Cambiare in due giorni

Si cambia, anche in poche ore, nel passaggio da un giorno all’altro, quando ti assenti da scuola e torni con la patente, con un test di ammissione all’università ben riuscito, con un’interrogazione da preparare, perché l’anno sta per finire e non si può mollare adesso, con la stanchezza di due giorni lontano dal quotidiano, e non è stato facile. Si cresce in fretta, così. E quasi non me ne rendo conto. Perché forse abbiamo bisogno di tempo per guardarci allo specchio e scoprire che siamo cambiati, che c’è qualcosa di diverso, di più grande, più responsabile, più forte di prima. Sono i primi esami importanti che affronto, e di strada ne ho tanta da fare. Ma ogni secondo é una crescita, ogni minuto un traguardo, anche negli errori o nella paura, perché si impara che le situazioni vanno affrontate a muso duro, con il rischio di sbattere il naso. Ecco, in due giorni ci si scopre altre persone. Coraggio che, chissà dov’era, è uscito allo scoperto quando mi sarei aspettata ansia, terrore. Determinazione che mi ha stretto le spalle e ha spinto sulla schiena per farmi correre, a me che quando posso mi siedo. E poi ho vinto, soprattutto con le persone. In due giorni ci si rende conto di chi ha davvero fatto parte della nostra vita, anche per un piccolo tratto, un percorso di pochi passi rispetto alla traversata che dobbiamo compiere tutti. Ma c’è qualcuno che merita di rimanere con noi, nei nostri ricordi, e sì, spesso bastano due giorni per capirlo, soltanto due giorni. Ti riempi la bocca di belle parole, di sorrisi, e al tempo stesso ti accorgi che quando tutto questo finisce ti manca. Ti manca perché allora ti cercavano tutti, e la battaglia doveva ancora essere combattuta. Provi uno strano gusto sadico nel ricordare l’ansia prima di salire in auto, e quel momento in cui l’istruttrice ti ha guardata negli occhi e ti ha detto “Tranquilla. Ricordati sempre che tu sai guidare”. In due giorni si impara ad avere fiducia. Macché due giorni: in mezzo minuto. Ma finisce quasi troppo presto quel continuo imparare, e nonostante la differenza d’età, nonostante le generazioni lontane, ti mancherà la sua voce quando sarai al volante. In due giorni si possono perdere persone senza mai averle possedute. Non è vero che non hanno più senso, ma prima erano la nostra sicurezza, il nostro confronto quasi quotidiano, erano un argomento di cui parlare, una tesi da discutere, e adesso? Le vedi in piedi, e vi scambiate soltanto due parole. Pochi giorni per rendersi conto che qualcosa deve cambiare. Che non si può stare male ogni volta, quando le pagine vengono voltate dal vento. Pochi giorni per capire che è tempo di correre, di prendere delle decisioni, ti accorgi in due giorni che di mesi ne sono passati, e ne passeranno ancora tanti. Due esami in quarantotto ore, forse meno. Che cosa vuol dire? Che si cresce. È inevitabile. Soltanto il tempo ci aiuterà a cavalcare ogni mancanza, e le parole non dette, e gli errori commessi, quella risposta all’esame che forse avrebbe potuto valere un punto in più. Forse la cosa importante è avercela fatta. Soltanto questo. E al diavolo l’essere sentimentali, trovare il rimpianto anche dove dovrebbe essere gioia, al diavolo i pensieri che tornano sempre al passato come tori chiusi nell’arena, non è questo il momento di fermarsi, no. I primi due esami importanti. Prima di questi, soltanto quello di terza media. Ma era un’altra cosa, ho dato tanto per questi due giorni, ho speso tanto, e ho ragionato e studiato tanto, ogni domenica mattina a guidare, e nel tempo libero a leggere quel libro di economia per l’università, erano gesti, come rituali, che riempivano le giornate. Erano qualcosa da raccontare, ecco. Che ora non c’è più. Non dico che mi manchi, ma per come sono fatta io, sapevo che passando davanti all’autoscuola avrei avuto la tentazione di entrare. Ma ci sono passata ugualmente, ho incontrato la mia istruttrice sui gradini, con la sigaretta in bocca, e le ho detto ciao. Quante altre cose avrei potuto lasciar andare! Ma avrebbe complicato le cose. Era un ciao di addio, un ultimo ciao che mi ero promessa le avrei dato. So che là dentro non ci tornerò mai come prima. 

Qualsiasi cosa la vita ti tolga, lasciala andare. Quando lasci andare il passato permetti a te stesso di vivere a pieno nel momento presente

(Don Miguel Ruiz)

Così lascio andare i luoghi remoti nella mia testa, quella stanza immensa in cui ho letto il risultato del mio test per economia, e quelle strade percorse tante volte, nel quartiere Barca di Bologna. Lascio andare i volti noti, quello della mia istruttrice Francesca, quello del professore che gridava lungo il corridoio infinito, quello di mio padre che per la prima volta sale in macchina al mio fianco e mi insegna a partire, lascio andare lo sguardo di mia madre quando sono tornata a casa, e mi ha abbracciata con un sorriso. È tutto un ricordo bellissimo, nonostante fossero momenti di paura, di ansia, di emozioni in contrasto, in lotta come mille nemici, un ricordo di come l’impegno alla fine ha trionfato senza mai farmi piangere. Un ricordo delle belle persone che ho incontrato. Non ci sarà forse più occasione di incrociare certi sorrisi, e rispondere con la mano da lontano, perché non ci si conosce ma é come se la situazione appartenga un po’ a tutti. Lascio andare tutto questo, ma non riesco a non provare un certo senso di mancanza. Perché ho lavorato per tanto tempo a questi due esami, e sono scivolati via in due giorni. Sei mesi di impegno e sacrificio, per essere privati di tutto in due giorni.

Sentirsi liberi dipende da noi. La gabbia più resistente è quella creata dalla nostra mente: è sulle nostre paure, sulle nostre incertezze, sui nostri dubbi che dobbiamo agire per spiccare il volo. Per diventare libero fuori, dovrai prima imparare ad esserlo dentro

(Massimo Gramellini)

Inizio a sentirmi libera quando i due giorni si allontanano, e nessuno più mi chiede come si sia svolgo l’esame, l’attenzione cala, i momenti si dimenticano, i ricordi intensi si affievoliscono. Sono come fiammiferi, i sentimenti brucianti che sembrano contraddirti, perché ce l’hai fatta, ma questo non ti basta. Poi le cose cambiano. Ed anche questa è soltanto crescita. 

Non smetterò di ricordare i miei primi esami importanti, perché in due giorni c’è talmente tanto da imparare che non basterà tutta la vita per scoprire che ogni secondo, nel suo piccolo, nasconde una lezione. Ricordi che porto con me sempre. E ogni tanto accarezzo con la mano. Perché “Il tempo che ti piace perdere non è tempo perso

(Bertrand Russell)

Ora ho la patente. E ho fatto 29 punti su 36 al test per entrate alla facoltà di economia. Elaborazione in corso… 

Primavera

Primavera

Incessante richiamo

Di un merlo ferito

Del polline intorno

Alla strada maestra

Deserta

Un canto solenne

Le rondini in volo

Che baciano il fiume

Coll’unghie dorate

Un sibilo lieve

Una danza nell’aria

Un sussurro pietoso

D’inverno gelato

Che ancora combatte

Nuvole grigie

Ed è primavera

Profumi di fiori

Un silenzio di passi

Che vibrano 

Primavera è

Un connubio di frasi

Un dipinto incompleto

Di schizzi celesti

Primavera è 

Religioso pregare

Giornate serene

Un viaggio lontano

Orizzonte biancastro

Un sole alabastro

Primavera è 

Cambiare stagione

Nella pace del giorno

E scordare parole

Chiudere gli occhi:

Piacere

Domanda della settimana per i papà 

Chiudi gli occhi e pensa a qualcosa da dedicare al tuo papà.

Babbo

Che cosa sei?

Un’entità diversa

Una roccia su cui posarmi

E parlare, folle

Chiamandoti da lontano

Sei un dono importante

Piovuto alla mia nascita

Desideravi amarmi

E per me costruire case

Eri il mio migliore amico

Giocare insieme all’infinito

Sedevi a terra come me

Dentro ancora un bambino

E mi facevi il solletico alla pancia

Eri un sorriso, enorme

Ti cercavo e c’eri sempre

Ad asciugar le lacrime pesanti

Poi è successo che son cresciuta

E babbo, cosa sei?

Un muro di silenzio

Eppure tu capivi

E avresti voluto agire

Ma nel tuo angolo di paradiso 

Tra le braccia grandi del tuo corpo

Potevo rifugiarmi 

Tu capivi

E avresti voluto dire

Dirmi che i pensieri uccidono

Che a qualcuno bisogna parlare

Ma eri un padre e sei stato padre

A pregare per la mia vita

Mai per la tua

Lo so che mi vuoi bene

Sopporti le mie corse 

Anche se non sei più un bambino

Hai avuto ragione su tante cose

E quante volte ho seguito il cuore

Quando avrei dovuto seguire te

Ma babbo

Eri una stella 

Luminosa nella notte

Quando venivi a prendermi in auto

Fuori dalla discoteca

Eri un abbraccio etereo

Quando ero triste e tu guardavi

Dicevi “Andrà tutto bene”

Eri una croce davanti a cui pregare

Quando non avevo un Dio

Infallibile ai miei occhi

Solo una volta ti ho visto piangere

Ma tutte le volte ti ho visto crederci

Hai vinto tante battaglie

Come quel supereroe che scorgevo in te

Le tue sono parole imperfette

Di padre che a volte sbaglia

Di padre a volte illuso 

Che i figli non crescano mai

Ma sei tu che mi hai insegnato a guidare

Sei tu che mi chiedi che università farò

E in quella luce di padre è fiducia

Che mi fa sentire grande, gigante

Anche quando parlo con altre persone

Babbo mio

Sei la colonna più preziosa

Di un tempio destinato a finire

So che a volte un figlio ti trascura

Oppure non ti capisce

È che il linguaggio negli anni cambia

E allora ci parliamo a gesti

A raccontarci le nostre giornate

A comprenderci come libri opposti

E la stessa morale

Padre

Ti ho mai detto che sei speciale?

Che ti aspetto ogni sera come conferme

Di fede

E quando non torni mi manchi

Perfino per un’ora

Lo so che presto saremo più distanti

E tutti più diversi, complicati

Ma voglio prometterti da figlio:

Ti vorrò bene sempre

Oltre ogni tempesta

Oltre ogni tornado

Oltre ogni giudizio che ferisce

Ti difenderò per sempre

Per il padre che per me sei stato

Forte anche quando era il deserto

E non si vedeva nemmeno l’orizzonte

Ti ricorderò sempre

Anche se nei fiori ci credo poco

Ma all’anima…

La tua è invisivilmente pura

E so che salirai 

Senza lasciarmi mai

Ora tocca a voi.

Giornata del Pi Greco

Esiste. Ebbene sì. Non muore con la fine degli anni scolastici, con quelle lezioni di geometria in cui maledizione, non posso usare il teoremadi Pitagora!. E chi non muore si rivede. Eccolo qui il mitico Pi Greco, quel numero sospetto, che somiglia ad una doppia ti ma si legge Pi, e non è neppure italiano. Quel numero infinito che non sai mai quanto valga, e qualsiasi valore assuma non sarà mai quello giusto. È nato per il caos, per confondere la mente, per fulminare le calcolatrici, per riempire fogli con calcoli sovrumani che si potendono all’infinito. E noi gli dedichiamo una giornata.

E come mai proprio oggi? Perché non a dicembre? O ad agosto? Ecco, perché Pi greco vale CIRCA 3,14. E dico circa, perché con lui non ci si prende mai. Infatti vale anche 3,14159. E la festa del Pi greco, se vogliamo essere matematicamente precisi, cade alle 15 e nove minuti del giorno 3 di marzo. E più non dico e più non ragiono.

La prima celebrazione del “Pi Day” si tenne nel lontano 1988 all’Exploratorium di San Francisco, quale onore!, per iniziativa del fisico statunitense Larry Shaw, in seguito insignito del titolo di “Principe del pi greco”. E fortunato lui, tutti a candidarsi per le elezioni presidenziali, quando qui abbiamo dei nobili principi con un pi greco appeso al collo. La prima manifestazione prevedeva un corteo circolare e la vendita di torte alla frutta, decorate con le cifre decimali del pi greco. Una fantasia da primitivi. Così ho deciso di informarmi, e di condividere con voi questo momento di gloria del grande Pi greco come è giusto che sia.

  1. Mangia cibi ispirati al pi greco. Cibi che iniziano con “pi”. Cibi con scritto sopra “pi”. Cibi a forma di “pi”. Una specie di rituale satanico per invocare le divinità della geometria, che hanno sempre in sè qualche eccezione, e il problema non si risolve mai. 
  2. Crea un ambiente pi greco. Avete sentito, voi designer moderni? Basta con queste carte da parati, con questi stili orientali, ormai sono passati di moda. Oggi il pi greco fa tendenza. Collane, orologi, adesivi, tatuaggi, poster, murales, sfondi del cellulare e del computer, la cosa importante è circondarsi di pi greco come se fosse un Santo, e poterlo trovare in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, voltando la testa da qualsiasi parte. Un Grande Fratello a forma di pi greco. 
  3. Celebra Pi greco alle 15:09. Leggo testualmente: “puoi esultare con gioia, o iniziare un conto alla rovescia per il minuto di pi. Puoi anche passare il minuto in silenzio ed essere più serio. Ogni persona può pensare a cosa significa pi greco per lei e pensare a cosa sarebbe il mondo senza pi greco. Se ti trovi a scuola, qualcuno potrebbe annunciare il minuto di pi greco all’altoparlante. Se hai scritto una canzone sul pi greco, o hai preparato una coreografia, questo è il momento giusto per condividerla con gli amici”. Ecco, pi greco, per me, è tutto. È ciò che più mi ha accompagnata in questi anni, quanto di più vicino ci sia, quanto di più io conosca e non conosca, perché c’è sempre stato, ma non ho ancora potuto viverlo davvero. Pi greco è stato occasione, sudore, rabbia, soddisfazione, ore spese sui libri, o accanto ad un’amica, perché forse in due lo si poteva decifrare. Non so come sarebbe andata la mia vita senza il pi greco. Forse mi sarei iscritta al liceo classico, e avrei imparato l’alfabeto greco, senza numeri, senza cifre infinite, senza giramenti di testa e mancamenti davanti ai cerchi. Forse avrei guardato il mondo da un’angolazione diversa. E nessuno avrebbe potuto calcolare la circonferenza terrestre. E allora in che mondo avremmo vissuto?
  4. Converti tutto in pi greco. Mangia pi greco grammi di pasta. Corri per pi greco minuti. “Sono le ore pi greco mezzi”. “Ho quattro pi greco anni”. E finisci ricoverato in psichiatria, reparto degli internati. 
  5. Fai dei giochi ispirati al pi greco. E qui bisognerebbe interpellare il mondo ignoto dei laureati in matematica, quegli esseri alieni con la camicia incollata alle mutande dentro i pantaloni, gli occhiali tondi alla Mike Bongiorno, la barba incolta, le scarpe del bisnonno riciclate, e come unico mezzo di trasporto la bicicletta. Bicicletta scassata. Se ne ricava che i giochi più gettonati sono la gara di memorizzazione o declamazione del pi greco, il quiz su Albert Einstein, e discutere i diversi modi di derivazione del pi greco. Sì, quei giochi tipici delle serate tra amici, o in spiaggia, quando alle tre del pomeriggio con quaranta gradi all’ombra l’ingegnere di turno si alza in piedi, e recita “TREVIRGOLAUNOQUATTROUNOCINQUENOVEDUESEICINQUEQUATTRO” con la vena poetica pulsante e una depressione leopardiana.
  6. Usa il tuo lato artistico per celebrare il pi greco. Poesie, canzoni, opere teatrali, quadri. 
  7. Discendi a pioggia come inchiostro

    Folle infinita anima

    Chiusa dietro un cerchio

    Significato ancestrale

    Sei tu un collegamento 

    E ti fingi amico

    Come maschera a Carnevale

    Ma parli in codice di cifre singolari

    Dopo l’ultima c’è sempre l’altra

    Così che non finisci mai

    Sei come l’acqua di un fiume pieno

    Che scende e poi ritorna 

    Senza ripetersi mai

    E nessuno saprà forse mai amarti

    Perché nessuno può conoscerti davvero

    Ma la storia tu l’hai fatta

    E quindi mio pi greco

    Sei un poco anche pi italiano

  8. Celebra il pi greco fisicamente. Guida o cammina per 3,14 chilometri. Scatta una foto con gli amici formando un pi greco. O magari, “fallo” con lei a pi greco mezzi. (Senza essere volgari).
  9. Aiuta a tramandare la tradizione. Meglio di così? 

    Aggiunge la mia fonte tra i consigli: “Dimostra il tuo amore per pi greco sposandoti in questa giornata. Non c’è nulla di più romantico che sposare la persona che ami alle 15:09 e 26 secondi del 14 Marzo, per simboleggiare che, come pi greco, il vostro amore continuerà per sempre”. Ho già fissato le mie nozze. 

    (Informazioni prese dal fantastico mondo di internet)

    Le mie donne 

    C’è mia zia, che non vedo da tanto, che abita lontano eppure così vicino, ma il tempo non sembra bastarci mai. Lavora, lavora il doppio, per costruire quella vita che un paio d’anni fa sembrava solo una caverna buia, e ha saputo reinventarsi, ha saputo prendere e poi pretendere, e ha saputo anche piangere, ma non ha mai rinunciato al suo futuro. Ha perso il suo compagno, ed oggi ne ha trovato un altro, proprio oggi, che io sto crescendo e ho paura di dimenticare quanto eravamo felici. É vero, potrei fare di più. Potrei correre da lei anche adesso, ma non lo faccio. Ma il bene che le voglio è immenso, per la forza che ha saputo tirar fuori, per tutti quei sacrifici che ha fatto per me, per quei momenti che abbiamo passato assieme, ed io sapevo quanto fosse difficile, temevo la solitudine, forse più di lei. Ma sono tutti bei ricordi, e c’è sempre quel legame speciale, di quando la mattina mi ritrovavo a casa sua, a fare colazione, dopo i nostri pigiama party fino a notte fonda, e mi sentivo amata, mi sentivo a casa, come fosse una sorella. Mi manca, ma certe volte ancora di più. 

    Poi c’è mia zia, l’altra. Quella che ho sempre messo al secondo posto, come se la mia famiglia dovesse avere una gerarchia. Lei era la maestra, quella seria, quella con cui non potevo correre, scherzare, a cui non potevo tirare i capelli, quella che non capivo. Forse non la capisco davvero nemmeno adesso. Siamo troppo diverse, due pianeti opposti e incompatibili, lei sempre incollata al cellulare, lei sempre in contatto con mille e uno amici, lei sempre in viaggio in un paese nuovo, lei sempre impegnata, mai un momento di silenzio con sè stessa, eppure non mi vuole male, lo so. Mi ha fatto dei regali che nonostante tutto questo, io li ricordo bene. Come quel braccialetto che porto sempre al polso ogni mattina: me lo ha fatto lei. Sono una persona che si affeziona, e riesce a passare sopra a tanti errori, ma le scelte ignoranti non riesco a digerirle. Probabilmente è questo che ancora ci tiene distanti, quel vuoto incolmabile che riempie i silenzi tra i vetri dell’auto, o quelli sull’aereo in viaggio verso Londra. Ci sentiamo poco, ci vediamo poco, ci conosciamo poco. Le voglio bene anche se mi viene detto di diffidare, di osservare, per una volta di giudicare, lo faccio, ma quel frammento di bene resta, perché con me è sempre stata a suo modo una zia. 

    C’era mia nonna, fino a pochi mesi fa, troppo pochi. C’era, e mi manca tanto. Perché non ha mai lasciato che crescessi davvero, mi ha tenuta per mano, e me ne sto accorgendo adesso, teneva per mano una famiglia intera. Era piccola, minuta, nell’ultimo periodo fragile, magra come un grissino, ma fortissima. Non mi rendevo conto di quanto fosse importante averla, sapere che laggiù, a dieci fermate di autobus, lei c’era, e avrei potuto uscire di casa a qualsiasi ora e correre da lei, perché mi avrebbe aperto la porta con le braccia pronte ad abbraccarmi. Era incredibile, e incredibilmente umana. Riusciva a portare avanti tutto, a costruire, a disfare, a salvare, ma una spalla per chi lo domandava, una mano per chi era in difficoltà… non ha mai negato niente a nessuno. Mi manca quando ci penso, perché ora è tutto diverso. Non ci sentiamo più per telefono, non c’è più nessuno che sappia farmi sentire così, grande e nello stesso tempo bambina, qualcuno che con uno sguardo mi faccia sentire amata, preziosa, felice. La sua assenza si fa sentire, perché nessuno è più come lei, nessuno riesce a seguire tutto e tutti, nessuno può sostituire quelle sue braccia anche magre, ma agili e vigorose, nessuno è davvero capace di colmare quel vuoto. Era una grande donna, e forse me ne sono accorta troppo tardi. Ma le ho regalato una calamita, quando era in ospedale, e per la prima volta ho capito che avrei potuto perderla. È questo che fanno le donne? Fanno così male quando se ne vanno?

    E infine c’è mia madre. E lei è la donna più donna che io conosca. È come me, e forse per questo tante volte esplodiamo, come petardi impazziti, fingiamo di non capirci, quando in realtà ci manca il coraggio di parlarci, di chiedere, e di chiedere scusa. I nostri abbracci durano pochi secondi, ma quando finiscono vorrei prenderle il braccio e non lasciarla mai più. È golosa come me, è un po’ timida come me, è attenta alle amicizie come me, magari giudica, come me, nei momenti sbagliati, e raccoglie la rabbia senza rendersi conto che non si può ingoiare all’infinito. Come me. Eppure a volte mi sembra di essere il suo opposto, sognatrice, ma anche pragmatica, preoccupata del giudizio degli altri, sempre incapace di rispondere un no. È tutto questo che ci rende ciò che siamo, apparentemente uguali, perché ce lo dicono tutti, ma dentro siamo un tornado che non smette di girare. Mia madre è una donna forte, l’ho sempre pensato, con un carattere a volte troppo duro, ma che mi ha cresciuta per diciotto anni, e allora vorrà dire qualcosa. È una donna che ammiro, anche se al suo posto avrei fatto scelte diverse, avrei intrapreso strade diverse, la ammiro perché è un grosso pezzo della mia famiglia, e senza di lei penso che tutto crollerebbe. Ha fiducia in me, più di quanta ne abbia io, è stata la prima a credere ai miei sogni, a darmi la possibilità di poter scegliere se inseguirli o meno, ed anche quando ho preferito un porto più sicuro, lei c’era. C’è con i suoi consigli secchi, c’è con i suoi racconti buffi, c’è con quel suo modo di indagare la vita di una figlia cresciuta che sfugge. Mamma, donna che ha dato tutto per la sua famiglia, per mio padre, per suo padre, per me. Per quella madre che ha perso da poco. Donna che sa amare in silenzio, un po’ come me, che dimostra il suo amore con il passare dei giorni, senza gesti eroici o striscioni appesi ai muri, con un sussurro e non con un microfono, donna che sa prendere in mano le situazioni più difficili, lei sorella maggiore, e che forse meriterebbe più tempo per sè, per essere più felice. Vorrei poterglielo dare io. Perché l’ultima donna di cui vorrei parlare oggi sono io, ma che cosa potrei dire? Che sono un frullato di tutte queste donne importanti, timida, folle, ambiziosa, disponibile, creativa, combattiva ma anche spaventata, sono tutto questo e molto altro ancora. Forse sono tutto ciò che una donna è capace di essere. Tutte noi donne lo siamo. E allora fermiamoci un momento a riflettere, quanti istanti che ci passano davanti, quante donne che compiono gesti nell’ombra senza la pretesa di essere notate, quante donne che aspettano solamente un abbraccio, una parola gentile, una persona che siede al loro fianco, a quante donne basta così poco, un fiore per San Valentino, un bacio prima di andare a dormire, ma il mondo se ne accorge? Davvero? 

    Parlo per tutte le donne, avremo cento, mille difetti, ma con il cuore possiamo sorvolare l’oceano.