Festa della liberazione 

Liberi, liberi di vivere liberi, liberi di essere liberi

E da allora, quanta libertà! 

Si rischia ogni giorno per averla, per difenderla, per non rinunciarvi mai

Come hanno combattuto a sangue i Partigiani e gli Alleati 

Era la Vittoria

Quella che da allora ha costruito la Democrazia

Quanta strada percorsa! 

Ma non si dimentica il sacrificio fatto per questo, per lo Stato, per il Popolo Italiano, per vederlo finalmente Libero

Si è lottato a gran voce con i canti e con le armi

Ma ha vinto la Giustizia, ha vinto la Pace, ha vinto l’Unità

Pareva la fine del mondo, ma i grandi Mostri sono stati sconfitti, forse anche da loro stessi, perché i nostri Valori erano più forti

Resistenza: abbiamo saputo resistere

E da allora, quanto abbiamo corso!

Anni ed anni, nuove generazioni

Che studiano la Grande Guerra senza mai averla vissuta, e allora è soltanto un sapere a metà

Liberi, siamo liberi, lo dice la Costituzione

Liberi di imparare, liberi di conoscere, liberi di scegliere, liberi di parlare

È stata una Conquista degli Italiani la Libertà, nuova, concepita, in passato distrutta, calpestata 

Come un soffio d’aria pulita che cancella la polvere dagli occhi

Libertà di guardare, di capire, di vedere la realtà, la verità

Resistenza: all’oblio, al male, ai Leoni delle menzogne

E da allora, quante fiere sono cadute!

Forse serve ancora tempo, ancora insegnanti, ancora esperienza perché l’Uomo conosca davvero

Ma non finisce in un giorno di ricorrenza quella battaglia dei Partigiani, perché ancora vive, ancora respira, ancora batte

Tante sono le pagine da migliorare: e da allora, quante ne sono cambiate!

Chissà se saremo mai veramente Liberi

E in fondo, libertà di cosa?

Sognare, Crescere, Costruire, Viaggiare, Percorrere le proprie strade

Vivere sè stessi

Come si legge un romanzo

Non fu concesso forse ai miei nonni, a chi ha visto il mondo cambiare sotto il possente braccio del Regime

Non fu concesso a chi ha trovato il coraggio di dire di no: non esisteva allora la possibilità di decidere

Ma qualcuno ha voluto questa Libertà: e da allora, quanti sono morti per Lei! 

Li ricordiamo come nostri Padri, perché tra noi Italiani ancora viva quella Forza nel cuore, quella Voglia nell’animo, quel Coraggio nel corpo.

Qui vivono per sempre / gli occhi che furono chiusi alla luce / perché tutti li avessero aperti / per sempre alla luce” (Giuseppe Ungaretti)

Giornata della terra 

“​​Siamo tutti farfalle. La Terra è la nostra crisalide
(LeeAnn Taylor) 

La terra è: una casa familiare, serena, mite, che apre le finestre davanti all’alba.

Una musica sonora, dolce e incalzante, che parla di tutto quello che non possiamo vedere.

Un dipinto imperfetto, incompleto, una foto sfumata, ispida, bollente.

Un abbraccio caldo, materno, una madre.

Un guscio, una tana, in cui proteggersi dai destini universali.

Una culla in cui addormentarsi, dolce, profumata.

Una fresca capanna in cui raccontarsi storie, vere, autentiche.

Un portico sotto cui rifugiarsi dalla pioggia battente, violenta. 

Una strada infinita da percorrere senza raggiungere mai il suo confine.

Un sorriso che ci fa brillare gli occhi, con un solo sguardo fulgido, rapido, appannato.

Un brillante diamante prezioso, inimitabile, che al sole luccica dei raggi di sole.

Un orizzonte sconfinato, entro cui perdersi ad occhi chiusi, sognando.

Sì, la terra è una crisalide, da cui si nasce, come un fiore a primavera.

Non dimenticate che la terra si diletta a sentire i vostri piedi nudi e i venti desiderano intensamente giocare con i vostri capelli
(Kahlil Gibran)

Siamo i suoi cuccioli, i suoi figli, le sue creature da coccolare, da seguire, da crescere, da accudire. Siamo le appendici del suo essere, uguali e diverse, affezionati e amati, innamorati e affetti. Siamo unici pezzi di un’anima immensa, totale, onnipresente, in pace nonostante la guerra, luminosa nonostante il sole sia lontano. Siamo oggetti di un incastro in equilibrio, armonia, sogno. Siamo come stelle in un cielo scuro, brillanti ciascuno a modo proprio, nel suo angolo di paradiso messo in mostra, trasportati dalle sensazioni, dalle carezze della Natura. Siamo vivi e vissuti, soggetti alle correnti del momento, agili tra la schiuma delle onde che si riversano sulla riva e tornano indietro. Siamo puntini dipinti dai riflessi delle luci, burattini mossi dalla passione, dagli istinti e dalle razionali decisioni, fiumi che costruiscono, logorano, dormono, cantano. Siamo musiche da scrivere, poesie da recitare, portate dal vento da una vetta alla pianura, mescolate al suono dell’oceano, del deserto durante la tempesta, della neve che tutto rende silenzio.

Mi chiedo se c’è un modo per descrivere adeguatamente la follia che ci fa sprecare i grandi doni sia della Terra che del Cielo
(James Lee Burke)

È un non sapere, non voler conoscere, mancanza di rispetto, mancanza di ragionevolezza, mancanza di umanità. Vuole dire fare a pezzi la propria origine, quel frammento di cittadinanza che tutti ci portiamo dietro anche crescendo, distruggere un castello bellissimo, in cui prima ci si sentiva protetti, e adesso… Adesso manca qualcosa. Forse non guardiamo più, non osserviamo più, non ci preoccupiamo più di ciò che abbiamo, che avevamo ed ora abbiamo perso, ciò che potremmo perdere. È una follia disumana, che ci fa sprofondare nell’aridità, nella povertà, nella tristezza malinconica di chi non possiede più meraviglie. È una follia che declassa la terra ad un semplice contenitore, fragile come il vetro, vuoto come un bicchiere, e noi, suoi abitanti irrispettosi, criminali in carcere, a morderci le mani per non aver saputo apprezzare le cascate, i ghiacciai, i panorami montani. 

Solo quando l’ultimo albero sarà abbattuto e l’ultimo fiume avvelenato e l’ultimo pesce pescato ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro
(Proverbio indiano)

Non é giunto quel momento ancora, viviamo in un limbo di ignoranza, di domande a cui non sappiamo rispondere, e allora riportiamo le frasi degli altri, a sproposito, come chi versa sale ad occhi chiusi dalla saliera. Siamo ancora convinti che sia tutto infinito, che dietro ogni foresta ve ne sia una nuova, dietro ogni mare ve ne sia un altro più traboccante, siamo convinti che gli orsi polari, le zebre, i gorilla, gli elefanti, i rinoceronti, le tigri, siano eterni solamente perché da sempre esistono, eppure muoiono, e nessuno è in grado di sostituirli. Non si comprano le vite. Non si possono costruire in un’industria, non si possono acquistare in banca, non si possono sostituire con dei banali effetti speciali. Le assenze si contano, e forse si conteranno sempre di più su questa Terra malata, che per combattere non ha abbastanza forza. Dovremmo svegliarci, cambiare rotta, cambiare pensiero dominante, proprio adesso che un presidente americano parla del problema ambientale come di una bugia, di “invenzione dei cinesi”. La Terra non merita tutto questo, paradossalmente non merita nemmeno l’uomo. Ci ha dato tutto ciò che aveva, ci ha dato la possibilità di rispettarla e amarla così come lei ha rispettato e amato noi. Ci ha permesso di costruire la nostra parte, di cambiarla a nostro piacimento, di farne la nostra casa, a nostra immagine e somiglianza. Ma siamo dispersi nei nostri stessi errori, colpevoli di non aver avuto giudizio, di non aver compreso il potere che avevamo in mano, e sbagliamo ogni giorno quando ignoriamo le conseguenze di ogni nostro gesto, sbagliamo e andiamo avanti, senza vedere le lacrime della Terra che si ribella. Tornado, uragani, incendi, terremoti, non sono forse le parole più forti? Ma non sappiamo più leggere. É un significato che non si compra, é una Terra che si può ancora aggiustare, ma i soldi sono solamente pezzi di carta davanti all’immensità dei prati, delle montagne, degli oceani, del cielo. É che siamo ormai arrivati ovunque, ma la sofferenza di ciò che calpestiamo è un sibilo in confronto al rombo degli aerei, delle auto da corsa, dei treni, delle navi. Non sappiamo più ascoltare. Siamo sordi, ciechi, insensibili alla Terra che grida. 

Ma ci è stata data ancora un’occasione. Non lo so per quanto tempo. Non lasciamola passare, scorrere come un treno su rotaie senza fermate. È qui per essere colta. Per renderci migliori. Per rendere la Terra un posto più felice. 

Gita al lago di Como – Secondo giorno

Secondo giorno.
I colori del panorama la mattina paiono pastelli un po’ sbiaditi, timidi davanti ai primi raggi solari. Le temperature pungenti rendono quel mio stare in pigiama sul balcone quasi una follia, per poter scattare la foto dell’alba perfetta, magica. Un altro traghetto inghiotte l’automobile tutta intera, e la rilascia sulla sponda di Tremezzo, una lingua di strada popolata dai turisti. Il lago sulla destra, tra i miei piedi ed una verdeggiante collina che pare una nuvola scesa dal cielo, brilla. Il vento invisibile lascia dietro di sè le forze che nel coprirsi se ne vanno, ma è bello anche così, camminare lungo il lago sperando che uno schizzo d’acqua arrivi a rinfrescare le scarpe sporche. È un desiderio di bambina, come la tentazione di scendere le scale e immergermi nell’acqua dolce a pochi passi da me, oltre un parapetto minuscolo e un muretto. La ricchezza di Como e dei suoi dintorni è tutta chiusa dentro il Grand Hotel che forse per irrealizzabile desiderio ora fotografo, o forse perché un poco mi ricorda le mie passioni infantili. E poi Villa Carlotta. Come descrivere… Un’imponente facciata bianco latte cerchiata dalle gradinate e dalla fontana d’acqua limpida, tutt’attorno un giardino, fiori, piante, colori accesi, limoni e mandarini, in un dolce agglomerato di elementi pittorici che, fossero stati su di una tela, non sarebbero stati credibili. Stanze, una moltitudine di stanze e statue bianche, dagli sguardi profondi e una nudità che paradossalmente nasconde pudore, lasciando perfino spazio a quegli scorci del lago che mai dal primo giorno se n’era mai andato. Ma forse il paradiso, quello vero, è il giardino. Sentirsi impotenti davanti alla grandezza della natura viva, nei colori della primavera, libera di creare e dipingere le azalee di rosa, di giallo, di viola, di bianco! Davanti a me un tappeto di carezze floreali perfette come una tela di De Chirico, e colori da ubriacare gli occhi, che oramai non sanno più che cosa guardare. Ho provato emozione davanti al miracolo della nascita quotidiana, davanti al corso della natura che crea e distrugge, ma a volte lascia tutto quanto al miracolo. Ho provato come una sorta di piccolezza davanti all’immensità del ripido versante di collina, ornato dagli squarci di azalee appena nate e dall’azzurro del lago e del cielo sullo sfondo. Tappeti fucsia, muschi, rose, fiori bianchi che paiono bouquet da sposa, sequoie, bambù, mi sentivo immersa in un’isola lontana, forse senza nome, forse l’isola che non c’è. Eppure c’era. Si lascia così la ricca via del passato, e approdo ad Ossuccio, una piccola tasca del lago di Como che emerge dalla sua riva grazie ad un campanile che pare un fiammifero. Ulivi, azzurro, un prato verde macchiato di campeggiatori che prendono il sole, questo è Ossuccio nel suo piccolo e nel suo lato più speciale. Ultimo è Cernobbio, in una giornata di mercato. Il lago si appresta a sfiorare i suoi confini, lasciando un’onda dopo l’altra tra la strada e le piccole barche ormeggiate. Una fontana spruzza un’acqua limpida quasi trasparente in un sottile arco, che il vento lascia volare via indisturbato. In lontananza un’altra villa, una delle tante perle che affollano la riva come conchiglie sulla spiaggia. Nascono come funghi, e vivono quanto le querce. Resto incantata su di una panchina davanti al lago, ad ascoltare il fruscio continuo delle sue onde leggere, lo ascolto e penso che tra poco non sarò più qui, che mi mancherà tanto. Anche quel semplice guardare fuori dal finestrino e trovarci la pace, la risposta ad ogni lacrima, ad ogni goccia di sangue, e forse ad ogni banconota bruciata, in questo lago che nelle sue pieghe nasconde tanta ricchezza, come le briciole della merenda tra le pagine di un libro. Ma il lago di Como è una meraviglia. E lasciandomelo alle spalle non ho potuto fare a meno di pensare che a volte la natura è tanto generosa, e noi così poco responsabili dei doni ricevuti… Ma quelle azalee, quel giardino idilliaco, unisce tutti noi. Tutti noi abbagliati dalle parole che la natura ci sussurra nelle orecchie attraverso i colori. Ho lasciato quindi il lago di Como, attraversando i cunicoli dei paesini come formicai, ed è stato bello anche così. Esplorare anche le piccole pieghe delle segrete trame del lago di Como. Ed essere stranamente felici, veramente felici.

Gita al lago di Como – Primo giorno

Primo giorno.
Il lago di Como siede come un gigante ai miei piedi, azzurro come il mare in agosto, ma stranamente calmo. Lo ammiro dall’alto di quell’erta salita nascosta tra gli alberi, nei tratti azzurri che per pochi istanti abbagliano il mio percorso. Sono giunta nel paesino di Bellagio, una minuscola perla che fa da nodo tra i due rami del grande lago, e passeggiando per le strade potresti respirare l’aria di primavera che penetra fin sotto la pelle, fin dentro al sangue, calda, pulita. Il sole taglia il paese in tanti frammenti ombrosi, tra il verde dei giardini, l’oro delle ville, l’azzurro del cielo, il blu del lago. Scendo lungo un viale ciottolato, e la riva è lì a pochi passi, furiosa per il vento violento. Le onde rimbalzano minute sul pontile e sul marciapiede, mentre le anatre navigano tranquille nella tempesta, quasi si stiano divertendo per il gioco. Tutto attorno, il verde, come il muschio che abbraccia gli scogli in fondo al mare. Lo sguardo si perde nell’infinito racchiuso tra le terre di Como e di Lecco, i due rami discendono verso il mezzogiorno puntando all’Equatore. Dal traghetto pare che il lago non abbia fine, a destra un gomitolo di case, a sinistra un’isoletta, davanti un incrocio come se l’acqua fosse divenuta asfalto. Un arcobaleno nasce dalla schiuma delle onde che il traghetto taglia come un coltello, solleticando la superficie dell’acqua come un volo d’uccello. Infine scendo. Mi trovo a Varenna, un nido circondato da una cancellata rossa d’amore, che insegue il lago come se dopo il monte dovesse finire, e invece non finisce mai. Le barche giacciono insabbiate sulla riva, e le lascio alle mie spalle incamminandomi lungo un sentiero fiorito dipinto di primavera, colori accesi, libertà. Mi affaccio alla ringhiera rossa e quasi mi sembra di poter sfiorare l’acqua chiara, profonda, in qualche modo severa. Son paesini che vivono dellossigeno del lago, e da quella stessa ringhiera ne scorgo altri, disposti come meduse sulla battigia, color del mattone. Ricerco le foto perfette, consapevole che la magia di quella melodia di sottofondo, del fruscio delle onde che ritornano da dove sono partite, in una foto non ci entrerà mai. Forse sono i colori, i vasi di fiori appoggiati ai balconi, la nitidezza delle Alpi innevate in lontananza, nascoste dalla nebbia, ma mi sembra d’essere in un angolo di paradiso. Una villa si apre ad una veduta quasi sublime, accarezzata da un vento che non allontana il sole. Sono in alto, lontano dal lago. Le palme riportano il mondo circostante ad una dimensione fiabesca, come se non esistesse più un luogo, più un tempo, più una dimensione. Il giallo dei fiori sbocciati da poco fa da cornice alle fotografie che scatto come fossero cartoline, e forse son io che mi meraviglio, ma in quella foresta di rose e di viole mi pare di nuotare in un giardino segreto. La villa nasconde il tesoro del passato, nelle stanze arredate in cui il tempo giace fermo da secoli, e dalle finestre ancora fa capolino il lago come un gigante, preoccupato di smarrire la sua estensione magistrale. Sul finire del pomeriggio rimane il lungolago di Bellagio, una scacchiera di aiuole primaverili dipinte di tempera, ed un profumo di dolcezza che raggiunge la strada negli spruzzi delle onde ribelli. E poi un albergo, protetto dal portagioie più piccolo che porta il nome di Veleso, duecentocinquanta abitanti. Una scritta sul muro recita “Casa dolce casa”. E mi sento a casa così, lontana da tutto e da tutti, con il grande lago di Como dinnanzi, e lontano le luci di Malpensa che brillano come stelle. Davanti, un campanile che emana una luce bianca mi indica che la notte sta per arrivare, e forse fa troppo freddo anche per me per rimanere fuori a guardare il cielo.

Lunedì dell’Angelo

Il Vangelo racconta che le due Marie e Salomè (non c’è due senza tre) si diressero al sepolcro di Gesù, una roba semplice, primitiva oserei dire, una grotta con un masso davanti, e chissà che puzza doveva esserci all’interno. Il compito delle tre donne era quello di imbalsamare il corpo: perchè logicamente prima lo si seppellisce, poi si riapre appositamente la tomba, è chiaro. Fortunatamente per le donne, dalle braccine esili e prive di ogni parvenza di muscoli, qualcuno aveva già aperto la tomba. AIUTO! CHI É STATO?! Apparve quindi loro un angelo (forse erano un poco brille, o semplicemente sotto antidepressivi per la morte del loro caro). L’angelo disse loro che Gesù era risorto come aveva previsto, che non avrebbero trovato il corpo, che la notizia andava annunciata agli Apostoli, suoi migliori amici. Certo, perché forse a quel tempo era una cosa credibile, correre per le strade a gridare “È risorto! É risorto!”, e alla domanda “Come lo sai?”, rispondere “Me lo ha detto un angelo”. 

Ecco, abbiamo perso fantasia, fiducia, fede potremmo dire. Il lunedì dell’Angelo è dedicato a questo: a chi ci ha creduto subito, alle tre donne che hanno ritrovato la pace nelle parole della figura celeste, agli Apostoli che si sono fidati di un racconto paradossale. Certo, tranne quel bel fusto di Tommaso detto Dìdimo, che per fare il grosso ha voluto “infilare il dito nella piaga” del costato di Cristo. Ma sono dettagli di cui non mi voglio occupare. Oggi è una giornata dedicata al miracolo, alla fede nel miracolo, alla gioia davanti al miracolo. È stato facile per loro reprimere ogni paura, lasciarsi travolgere dalla meraviglia celeste, anche se fosse tutto solamente una leggenda, la religione ha un senso: e lo possono cogliere tutti. Non è così difficile abbandonarsi ad un regalo della fantasia, una piccola spinta, una goccia di un viaggio in quei luoghi che i disillusi non possono conoscere. Avete mai visto un angelo? Lo avete mai sognato? E da bambini, quando si andava a catechismo, e vi spiegavano come il Paradiso fosse pieno d’ali bianche? Ho imparato a riconoscerli, gli angeli, nella pragmaticità fredda della vita, ho imparato a vedere quelle ali  bianche sulle spalle delle persone care, quelle che ci sono sempre, a prescindere da tutto e da qualsiasi distanza, come se potessero attraversare l’oceano per venirci a salvare. Sciocco è che ci non ci crede, chi non ha il coraggio di stupirsi, di apprezzare, sì, anche di ingigantire ogni bene, perché sembra quasi divenire ogni giorno più raro. Voi tutti come Tommaso, sostenitori del “vedere per credere”, forse un angelo non lo vedrete mai. Perché le ali bianche non si possono toccare, non sono un’appendice di un corpo fatto di carne, ma quella forma dell’anima pura, che chiudendo gli occhi si sostituisce al buio, e ci fa navigare nell’amore. Le ali sono soltanto un’idea, una costruzione mentale, un fantasma soggettivo. Possiamo guardare oltre i confini mentali, possiamo fidarci, come quelle tre donne davanti al sepolcro vuoto, possiamo gridare al miracolo, alla Resurrezione, possiamo renderci conto che cambiare è possibile, rovesciare anche i massi più insormontabili, si può fare. Non perché siamo Dio, non perché siamo frammenti di Dio. È in nome del futuro che diamo ascolto agli angeli, domandiamo loro quelle risposte che non riusciamo ad afferrare, e chiediamo una mano, perché da soli ci sentiamo dispersi tra un mare di scelte e responsabilità, gli angeli sono qui per questo, nascosti dietro due occhi buoni, e ognuno ne conosce un nome almeno, anche se lo chiama amico, o padre, o fratello. Che cosa sarebbe successo senza quell’angelo? Che cosa avrebbero pensato le due Marie e Salomè? Forse avrebbero chiamato la polizia, i telegiornali, Chi l’ha visto. Magari ci avrebbero fatto una puntata di CSI. Nessuno avrebbe ritrovato quel corpo, Salomè sarebbe svenuta, le due Marie probabilmente sarebbero cadute in depressione, nell’alcolismo, o in qialche vizio putrido del tempo. Gli apostoli avrebbero cambiato paese, si sarebbero persi di vista, solamente amici su Facebook per indagare sulla vita degli altri di nascosto. E Tommaso, Tommaso avrebbe avuto ragione, “non vedo e quindi non credo”, la realtà sarebbe apparsa chiara in un singolo istante: qualcuno ha rubato il corpo di Gesù. E invece il Vangelo parla di un angelo, un solo personaggio per cambiare radicalmente il corso della storia. Un angelo che rappresenta la verità assoluta, quella più incredibile, apparentemente pazzesca, la verità che non richiede prove, indizi, indagini scientifiche, pistole o autopsie, una verità che pretende solamente di essere creduta. Fede. Come quella fiducia che riversiamo nelle persone più amate, in quelle persone che hanno saputo darci tutto e forse di più, quelle con cui abbiamo condiviso i momenti più importanti della nostra vita, e probabilmente è per questo che sappiamo quanto grandi possano essere le loro ali. Non è forse giusto anche volare?

La meraviglia si trova ad ogni istante. Cerca di sentire, di percepire, invece di pensare. Il senso profondo della vita si trova al di là del pensiero

(Enrique Barrios)

Resurrezione

Un uomo che suonava la fisarmonica all’angolo della strada, sorrideva, e augurava ai passanti “Buona Pasqua!”. 

Non ho trovato da nessun’altra parte questo spirito, questa voglia, questa partecipazione alla Pasqua. Vedo solamente uova incartate, e chissà quale sorpresa di plastica nascosta dentro, vedo cioccolato, cioccolatini, colombe, ma siamo tutti così materialisti? Io andrò a pranzo con la famiglia, in un ristorante. Per me la Pasqua è questo. Non sono credente, lo dico con onestà, e forse già lo avrete imparato. La Pasqua per me è una festa, è vacanza, è famiglia, è un augurio da scambiare con gli amici più cari, forse quest’anno è anche un sospiro di sollievo, e un’occasione per rimediare a quei tanti atti mancati, recuperare il tempo perduto a sognare. Ma so che cos’è realmente, e allora mi torna in mente quell’uomo all’angolo della strada, che suonava la fisarmonica. Oggi è risorto il Salvatore. Forse ci aiuterà in qualcosa, in tutti quei momenti delle nostre giornate in cui perdiamo la speranza, la fiducia, ci servirà a qualcosa ricordare che esiste la Resurrezione, un nuovo inizio, migliore, eterno. C’è un non so che di magico, come in quelle note della fisarmonica, che va oltre ogni recinto religioso. 

Natale è il 25 dicembre. Il fatto che Pasqua capiti sempre in giorni diversi è il chiaro segno che puoi decidere di risorgere quando vuoi

(Gemma Gemmiti)

Anziché lasciarci sprofondare, inghiottire dagli abissi delle nostre paure, dei nostri dubbi, dei nostri errori, ecco, accogliamo la nostra Pasqua, scopriamoci una mattina come se fossimo persone nuove, un po’ come le uova di Pasqua da aprire, apparentemente cave, eppure dentro contengono sempre una sorpresa. Quell’uomo all’angolo della strada non aveva niente, solamente una fisarmonica. Eppure era lì che suonava, Dio solo sa da quante ore, ed augurava una buona Pasqua a tutti, anche a chi, con lo sguardo distante, evitava di passarci accanto, vigliacchi forse, ignoranti anche. Ma perfino da queste condizioni si può rinascere, passo dopo passo, mirando al cielo, si può costruire da capo il proprio mondo, si può rimediare a tutti quegli errori del passato, si può sempre fare del bene per gli altri: Cristo ha fatto così. E guardate ora quell’uomo con la fisarmonica, non ha che pochi spiccioli, a mala pena per un pezzo di pane, ma il suo volto brilla come una stella nella notte, e la sua voce danza, oltrepassa ogni muro, dolce, melodiosa anche se roca, arriva al cuore. La Pasqua in fondo è soltanto un promemoria. Ci ricorda che non siamo infallibili, che possiamo sbagliare, possiamo rischiare di precipitare, ma c’è sempre un appiglio, una mano da afferrare, c’è sempre la possibilità di risorgere dal male. Ed è giusto che non esista un inferno dantesco, blindate categorie come prigioni mortali, é giusto che anche il peggiore degli uomini abbia l’opportunità di riflettere, di chiedere perdono, anche nel vuoto, nell’aria, a Dio. Ma può risorgere. Nonostante tutto e tutti. C’è qualcosa nella Pasqua che la rende diversa, c’è una forza incredibile che la governa, che la distingue, e i colori, brillanti, puri, vivi, i profumi di casa e di zucchero, nessuna musica, eppure una melodia rincuorante. Ogni anno cade in un giorno diverso, ma la aspettiamo sempre con ansia, un po’ perché siamo stanchi, un po’ perché è una festa, e le feste si festeggiano sempre, un po’ perché è un’occasione da vivere. Anche oggi.

Non ho ricambiato l’augurio dell’uomo con la fisarmonica. Che sciocca! Così glielo dico adesso, nel vento, come faceva lui.

Ieri sera pioveva a dirotto, stamattina c’è un sole bellissimo. È risorto perfino il tempo, la gioia della colazione in famiglia, aprire le uova di cioccolato in cerca della sorpresa. È un giorno diverso, e non poteva piovere. Qualcosa è risorto di potentissimo, di enorme, di appena percettibile, e siamo qui per festeggiare un nuovo inizio del mondo, e magari, perché no, un augurio di resurrezione per la nostra stessa vita. 

Immagine per la domenica di Pasqua

Anche se tutto ti sembra andare male, anche se ti senti grande, anche se non credi, anche se pensi che le persone al tuo fianco siano poche, anche se il futuro è incerto, anche se fuori piove nonostante sia primavera, oggi, con la massima sincerità, sii fiero di ciò che possiedi, e prometti che non perderai occasione per risorgere dagli errori.

È Pasqua oggi, é Pasqua ogni giorno dell’anno per una nuova Resurrezione.

Auguri di buona Pasqua!