, e ti assale senza nemmeno guardarti, con la bava alla bocca, rispedendoti fuori. Finisci ad un’altra sala d’attesa, un’altra fila, un altro numerino. Qui c’è una folla che nemmeno al concerto dei Beatles, leggi il tuo numero: 85. Sono ancora al 3. Cinque ere geologiche dopo chiamano il tuo numero. Ancora impaurito apri la porta, e ti ritrovi il faccione di un’altra infermiera nervosa davanti, che già dal corridoio ti chiede “Etri veloce che non abbiamo tempo da perdere, dimmi cos’è successo. Dammi la tessera sanitaria. Anno di nascita? Ah, non ha preparato, a tessera mentre aspettava? Ma come è successo? Ma bravo… neanche mio nipote di due anni avrebbe… va beh. Mi dà questa tessera?!”. Comincia a sbuffare come una locomotiva, e in un modo che non ti spieghi, qualsiasi sia il motivo per cui ti trovi lì, ti fa sentire un perfetto imbecille. Ti hanno investito sulle strisce pedonali? È colpa tua. Ci vedi male? È colpa tua. Ti hanno rapinato? È colpa tua. E sapete cos’altro? È colpa tua anche se lei è lì e deve lavorare. Maledetto! Una volta concluse le formalità ti ritrovi di nuovo in sala d’attesa. Novantacinque minuti, e la dottoressa ti chiama. È giovane, ingenua, inesperta, inconsapevole. (Scappa finché sei in tempo). Ti fa accomodare, ti rivolta come un calzino, esamina ogni unghia fino ai capezzoli,  in silenzio e con un sorriso che non capisci se sia sarcastico o di compassione. Poi chiama la dottoressa. Ed entra ‘sto trattore, un ciclope largo quanto la Sicilia, con un camice bianco tutto sporco di caffè, le sopracciglia che formano una perfetta V sulla fronte, e delle pieghe sulla pelle che neanche De Niro sul set di Frankenstein. Già ti senti meglio. Ma quella ti inchioda al letto, ti palpa come l’impasto della pizza, e si mette a scrivere al computer. Non ha ancora aperto bocca. E a dir la verità nemmeno tu. “Lo sai che rischi la vita cosi? Eh, LO SAI?! VERGOGNA!”. Ti senti ancora più imbecille di prima, e chi lo sa cosa avrai mai fatto. “Sei non sai scendere le scale prendi l’ascensore! E guarda te, mi tocca stare qui a fasciare questo che a trent’anni suonati cade ancora dalle scale!”. Ti consegnano brutalmente un foglio che pare scritto in arabo, con qualche sigla e termini medici che per te potrebbero significare tutto. Microlesionamento del metacarpo in o.d.f. con ppf. e riversamento di astroliquefamitazionamento puro in sede, r.t., soggetto: imbecille, anni 30. Non chiedi spiegazioni, sai che non ne riceveresti. E mentre te ne vai ti assale il dubbio. Morirò? È inevitabile. Basta anche un po’ di sangue dal naso. Laringoversamento ed ematoma scomposto esterno in n.sx. post-trauma plurimo di penta-dita-dotato. Po dicono che cercare i sintomi su Google non è affidabile. Ebbene, per i dottori del pronto soccorso l’unica diagnosi è che è colpa tua. Po vai in farmacia, e ti dicono che purtroppo è l’Italia. E ti metti a ridere.

    Una settimana dopo: il controllo. Prendi il numerino nello stesso posto dell’altra volta, ma un’infermiera ti apre la porta a mezzo millimetro dal naso e ti urla in faccia che devi andare dall’altra parte dell’edificio. Accettazione, paghi, perché tanto si paga ovunque, e poi ti metti in fila. Tre seggiole per ottanta persone in coda, pare anche ragionevole. Ti sfilano davanti due ventenni al cellulare che scompaiono in un qualche buco nero nel cortile e ritornano soltanto cinque ore dopo per la pausa caffè. Un’altra dottoressa continua a passare da un ambulatorio all’altro in cerca di non si sa bene cosa di perduto. Nell’ambulatorio che ti interessa se ne stanno in quatto pigiati contro lo stesso macchinario, come se stessero cercando una zanzara da ammazzare. Esce il paziente. Si chiude la porta, e dall’interno provengono urla da stadio e risate a crepapelle che ti fanno uscire i nervi fuori di pelle. Dieci minuti di pausa, e poi entra il prossimo paziente. Mezz’ora, tra una chiacchierata sul campionato calcistico e una sull’occhio un po’ messo male. E finisce che entri anche tu, dopo otto ore in piedi che pare di essere diventati di marmo. Entri per un minuto e trenta secondi. Ti dicono che stai migliorando. Ed esci. Aria. Ossigeno.

    Il modo in cui gli altri ti trattano fa parte del loro cammino. Il modo in cui tu reagisci fa parte del tuo.”
    (Mantra Yoga)

    Diciott’anni e non sentirli 

    Sapete cosa accade?

    Che mi sforzo, mi dipingo di nero gli occhi, quasi quasi la prossima volta uso un pennarello indelebile, di rosso le labbra, e potrei stampare un bacio perfetto sul muro bianco e fare i miliardi, nascondo i brufoli sotto un mascherone di correttore, sistemo i capelli indisciplinati a suon di sberle, di fertilizzanti e di fil di ferro, insisto a intossicarmi di profumo, a perdere la vista mentre dipingo la mia arte sui pochi millimetri quadrati delle unghie, e non funziona niente.

    Mi vesto, studiando gli abbinamenti col microscopio e il manuale di Barbie-passione-stilista, controllo perfino se c’è qualche colore che porta sfiga, perché ormai la superstizione dilaga, compro il mio abbigliamento nei negozi più affollati, e combatto assieme alla folla per accaparrarmi i prodotti in saldo, corro in camerino e ci rimango per due ore buone, provo e riprovo, finché non son convinta, e chiedo consulto all’esercito di amiche, le convoco come fosse un parlamento, le interrogo con la torcia puntata in faccia perché siano sincere, e non funziona niente.

    Decido di puntare sulla borsa, rigorosamente nera, rigorosamente capiente, rigorosamente pesante tre quintali, perché le donne non possono portare una borsa vuota in giro, ecco, forse porta sfiga, e allora sfondo la mia borsa col vocabolario e lo nascondo con la sciarpa, dico a tutti che c’è dentro l’essenziale, mentre la spalla s’incrina irrimediabilmente a destra, la porto come una gallina zoppa, col gomito sporgente a mo’ di cameriera, la esibisco come un pezzo da collezione, e quando piove sotto l’ombrello ci finisce lei, ma non funziona niente. 

    Le scarpe, proviamo con quelle, vertiginosi tacchi che attentano alle mie caviglie una buca dopo l’altra, trappole insidiose che mi sono scelta da sola, per giunta economici, perché mi piace rischiare, cerco di camminare con eleganza, ma sembro un elefante dopo il pranzo di Natale, eppure le guardo, sono belle, posso farcela, dopo mezz’ora per fare due gradini ho soltanto voglia di sedermi e lanciare le scarpe in Australia, sono affezionata alle mie Converse, ma perché non funziona niente?

    Forse è l’acconciatura, cerco di rendere i capelli più vissuti, e mi diventano una criniera di leone, senza una piega o una riga dritta, neppure nascosta dal bulbo, ci verso sopra mezzo chilometri di prodotti chimici giapponesi, e sembrano più finti di una parrucca sintetica, li lascio asciugare all’aria anche a dicembre, e mi becco una broncopolmonite da codice rosso e ambulanza, il parrucchiere tenta una mossa di salvataggio, i boccoli, ma dopo dieci minuti sembra un prato appena falciato, perché mai non deve funzionare mai niente?

    Lo sguardo, ecco, dev’essere deciso, perfido come Mussolini, devo fulminare chiunque si azzardi a calcolare i miei anni, devo bruciargli la vista come un fiammifero piantato nei bulbi oculari, devo sentirli gridare di dolore al mio passaggio, accasciarsi al suolo domandando perdono, ma le sole persone che mi fermano per strada sono turisti tedeschi che chiedono informazioni sulla città, e allora, perché, perché non funziona?

    La camminata, forse devo marciare, sorpassare senza pietà i vecchietti piantati da mezz’ora sullo stesso centimetro quadrato, lanciarmi in mezzo alla strada col rischio di essere tranciata in due da un autobus, forse devo investire i piccioni e il loro pranzo, imperterrita, dritta come se avessi un palo infilato tra le natiche, forse devo sul serio battere ogni mio record e non dare il tempo a nessuno nemmeno di guardarmi in faccia, eppure i mendicanti riescono sempre a rifilarmi il giornalino della parrocchia in cambio di qualche moneta, e allora perché non funziona?

    Sapete cos’è che non funziona? Diciotto anni e non sentirli. Quando un bimbo di dieci anni mi ferma per strada con sguardo languido e una segreta richiesta di matrimonio, quando il tabaccaio mi saluta con la manina e una voce da Titti “Ciao bimbaaaa”, quando dalla parrucchiera mi dicono che dimostro quattordici anni, quando un coetaneo mi fissa sconvolto gridando “Ma sei piccola! Sei piccolissima” quasi fossi affetta da nanismo. Diciott’anni e sentirne la metà, è possibile? E dicono che sia positivo sembrare più giovani, ma vivo nell’ombra di chi ostenta diciotto anni e ne dimostra trentacinque, perché io no? Dove sbaglierò mai?

    Ah già, sarà che non sono ancora andata a rifarmi seno, sedere e spalle. Ma a questo non porrò rimedio. Anche a costo di sembrare un palloncino sgonfio quando tutti saranno brillanti mongolfiere. 

    Per conoscersi un po’

    Ebbene sì, quando si è a corto di fantasia e arriva Fulvialuna con l’originalità fatta a post, bisogna solo ringraziare. E magari copiare, perché no. 

    🎨 Tatuaggi……..In lavorazione 

    💍 Matrimoni…… Neanche fidanzamenti.
    💣 Divorzi……………. La vedo dura.
    🚼 Figli………………… Per l’amor del cielo!
    😷 Operazioni…………. Son sana come un pesce.
    🔫 Sparato con la pistola…. Ad acqua.
    👊 Mollato un lavoro…. Mai stata assunta.
     Volato su un aereo…. Una decina di volte.
    😍 Avuto un colpo di fulmine…. Purtroppo il fulmine ha più mira di me, sì.
    🚫 Bocciato a scuola… È l’ultimo anno, ma mai dire mai.
    🚑 Fatto un giro in ambulanza…… Si paga?
    🎤 Cantato al Karaoke…. Per l’incolumità dei presenti, no.
    🐶 Animale domestico…. Due pesci tetraplegici che si mangiano la coda a vicenda.
    🏂 Fatto snowboard……. Mai.
    🎿 Sciato….. Per tre giorni in gita scolastica, e sono riuscita a schiantarmi contro le recinzioni, bloccare la seggiovia, e far cadere come una pera una signora.
    🗻 Scalato una montagna…. Con scarponi, zaino in spalla e maledizioni in tasca.
     Campeggiato in collina…… Il picnic vale?
    🚲💨 Guidato una moto…. Non so andare neanche in bicicletta.
    🐴 Cavalcato un cavallo…. I pony.
    🐍 Tenuto serpenti in mano….. Ancora non avevo pensato al suicidio.
    🍺 Bevuto un boccale di birra da 1lt… Ho bevuto DA un boccale di birra da 1lt.
    🚓 Salito su un auto dei carabinieri…. Eh si, mi avete scoperta, son evasa di prigione.
    🗼 Visitato Parigi…… Aspetto il principe azzurro che mi ci porti.
    🌲  Dormito in tenda col temporale…. Ma vi sembro scema?
    🌋 Salita su un vulcano…. Sull’Etna, e ci avrei volentieri buttato un paio di persone.
    🚓 Inseguito dalla polizia…. Forse in qualche incubo. 

    Se vi è piaciuto, potete farlo anche voi, ma sappiate che i diritti d’autore sono tutti di Fulvialuna!

    Trenta cose che puoi fare da single

    Finito San Valentino, diamo a Cesare quel che è di Cesare. Festa dei single. 15 febbraio. E quale miglior modo per festeggiare, se non illustrandovi una felicissima e piena vita da sola ma non solitaria?

    Da single:

    1. Puoi viaggiare dove più preferisci, senza il bisogno di selezionare le romantiche capitali europee, gli alberghi a quattro stelle con piscina, o disquisire con Marito o Moglie se sia meglio il mare o la montagna. Basta una tenda della Decathlon, uno zaino da campeggio, e una carta di credito, e si può andare anche in Sudafrica.
    2. Puoi certamente ordinare una pizza dieci stagioni, con wurstel, patatine, salame e salsiccia, senza sentirti un ippopotamo affamato.
    3. Puoi mangiare in salotto, stesa sul divano, con la copertina e il film preferito in televisione. In una coppia sappiate che il monopolio della stanza spetta sempre al sesso opposto al vostro. 
    4. Puoi uscire a qualsiasi ora, nel cuore della notte, senza che il consorte contatti la polizia, i servizi segreti, l’esercito e Chi l’ha visto.
    5. Si possono fare apprezzamenti sui modelli delle riviste femminili, pagati a milioni per poi essere photoshoppati fin sotto le mutande.
    6. Si possono comprare otto cani, dodici gatti, quattro canarini, due conigli e un pitone, e trasformare la casa in un circo a pagamento.
    7. Si può far carriera, finire al Tg5, incontrare Gentiloni, papa Francesco, Leonardo Di Caprio, Barack Obama!
    8. Pigiama party, pigiama party ogni sera, come fosse una droga.
    9. Si può comprare la Nutella in formato gigante e averne il monopolio supremo. 
    10. Si può sperimentare in cucina, mettere insieme spinaci, more, pecorino e cioccolato come se fossi a Masterchef, senza nessun Carlo Cracco nei paraggi che ti denunci per tentato avvelenamento.
    11. Si può dormire in un letto matrimoniale senza in rischio di ritrovarsi senza lenzuolo o direttamente stesi sul tappeto, e rotolare da un cuscino all’altro come un neonato.
    12. Si può riempire la casa di soprammobili made in China pagati 99 centesimi, e portafoto artigianali comprati ai mercatini dell’asilo, perché l’importante è che non vi siano mensole con qualche angolo vuoto. 
    13. Si può girare per casa con le pantofole pelose, la tuta a forma di coniglio, i calzini a righe colorate, perché in fondo, ma chi ce vede?!
    14. Se sei un uomo, puoi andare allo stadio ogni settimana, con la tua birra e il tuo fast food preferito, con gli amici di sempre, la sciarpa che stona sulla giacca, sui pantaloni, sulle scarpe, su tutto. 
    15. Se sei una donna puoi fare shopping ogni settimana, riempire un armadio di indumenti, e correre all’Ikea per fare shopping di altri armadi, in un circolo vizioso senza fine. 
    16. Puoi fare la doccia quando vuoi, e girare in accappatoio per tutta la casa come se fossi ad una sfilata di Giorgio Armani.
    17. Ecco… puoi defecare senza la preoccupazione che qualcuno rimanga intossicato. Ecco, l’ho detto. Chiedo scusa per l’argomento toccante.
    18. Puoi monopolizzare il telefono fisso e trascorrere ore a parlare, percorrendo lo stesso corridoio fino a lasciare il solco sulle piastrelle.
    19. Puoi monopolizzare il computer, guardare le serie TV preferite, il film tanto atteso, o semplicemente scorrere i video di YouTube più demenziali, perché ci sono serate che in qualche modo vanno riempite, stando soli con sè stessi. E cosa importante, nessun tipo di vergogna.
    20. Puoi comprare confezioni abnormi dei tuoi cioccolatini preferiti senza doverli nascondere dietro gli armadi o tra i libri nella libreria. 
    21. Puoi fare lo spuntino di mezzanotte. E quello dell’una. E quello delle due.
    22. Piccolo problema: se sei un uomo, dovrai imparare a lavare, a decifrare i codici in cirillico della lavatrice, a stirare senza polverizzare le camice. Ma può diventare anche un’occasione.
    23. Piccolo problema: se sei una donna, dovrai imparare a destreggiarti tra prese elettriche, antenne, cavi, prolunghe, annodati come le luci natalizie dopo un anno di pausa, con il rischio di un cortocircuito dell’intera regione. Ma può diventare anche un’occasione.
    24. Puoi riempire il frigorifero di post-It, senza che nessuno indaghi sul tuo Alzheimer.
    25. Puoi impostare la sveglia della mattina come ti pare, e non è cosa da poco, nessuna tromba, nessun assolo di chitarra elettrica, nessun allarme. 
    26. Puoi accendere lo stereo ad un volume esagerato, far tremare i lampadari e rompere i vetri, quasi fosse una discoteca a mezzanotte.
    27. Puoi fare i tuoi esercizi di squat, di gag, di aerobica o di pugilato senza che il consorte o la consorte nel frattempo ti faccia le valigie e ti spedisca a calci nel didietro a prender legnate dal vicino incazzato. 
    28. Puoi naturalmente cantare, ballare, suonare, o fare tutte e tre le cose assieme, a qualsiasi orario, sempre vicini permettendo, tirando il mestolo sulle pentole come fosse una batteria e impugnando il cucchiaio quasi fosse un microfono. Non sembrerai minimamente pazzo. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
    29. Puoi vestirti in qualsiasi stanza senza bisogno di chiuderti a chiave in bagno con lucchetto a doppia mandata, con combinazione di dieci numeri e tre lettere.
    30. Si può infine sognare Cenerentola o il principe azzurro, comprare un rospo, baciarlo e vomitare nel cesso perché non è vero che si trasforma in un figo, si può fermare una ragazza per strada, iniziare a conversare e finire con un palo sul naso perché quella è corsa dietro all’autobus numero 20, altrimenti lo perdeva. Insomma, si può raccogliere ogni delusione, ogni porta chiusa in faccia, ogni pietra arrivata in fronte, e ripartire. Per costruire. In fondo, dove c’è terreno, c’è sempre spazio e tempo per una nuova storia. E magari si può anche crederci e impegnarsi perché sia un per sempre.

    Balla la scimmia, ma canto anch’io – Il cuore di Sanremo

    Essere o dover essereQuesto è il dilemma!

    Il dubbio amletico

    Shakespeare aiutaci tu

    Contemporaneo come l’uomo del neolitico.

    Mi sa che devi aggiornare il calendario

    Nella tua gabbia 2×3 mettiti comodo.

    È prodotta dalla Fiat?

    Intellettuali nei caffè

    Io sapevo che c’era caffeina

    Internettologi

    È pur sempre una professione

    Soci onorari al gruppo dei selfisti anonimi.

    Non si ride delle dipendenze patologiche gravi

    L’intelligenza è démodé

    Me ne sono accorta

    Risposte facili

    Boh?

    Dilemmi inutili.

    Zucchero o dolcificante?

    AAA cercasi (cerca sì)

    Vai su subito.it

    Storie dal gran finale

    Cenerentola può andare?

    Sperasi (spera sì)

    Accendi un cero e prega

    Comunque vada panta rei

    Eraclito docet

    And singing in the rain.

    Ma se la scimmia si bagna dopo puzza?

    Lezioni di Nirvana

    Vado male in religione 

    C’è il Buddha in fila indiana

    Prenderò il numerino

    Per tutti un’ora d’aria, di gloria.

    Diritti dei carcerati, grazie.

    La folla grida un mantra

    E finisce al Tg5

    L’evoluzione inciampa

    E impreca, sempre arrabbiata

    La scimmia nuda balla

    Corsi di zumba in palestra?

    Occidentali’s Karma.

    È arrivato Freud

    Occidentali’s Karma

    È ritornato Freud

    La scimmia nuda balla

    Si droga di pile Duracell, ‘che non si stanca mai?

    Occidentali’s Karma.

    Aiò capè. (Se sei bolognese intendi)

    Piovono gocce di Chanel

    Quanto devo pagare per uscire senza ombrello?

    Su corpi asettici

    Scusami ma questo è offensivo

    Mettiti in salvo dall’odore dei tuoi simili.

    Per la precisione, io non puzzo.

    Tutti tuttologi col web

    Vallo a dire al tizio della Microsoft

    Coca dei popoli

    Sono contraria alle droghe

    Oppio dei poveri.

    Te lo fumi da solo

    AAA cercasi (cerca sì)

    Altrimenti un giro su Amazon?

    Umanità virtuale

    Si chiama Faccia-libro (hihihi)

    Sex appeal (sex appeal)

    Pervertito! 

    Comunque vada panta rei

    E tu, Sanremo, panta rei mo’ via

    And singing in the rain.

    Se te vuoi bagnà…

    Lezioni di Nirvana

    Ooooooommmmmm

    C’è il Buddha in fila indiana

    Fruttivendolo o panettiere?

    Per tutti un’ora d’aria, di gloria.

    Devo pure dire grazie?

    La folla grida un mantra

    Ho la stanza insonorizzata

    L’evoluzione inciampa

    Ecco perché siam tutti gobbi

    La scimmia nuda balla

    Non s’è presa una denuncia?

    Occidentali’s Karma.

    Banane! Banane!

    Occidentali’s Karma

    Ri-banane! Ri-banane!

    La scimmia nuda balla

    Chiamo il WWF 

    Occidentali’s Karma.

    Aió capè ‘naltra volta. (Se sei bolognese intendi)

    Quando la vita si distrae cadono gli uomini.

    E magari datele una nota sul registro però! 

    Occidentali’s Karma

    Modestamente. 

    Occidentali’s Karma

    Il mio karma c’ha du’ palle come mongolfiere 

    La scimmia si rialza.

    NO! Non lo fare! Pensa a noi!

    Namasté Alé

    Si, konnichiwa

    Lezioni di Nirvana

    Voglio il rimborso spese

    C’è il Buddha in fila indiana

    Paparazzi in giro?

    Per tutti un’ora d’aria, di gloria.

    Magari vinco al grattaevinci, sai che gloria

    La folla grida un mantra

    Prima contro Renzi, poi contro Gentiloni

    L’evoluzione inciampa

    Alla prossima non riparte più 

    La scimmia nuda balla

    Per caso a Formentera?

    Occidentali’s Karma.

    Che vota la Mannoia

    Occidentali’s Karma

    Che idolatra Carlo Conti 

    La scimmia nuda balla

    E la denuncio per materiale pornografico

    Occidentali’s Karma

    Inchiodati davanti a Sanremo alle due di notte, no grazie. 

    E ci credo che il trofeo l’ho vinto io!

    (Immagini prese dal web, purtroppo il mio karma si è perso la scimmia nuda che ballava)