Second’anno – Per Ferragosto altri 3 ricordi

Giochino di Romolo Giacani, appuntamento annuale che non potevo certo perdermi. Scegliere tre post, non uno di più, non uno di meno, che mi rappresentino. E mi ritrovo così a rileggere quei miei primi scritti, anno 2014, con qualche errore grammaticale e qualche congiuntivo tremolante. Ma i post che ho scelto non sono questi. Non lo sono perché non ero ancora del tutto io, un poco spaventata dal mondo che stavo affrontando senza conoscere. Poi ho cominciato a inserire tra le parole me stessa, con la mia verità sola, con le mie idee, con le mie sensazioni, e in qualche modo ci sono post che mi sono rimasti incollati addosso, quasi fossero un tatuaggio color carne.

Ho scelto tre post diversissimi, perché in fondo io sono così, contraddittoria, un po’ folle, un po’ indecisa, tutto e niente in un corpo solo.

Tu, che per te ho soltanto parole, un post a cui ho dedicato un paio d’ore, più del mio solito, un post in cui ho messo tanto, tanto di me e tanto della mia storia, un post che rileggo spesso come se fosse scritto da un’altra. Mi piace immergermi tra quelle righe, perché in fondo c’è tutto. C’è l’essenziale per capire. È un post che parla d’amore. E tutte quelle mie aspettative sono svanite in due commenti e null’altro, io che pensavo fosse uno scritto non bello, ma tra i miei migliori. Fino ad oggi, non lo so. Non l’ho mai capito.

Storia di una casa al mare, perché fa sorridere. Fa parte dei miei primi tentativi di scrivere qualcosa di divertente, riuscito? Non lo so. A tratti mi suona quasi patetico, ma ci sono righe su cui mi soffermo, immagino ciò che ho lasciato su carta, e rido. È una storia vera, elaborata, raffinata, perfezionata, arricchita di particolari. Ma vera. Ed è un post che mia madre probabilmente leggerebbe subito, lo so, e lo divorerebbe come uno dei suoi romanzi preferiti, ma non sa nemmeno della sua esistenza. Ho rubato l’idea, lo ammetto, ad un’altra persona. Il protagonista della mia storia aveva già scritto la propria storia in una email. Ma io ci ho messo impegno, e forse per la prima volta uno stile: il mio.

Nonna, è il post che rileggo più volentieri dei tre, perché non lo dico e non lo ricordo mai, ma mia nonna mi manca. Era un pezzo grande della mia vita, e non me ne sono mai accorta. L’ho capito troppo tardi, come la maggior parte delle volte; io capisco le cose quando ormai le cose corrono lontane. Ho scritto a mia nonna queste parole, tutte quelle che non sono mai riuscita a dirle, perché se n’è andata, e dopo il funerale io sono scappata nel mio mondo. Ho pianto una sola volta, e me ne sono sempre vergognata, perché avrei dovuto singhiozzare e coprirmi il volto, ma chiusa la bara sono tornata a casa, e sono andata a scuola guida. Sarò fatta male. E questo post è per lei, dal primo istante in cui ho iniziato a scriverlo.

E chi mi conosce sa, sa oltre questi tre testi, sa come sono, sa cosa scrivo, chi più e chi meno. Sono anche tanto altro. Perché non riesco a seguire una strada sola, un singolo binario, ma spedisco i miei vagoni per guardare i panorami del mondo, senza poi saper decidere quale sia il più bello da fotografare. Folle, indecisa, contraddittoria, pazza, Ehipenny.

Buon Ferragosto!

Immagine del giorno

Tutti vorremmo essere, oggi, domani, ieri, esattamente così: in silenzio, immersi nell’incanto, nella pace, nella bellezza

Ma proprio perché ci è concesso pochissime volte, quei momenti saranno sempre indimenticabili

Ferragosto è spesso uno di quelli, con la famiglia, gli amici, i pensieri di auguri nel pieno dell’estate, quando tutti spariscono e se ne vanno in vacanza: Ferragosto riporta tutto indietro, anche per un singolo giorno

Buon Ferragosto a tutti!

Lucifero

È estate: caldo. Caldo caldo caldo. Caldo caldo caldo caldo caldo caldo. Caldo elevato a potenza. Di più. Un caldo senza precedenti. Quel caldo che se metti la mano fuori dalla finestra ti ustioni. Quel caldo da sbalzo termico ogni volta che si cambia stanza in casa: condizionatore sì, condizionatore no. Io nel dubbio li accendo tutti. È un caldo allucinante. Allucinogeno. Che ti dona una bella faccia allucinata, da notti insonni, bagni di sudore, saune tra le lenzuola, docce con l’acqua a dieci gradi. Vorresti girare in mutande, ma non si può. Vorresti toglierti la pelle, ma il massimo che si toglie sono le pellicine attorno alle unghie, e già provi un dolore atroce. È caldo. Esageratamente caldo. Ne parlano tutti, tutti a raccontare come si affronta, quanti gradi sono percepiti, chi è in vacanza e se la ride, chi è al lavoro e nemmeno può permettersi un ventilatore dei cinesi. Tutti attanagliati dalla morsa del caldo. Un caldo anomalo, africano, sahariano. Un caldo che s’è smarrito, maledetto lui, ed è piombato sull’Italia. Emergenza incendi. Emergenza anziani. Emergenza bambini. Emergenza per chi non ascolta nessuno, e alle due del pomeriggio lo trovi a camminare col sole a picco sul cranio e la tachicardia. Deficienti. Nel senso di deficere. Mancare. Mancare di buon senso. Come le nonne che cucinano il ragù. E vai di caldo su caldo, caldo che si somma, caldo che di moltiplica, caldo che si riproduce. I telegiornali ci aggiornano. Cinquanta gradi percepiti. Mai vissuta una cosa del genere. Mi sento ustionare anche all’ombra, sotto una palma. Sento i capelli prendere fuoco, possibile? E poi, che effetti collaterali. Pigrizia! Noia! Stanchezza! A che serve Sustenium? A che servono le vitamine? Tanto la notte non si dorme. Di giorno non si lavora. E la vita è ribaltata. Col caldo potremmo diventar tutti vampiri. Che caldo maledetto. Lucifero, si chiama. Perché sembrava simpatico. Certo, finché le campagne non hanno assunto quel color cenere, o escremento di piccione, irreversibilmente appassite prima di fiorire. Quanta frutta andata persa, prugne che dall’albero cadono già secche, albicocche prosciugate, pesche marce. La cucina italiana avrà un altro sapore. Del resto, sull’asfalto viene buono un bell’uovo alla coque, un’omelette, una piadina. È come un forno con il grill attivo. Di quelli che ti fanno la crosticina sulle lasagne. E a me la crosticina viene tra i peli delle braccia esposte al sole. Non ti viene mica un eritema, no, perché a stare al sole perdi direttamente conoscenza. Ti viene un colpo di calore che ti stende. Una martellata sull’osso del collo. Bollente, però. E niente sembra più essere freddo, nemmeno il ferro, l’acciaio che trovi in giro, lo abbracci in cerca di refrigerio e ti ustioni pure lì. Il frigo? Emana tiepido. Come quelle temperature primaverili ambigue, quando non sai mai cosa indossare, e allora ti vesti a cipolla. Il condizionatore? Emana tiepido anche lui. Per non parlare dell’auto: sembra ci sia un camino acceso nel cofano, che brucia, brucia, brucia il volante, brucia il cambio, si fonde la suola delle scarpe. Ah Lucifero, ma che mi combini!? Non ti bastava un’estate senza nubi? Senza pioggia? Coi fiumi rinsecchiti sull’orlo dell’estinzione? No, vuoi decimare perfino la razza umana. Ah, ma sappi che resisto. A far l’amore col condizionatore, si vive che è una meraviglia.

E laudata sii, mia aria condizionata che ogni tanto pisci perfino acqua fresca: non ti scassa’ proprio adesso.

Viaggio di maturità 

Cerco le risposte che non troverò, le cerco perche’ l’importante e’ il viaggio non dove andrò
(Max Pezzali)

Zante. Tredici compagni di classe. Otto ragazze e cinque ragazzi. Un paio di appartamenti nella campagna, tredici biciclette scassate, un proprietario con la carabina, e nessun orario. Per me è stato più di un semplice viaggio. Sono partita senza sapere che cosa sarebbe successo, se il tempo sarebbe passato in fretta, sono partita con la paura di trovarmi sempre fuori posto, sempre di troppo, in mezzo agli amici veri, gli altri, avevo paura di non essere all’altezza, di non essere io. Ma in qualche modo, dentro di me, volevo quel viaggio più di qualsiasi altra cosa. Tredici pazzi con un’enorme voglia di divertirsi. Le nostre giornate erano strane, con la colazione a mezzogiorno, il pranzo alle cinque, la cena in piena notte, niente aveva senso, niente doveva averne. E’ perfino difficile descriverla, perché il tempo è volato via in un attimo, e non ricordo nemmeno lo scandire dei giorni, delle ore, le serate diverse che abbiamo passato assieme. Non è stato sempre facile convivere. Non sempre mi sono sentita veramente parte di qualcosa. Ma nonostante tutte le ombre, tutti i momenti più scuri, è stata la vacanza più bella. Ricorderò la spiaggia, il frisbee che decollava sulle nostre teste, i bagni in mare, e noi ragazze a chiacchierare con il costume a mollo tra le onde, ricorderò la musica di sottofondo che danzava dalle casse, e qualche foto rubata di nascosto, ricorderò il tramonto caldo della sera, nessuno che voleva andarsene via. Ricorderò il Mojito Beach, il nostro punto di ritrovo a qualsiasi ora, Angie e Fiorello, ormai come amici di sempre, la pita, i souvlaki, le omlette e i toast al bacon, i frappè che erano cappuccini con il ghiaccio, i bicchieri che puzzavano di aceto, ma erano una famiglia, e allora cosa si può chiedere di più? Il mio viaggio di maturità è stata una corsa contro il tempo, e un sedersi sopra il tempo per non farlo andare via. Abbiamo pedalato in bicicletta, abbiamo cantato sulla veranda, abbiamo cucinato la pasta con l’olio al limone, abbiamo brindato a Zante milioni di volte, ma ogni volta mi veniva la pelle d’oca. A Zante. Alla maturità. Si può tornare indietro? Ricorderò la mia prima alba in spiaggia, quasi in silenzio, con il rumore delle onde ed un anziano pescatore di ritorno dalla notte, tutti noi insieme, stretti sui lettini, ricorderò perfettamente quell’alba alle sei e mezza del mattino, il sole che è sorto così in fretta, magico, davanti a noi. Nell’aria vibrava Sunrise, e qualcuno vi sussurrava sopra qualche parola. Perché non posso riviverla adesso? Non c’è altro momento di questi sette giorni che io non ricordi, è come un film rivisto dieci volte, ne conosco le battute, le sensazioni, le emozioni, anche quando avrei voluto mollare tutto e andarmene via, anche quando immaginavo di mandarli a quel paese, anche quando ero convinta che la vacanza mi avrebbe fatto schifo. Ma eravamo maturi. Nel nostro modo di essere cretini, di fare la lotta con le magliette, di ruttare nel silenzio, di litigarci il cappello di paglia, eravamo maturi. Chi voleva, c’era. Chi non se la sentiva, restava con sé stesso. Libertà, follie, non saprei dire che cosa abbia prevalso, ma in questo momento mi manca tutto. Mi manca svegliarmi con i cookies al cioccolato, mi manca ritrovarsi in pigiama sulla veranda, mi manca il primo bagno del mattino, mi manca prendere il sole sul telo insabbiato, mi manca cenare tutti assieme, mi manca correre per salire sui taxi, anche in sei, sette, perché tanto ci si stava sempre, mi manca perfino ballare in discoteca, perché con loro era diverso, mi manca aspettare l’alba, con le persone giuste, quelle vere, che di alba non se ne sono persa una. Un capitolo speciale della mia vita che conserverò sempre, breve, di appena sette giorni, ma intenso e vivo come niente. Il cuore dell’essere amici e italiani, a cantare l’inno lungo le strade di Laganas, noi che abbiamo fatto chiudere i locali, spegnere le insegne al neon, noi che abbiamo invaso un bar per tredici crepe alla Nutella, alle cinque del mattino, noi che volevamo fare il bagno all’alba, ma siamo stati sfiorati da un tornado, noi che le abbiamo viste un po’ tutte in sette giorni, ma siamo sempre stati felici. Forse per me significa così tanto perché tutto è stato nuovo. Una vita che non mi è mai appartenuta, me la sono cucita addosso, anche quando a vedere l’alba eravamo soltanto in tre. Ho stupito tutti. Ma lo ammetto, adesso, che mi piace questa vita, e vorrei che questi sette giorni non fossero finiti mai. Non sono riuscita a salutare tutti quanti, alcuni li ho scorti appena andare via dall’aeroporto, ed è stato triste lasciarsi così, senza sapere se mai ci rivedremo così uniti, così folli, così maturi e giovani, a cantare di Maurizio – che non diventi un vizio. Nostalgica di un viaggio che mi è sempre appartenuto per metà. Ma a Zante non ho fatto altro che divertirmi. Tutti quei dubbi, quelle paure che avevo, se ne sono andate in pochi istanti, per quella capacità di stringerci attorno a un tavolo senza più differenze. E se un giorno dovessi ricordare tutti questi momenti assieme, forse mi scenderà una lacrima, forse non saprò più i nomi di chi c’era, ma qualcosa questo viaggio l’ha lasciata, una maturità che non ha numero e non ha voto. Era il nostro viaggio, e lo è stato fino all’ultima goccia. Ora ho soltanto voglia di ripartire.

Grazie ragazzi, per aver condiviso con me tanti momenti bellissimi: non ho mai saputo darvi tanto, ma voi in sette giorni mi avete dato quasi tutto.

Ciao Paolo

Paolo, non posso indossare i tuoi panni, vestire il tuo personaggio come solo tu sapevi fare, ma quella nuvoletta di Fantozzi, se vuoi, me la posso prendere volentieri 

Non si muore finché ci sarà qualcuno a conservare il ricordo 

Domanda della settimana 

Se ti dico: Vasco Rossi?

Ho un ricordo un po’ confuso, di quando ero bambina, più piccola di adesso. Mia nonna era solita trascorrere l’estate a casa mia, e nel mentre che sistemava i letti o puliva i piatti della colazione ascoltava la radio: allora c’era Ligabue, Baglioni, Dalla, e il grande Vasco. Era uno dei suoi preferiti, o almeno così ricordo. Non posso chiederglielo, ma mi piace pensare che fosse così. Ho riscoperto la sua musica al liceo, perché in gita scolastica Albachiara era un tormentone, perché mi sono trovata ad ascoltare “Ogni volta” e mi ci sono riconosciuta, perché una compagna speciale si è tatuata “Vivere” sul costato. Vivere e sorridere dei guai, questo ci ha insegnato Vasco. E quando tutti pensavano che non avrebbe superato la settimana, eccolo che rinasce, che torna a cantare, che non si arrende e ritrova la sua grinta di quarant’anni di carriera. Ieri sera al Modena Park c’erano duecentoventi mila persone. Forse di più. 

Un fiume umano di gente lì per lui, anche a costo di non vedere nemmeno il palco. Ecco, ho capito che nonostante le critiche, nonostante i gusti musicali, nonstante le differenze d’età, Vasco riesce a volare. C’erano giovani, adulti, ragazzi e ragazze, tutti conoscevano ogni riga di testo, e questo é ciò che la musica può fare. Una magia. Sono stata quasi invidiosa di non esserci, seduta sul divano a cercare volti conosciuti in televisione, ho scoperto brani che non conoscevo, ho scoperto che a volte è pura poesia. Eppure non era un concerto come gli altri. Questo era il concerto dei record. 130 metri di palco, 5 grandi schermi, 750 mila watt di potenza, 29 torri di diffusione, 100 chilometri di cavi. Più di duecentomila persone. Chi è arrivato a fine maggio, chi ha dormito in tenda, chi ha mangiato pizza e panini per settimane. Come descrivere qualcosa di straordinario se non l’ho vissuto? 

Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha. Le canzoni di Vasco sono così, o le ami o le odi, non può lasciarti indifferente, non può passare inosservato. Per questo concerto hanno mobilitato la Protezione Civile, hanno rimandato gli orali degli esami di maturità, hanno anticipato i saldi, hanno sospeso i trasporti pubblici, hanno controllato l’area ventiquattr’ore su ventiquattro, e alla fine è stato semplicemente magico. Non amavo Vasco, e non penso di amarlo davvero, ma ieri sera ho ascoltato quarant’anni di carriera, e quel suo attraversare ogni generazione lasciando in ognuno qualcosa di speciale, ho scoperto il cuore dell’Italia, capace di occupare un’area di 400 mila metri quadrati per la musica, cantando per tre ore e mezza insieme a Vasco sul palco, come un unico corpo in movimento. Dev’essere stato un grande concerto. 

Il nemico è la paura. Noi non abbiamo paura, voi stasera non avete avuto paura. Aprite le porte, non ci chiuderanno in casa con la paura! L’amore batte la paura“, ha gridato. 
E ha chiuso il concerto con Albachiara, e un’esplosione di fuochi d’artificio. 

E se a voi dico: Vasco Rossi? 

Despacito

Poi ti rendi conto che il tuo profilo instagram è stato bombardato da un esercito di sconosciuti che si accalcano a gomitate, riempiendo il tuo telefono surriscaldato di mi piace, e tutto questo grazie a quel Bieber e quel tal Fonsi, che hanno capito come guadagnarsi il monopolio della radio estiva, ed è bastato pubblicare una cover con la chitarra in fingerstyle, per chi comprende il gergo tecnico, che mezzo pianeta ha immediatamente mollato la vita reale per cantare “DE. SPA. SITO. NANANANANANA DESPASITOOOO”. E nel dubbio ha cliccato mi piace. La droga del momento ha effetti collaterali pesanti. 

Ma continuate pure. E se volete rifaccio anche il ritornello.