Despacito

Poi ti rendi conto che il tuo profilo instagram è stato bombardato da un esercito di sconosciuti che si accalcano a gomitate, riempiendo il tuo telefono surriscaldato di mi piace, e tutto questo grazie a quel Bieber e quel tal Fonsi, che hanno capito come guadagnarsi il monopolio della radio estiva, ed è bastato pubblicare una cover con la chitarra in fingerstyle, per chi comprende il gergo tecnico, che mezzo pianeta ha immediatamente mollato la vita reale per cantare “DE. SPA. SITO. NANANANANANA DESPASITOOOO”. E nel dubbio ha cliccato mi piace. La droga del momento ha effetti collaterali pesanti. 

Ma continuate pure. E se volete rifaccio anche il ritornello. 

Regalo da una professoressa 

Purtroppo questa sera non potrò essere presente alla cena di classe […] sarò con voi con il pensiero.

Vi mando un testo poetico di Santa Teresa di Calcutta, leggetelo attentamente e… tenetelo a mente. 

Un grandissimo in bocca al lupo, per tutto. 

Un abbraccio, buona serata. 

Fatemi avere notizie

INNO ALLA VITA

La vita è bellezza, ammirala.

La vita è un’opportunità, coglila.

La vita è beatitudine, assaporala.

La vita è un sogno, fanne una realtà.

La vita è una sfida, affrontala.

La vita è un dovere, compilo.

La vita è un gioco, giocalo.

La vita è preziosa, abbine cura.

La vita è una ricchezza, conservala.

La vita è amore, donala.

La vita è un mistero, scoprilo.

La vita è promessa, adempila.

La vita è tristezza, superala.

La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.

La vita è un’avventura, rischiala.

La vita è felicità, meritala.

La vita è la vita, difendila.

(Madre Teresa di Calcutta)

Una professoressa l’ha dedicata a noi, maturandi in questo Duemiladiciassette, noi che non la rivedremo più, noi che l’abbiamo fatta impazzire, l’abbiamo fatta arrabbiare, l’abbiamo presa in giro, e nonostante tutto lei pensa a noi. 

Ti accorgi in questi momenti di chi in fondo a te ci tiene. Te ne accorgi forse tardi, ma la gioia più grande è sapere che da qualche parte, anche lontano, qualcuno in te ci crede. È tutto difficile, in questi pochi giorni. Abbiamo organizzato una cena di classe, ma ancora una volta mancheranno dei pezzi di questa classe folle che chiamiamo Quinta I. Lei non ci sarà, ma per noi si può dire abbia pregato? 

Mi ha fatto quasi piangere. Non ho la lacrima facile, ma quella vita, quella di cui Madre Teresa parla, io la sto vivendo adesso, e mi sfiora dentro la sua carezza, morbida, tenera. Una professoressa fuori dal comune, una professoressa che parlava con il computer, che con noi è andata in gita per la prima volta, che ha sempre mescolato l’inglese al dialetto come fossero una lingua sola, ma dietro di lei ho scoperto questa poesia. Mi piace pensare che sia soltanto nostra. Un piccolo dono a noi maturandi, che vogliamo fare i duri, quelli che se ne fregano, ma la notte un poco tremiamo di paura. Siamo grandi e piccoli in questo momento, una crisalide che a settembre diverrà una matricola, ma oggi, per pochi giorni ancora, liceali.

Professoressa, grazie di tutto

Ultima pagella 

L’ultima pagella è un enigma, un tirare a sorte con un dado tra soddisfazioni e delusioni.

Un otto in matematica: non avevi forse detto che il mio era un livello basso? Non ho per caso preso un tre nell’ultima verifica? La matematica magari è davvero un’opinione…

Otto in fisica: per che cosa? Che se mi parli di relatività ti so dire soltanto E=mc^2…

Il sette in inglese ha un suo senso, in fondo è da cinque anni che non prendo più di sette, da cinque anni che ci provo e il massimo che ho ottenuto è stato un più alla fine, in piccolino.

Dieci in scienze: mai visto. Ho dovuto cercare conferme della sua esistenza. Non pensavo si potessero inserire numeri a due cifre.

Sette in storia, onesto considerati i precedenti. Il mio primo quattro lo presi in terza elementare. Forse ci ho sperato fin troppo, se il professore ha il braccio corto non si fa…

Un otto in filosofia, lo avevo già previsto, mi fa piacere. Mi fa piacere soprattutto perché è uno dei pochi voti dotati di senso.

Otto in latino, mi fa ancora più piacere visto che a volte, di notte, mi sono trovata a sognare le versioni di Seneca.

Otto in italiano, e qui emerge il mio lato pignolo ed orgoglioso. Ho letto quasi tutti i miei temi ad alta voce, non ho mai preso meno di nove, pensavo che forse avrei potuto distinguermi, leggere quel nove sulla pagella, unico, da solo, in quella materia che ho sempre amato studiare, pensavo che me lo sarei meritato, e non mi lamento di certo per i miei risultati, perché tutti quei momenti restano, è solo che… le aspettative spezzate un poco fanno male.

Otto in storia dell’arte, piovuto letteralmente dal cielo visto che di storia dell’arte nessuno ha mai letto, visto o sentito niente.

Un otto in ginnastica, merito delle ore passate a giocare a biliardino, il voto minimo che la professoressa ogni volta dà, e che mi rifila con il cuore. Ma sono consapevole del mio spirito di iniziativa pressoché nullo, dell’inutilità della mia presenza in una squadra e della mia incapacità in qualsiasi genere di attività sportiva. Sono stata brava solo nel corso di primo soccorso.

Ottimo in religione, facile: bastava essere sempre presenti alle cene con il professore, una pizza con film piacevole piacevole.

Nove in comportamento, miracoloso dopo le minacce di vederlo crollare a picco: ho suggerito alle interrogazioni, ho copiato durante le verifiche di matematica, mi hanno ritirato il cellulare, mi hanno stracciato i bigliettini, anche se erano grandi quanto un francobollo, poi son stata mandata fuori dalla porta, certo senza motivo, così ha detto il professore in persona, e infine come negare tutte quelle volte in cui ho riso a lezione? 

Concludo l’anno e leggo sulla pagella: ammesso all’esame di stato. 

In fondo ciò che conta davvero é questo, e di tutto il resto… sono soltanto dei numeri. 

Caro professore

Professore, che dirle adesso? Ci ha conosciuti tardi, ha perduto due anni del nostro percorso liceale, eppure mi sembra di aver trascorso con lei anni ed anni di esperienze. È un complimento, e questa lettera la scrivo soltanto per lei. Ricordo il primo giorno in cui è entrato in classe, con lo sguardo severo, la borsa scura, il tono della voce minaccioso, come una madre che rimprovera il figliolo, e quella bacchetta di metallo che scagliava sulla cattedra per farci stare in silenzio. Sapeva quello che stava facendo, lo sapeva benissimo. Eravamo terrorizzati da lei, noi ingenui a sedici anni, non avevamo idea di che cosa sarebbe cambiato. Era la mia terza superiore, ed ho pensato, lo ammetto, che sarebbe stato un inferno. Ma c’è qualcosa di bellissimo, in lei. La passione, l’amore per il suo lavoro, la sua capacità di comprenderci e al tempo stesso di prenderci in giro, perché lei è un adulto, distante da noi, ci osserva da lontano e in qualche modo ci incoraggia, di nascosto. L’ho capito. L’ho capito tardi, dopo un anno. E ho capito che aveva lo sguardo lontano, anche quando tornavo al posto con il mio solito sei, sei meno, sei meno meno, mi arrabbiavo, perché volevo piacerle, volevo che mi considerasse, e invece mi perdevo nella massa di mediocri. Ricordo bene un’altra cosa di quell’anno: il dolce stilnovo. Mi sono appassionata insieme a lei, e mentre leggeva con il cuore le poesie del Petrarca, io ero percorsa da brividi che non saprei come spiegare, cercavo di nasconderli, quasi fossero un peccato da occultare, ma in quelle poesie ci ho sempre trovato un universo, ed è stato tutto grazie a lei. Erano le lezioni più belle, le lezioni più vere. Perchè poi, non è stato più soltanto terrore. Professore, lei che ha instaurato un rapporto meraviglioso con noi, lei merita il nostro grazie, merita ogni nostro applauso, e merita di essere ricordato. Ho in mente quelle sue prese in giro del momento, che forse dette da chiunque altro mi avrebbero fatto stare male, ma ridevo e rido ancora oggi davanti al suo “brutta elevato a potenza”, e quando domandava con un ghigno “Come si chiama lei? Teresina? Giovannina? Uuuh, Giorgia! Come la cantante! Lo sapeva?”. In qualche modo ha saputo farci comprendere che a volte è anche giusto scherzare, senza offendersi, senza combattere per difendere l’onore, anche se a volte le battute si facevano pesanti, anche se gravavano sulle giornate storte. Ma lo capiva, anche questo. Certo, di momenti complicati ce ne sono stati. Siamo stati una classe un po’ impossibile, come negarlo? Ma ad ogni compleanno abbiamo portato vassoi di pizzette e pasticcini. Ad ogni festività abbiamo festeggiato. Abbiamo chiesto di andare in gita con lei, anche se ci è stato negato. Abbiamo visitato con lei una decina di mostre. Guardato un film. Scattato una foto di classe. Credo che un bravo professore debba essere esattamente come lei. Non è perfetto, non lo è nessuno, ma porta dentro una cultura sconfinata che ogni volta mi faceva venire voglia di leggere, di studiare, di rimanere sveglia anche di notte per sfogliare la sezione di cultura dei quotidiani. Mi ha fatto credere in me stessa come non ci è mai riuscito nessuno. Ci è riuscito con quei sei, sei meno, sei meno meno che mi facevano gridare di rabbia, con la tentazione di rinunciare, di accontentarmi, di lasciar perdere, ma poi tornavo a casa, e mi ricordavo che avrei tanto voluto far parte dei suoi ricordi migliori. È un piccolo mio pretenzioso sogno, che un giorno si ricordi di quel testo su Pasolini, me lo ha fatto leggere davanti a tutti, in piedi accanto alla cattedra, ed è stata la prima volta in cui mi sono sentita dire “Hai fatto un buon lavoro”. Ho ripensato tanto a quel testo. È stata come una pagina nuova di un nuovo romanzo. Non posso dire che sia cambiato tutto, perché non mi ha mai concesso niente, e se mai dovevo meritarmi una porta in faccia, sono certa che mi avrebbe dato perfino quella, ma posso dire oggi che qualcosa, a me, lei lo ha lasciato. È una passione infinita, non come la sua, non potrebbe mai. E ammirazione. Pensavo, a volte, che da grande avrei potuto fare l’insegnante: avrei voluto essere come lei. Sarà una delle più grandi rinunce venire a trovarla e non poterle raccontare della facoltà di lettere, o di quel master in giornalismo su cui mia madre ancora sogna. Frequenterò economia. Lo so, non mi guardi così. Non mi chiami signorina, con quel suo tono e quel suo sguardo che non sono mai riuscita a sostenere. In questa lettera non voglio più parlare di me. È un grazie per chi ha reso questi nostri tre anni un po’ più speciali. Con i suoi mocaccini, con i caffè lunghi macchiati decaffeinati che non ho mai capito da dove arrivassero, con i biscottucci che offriva agli interrogati, con il gesso che puntualmente scompariva e lei mandava qualcuno in missione, e come dimenticare la sua penna Mont blanc, i ray ban da cui non si separa mai, l’agenda grossa come un dizionario, il tablettino malefico che estraeva i numeri per interrogare, lei è costruito alla perfezione, come un personaggio di un film. Conosce a memoria un oceano di frasi d’autore, eppure ama recitare “la favola bella, che ieri ci illuse, che oggi ci illude, o Ermione”. Potrebbe stringere amicizia con chiunque, eppure appena ne aveva l’occasione chiamava in classe la bidella Patty o Roberto, il tecnico di laboratorio, ed era una festa, anche a diciotto anni, perché anche lei a volte non aveva voglia di fare lezione. Eppure credo che lo abbia sempre saputo: lei è stato il nostro mito, il nostro punto di riferimento, una parte di questa classe sgangherata e folle che oggi non può far altro che inginocchiarsi per dirle grazie. Grazie professore, per esserci stato sempre. Grazie per averci portato fino a qui, con sacrifici, con sudore, con le verifiche a sorpresa, con quelle sgridate a gran voce che mi facevano abbassare la testa. Grazie per averci capiti, uno per uno, per aver capito le nostre potenzialità, e averci portato al nostro massimo, eravamo una scommessa, e lei ha vinto su tutti i fronti. Un grazie per tutti i momenti passati assieme, per quelle lezioni sul dolce stilnovo che conservo nel cassetto, per i momenti di risate in cui lo leggevo nei suoi occhi, era felice, dietro la sua cattedra, era felice davvero. Vorrei che fossero stati tutti così. E invece per cinque anni ho conosciuto professori nuovi, ho rivisto professori vecchi, ma nessuno merita una lettera, nessuno come lei. Le vogliamo bene, prof. Lo scrivo io, e penso di parlare a nome di tutti quanti, perché nessuno ha mai messo in dubbio la sua importanza, il suo essere duro e pazzo come nessun altro, anche inimitabile, a volte uno scoglio difficile, ma pur sempre brillante. È esattamente quel professore che, lo so, verrò a trovare. E sentirò la mancanza di lei, perché è stata una presenza forte, per tre anni del mio liceo. 

Mio padre glielo ha detto, sulla porta, alla fine dell’ultimo colloquio. “Lei è stato un bravissimo professore, penso che sia il ricordo migliore che mia figlia si porterà con sè”. Lei ha risposto “Grazie. La saluto, ingegnere!”. Che dire? Non ci sarà più lei a far leggere le fotocopie dei miei temi ai miei genitori, perché io non ho mai avuto il coraggio di dar loro la brutta copia. In fondo, a volte nemmeno la facevo la brutta copia.

Professore, vorrei che fosse soltanto un arrivederci, vorrei che ci chiedesse se domani avremo latino o italiano, ma domani sarà già tardi, e ci saremo già detti addio. 

“Forza e coraggio, che la vita è soltanto di passaggio, e la morte è già in viaggio”, lo diceva sempre lei. Mi ha sempre fatto coraggio. Dietro ogni cazzata, come le chiamava lei, c’era qualcosa, qualcosa che ho saputo raccogliere, e per tutto questo non smetto di ringraziarla. Non avrà ricevuto un bonus in busta paga o i complimenti della preside, ma forse la cosa che veramente conta, per un professore, sono i suoi studenti. La sua vecchia classe le ha scritto un cartello, con venticinque firme, e lo ha appeso alla sua macchina: lei lo ha conservato. Oggi vengono a trovarla in tanti, ed è bellissimo guardarla uscire, chiudere la porta e rivedere quegli studenti, tutti, anche i somari. Io ho con lei una foto, e non smetto di guardarla. Grazie, professore. Spero che questa straordinaria 5°I le resti un poco nel cuore.

Mi dispiace soltanto di non essere riuscita a dimostrarle quanto ci tengo, mi dispiace che in quell’ultimo giorno fino scuola lei se ne sia andato, senza nemmeno assaggiare la torta o le patatine. Professore, forse non lo crede, ma avremmo voluto almeno abbracciarla…

Compagna di banco

Vicine per dieci mesi, nemmeno un anno ci ha unite. Grazie, non sono riuscita a dirtelo di persona, così te lo dico adesso, in disparte, dove non mi trova nessuno. Oggi mi sembrava quasi una giornata come le altre, non lo so perché, sedevo al tuo fianco e si parlava, di tutto, come se la scuola non stesse veramente finendo. Forse perché so che in fondo ancora ci rivedremo, alla cena di classe, alla festa del liceo in piscina, agli esami, e segretamente spero che un giorno tu mi scriva, solo per ricordarmi di questo anno passato assieme. Grazie perché con te ho trovato quel coraggio che mi mancava. Il coraggio di essere. Il coraggio di non mentire. Il coraggio di buttarmi nel mondo senza il timore di cadere. Sono entrata in punta di piedi nella tua vita e probabilmente non ho lasciato quel ricordo speciale, quei momenti indimenticabili, perché tra di noi c’è stato solo il tempo di guardarci, e magari a volte scoppiare a ridere come bambine. Abbiamo condiviso appena poche pagine, ma lasciati dire che sono state importanti. Volevo dirti grazie, oggi, per tutto, ma non ci sono riuscita. Me ne sono andata con la certezza che tu sia una bella persona, l’ho capito, osservandoti, parlandoti, una persona capace di trasformare ogni secondo in un’occasione. Grazie, perché non pensavo che sarebbe successo. Ci siamo avvicinate così, per puro caso, e mi hai accolta senza sapere niente di me, soltanto il mio nome. Oggi ti dico grazie, e vorrei a volte che mi fosse dato un giorno in più per rivederti. Forse troverei il modo per ringraziarti davvero, per stringerti la mano, chiederti un abbraccio, quello che non ci siamo mai date. Ricorderò te come compagna di banco, e quando di nascosto facevamo le parole crociate, o ridevamo con la faccia tra le mani. Ricorderò di te quel tuo copiare dai miei fogli perché non vedevi la lavagna. Ricorderò quando le parole fluivano, e mi sembrava di avere un universo da raccontarti. Grazie per tutto questo. Grazie per aver reso questo ultimo anno un po’ più speciale. Non te l’ho detto e forse non te lo dirò mai, con te mi sono divertita tanto, e ho trovato perfino il coraggio di seguirti, di venire alla festa della scuola con te. Grazie per tutto ciò che inconsapevolmente mi hai lasciato. 

E finisce così il liceo in una giornata di Giugno

Mi chiedo quando sia successo che sono cresciuta, in mezzo a voi. Vorrei dire grazie un po’ a tutti, agli amici, a chi ho conosciuto poco, a chi ricordo come un’immagine fissa, a chi invece è soltanto un corpo un po’ sbiadito. Non dico che sia stato sempre facile, non per me, impreparata al mondo, ferita il primo giorno di scuola, quando i banchi erano già tutti occupati tranne quello in prima fila. Mi sono fatta spazio e con il tempo ho imparato ad essere, a smetterla di inseguire sempre, sul fondo della fila, e ho conosciuto persone fantastiche, persone che non voglio perdere anche se oggi finisce un po’ tutto, anche se sono timida ed orgogliosa come pochi, e me ne rendo perfettamente conto. Ma tutti a modo vostro avete imparato a guardarmi.

Ricordate quel primo anno? Quante ne abbiamo passate, inseme. Eravamo la classe sperimentale, quella del progetto innovativo, degli incontri nelle aule di ingegneria, e dei pomeriggi passati ad imparare come ruotare il teodolite, perché piccoli non ci siamo mai sentiti. La professoressa di arte ci chiamava bestie. Animali. E’ che noi siamo sempre stati così: dei cretini. Noi che abbiamo costruito un manichino perché fosse interrogato al posto nostro. Noi che cambiavamo posto in classe ogni due giorni per non annoiarci mai. Noi che le versioni di latino le abbiamo sempre copiate, di nascosto, perfino dalle madri. Noi che facevamo impazzire i professori, alle prese con la lavagna interattiva multimediale. Che classe. Ricordo perfino quel giorno ventoso in cui si è rotta una finestra, e per un istante ho avuto paura di perdere davvero qualcuno di importante. Solo il tempo di un tonfo sordo, poi abbiamo unito i banchi in una massa informe come un enorme gruppo unito, felice.

Ricordate la gita a Sestola, in seconda superiore? Non avevo mai sciato prima di allora, ma con voi mi sono lanciata lungo le più folli discese, mi sono schiantata contro le recinzioni, sono salita in seggiovia senza protezioni, ho pattinato sul ghiaccio insieme a chi sfrecciava esperto, al centro della pista, mentre io a mala pena mi reggevo in piedi. Sono caduta, come tutti. Ma ragazzi, che gita! Ricordo quando la sera ci si trovava in camera a bisbigliare, a soffocare le risate tra i cuscini fino alle due del mattino. Sì, dei cretini. Dei cretini che hanno trascorso ore intere di lezione con la settimana enigmistica sopra i libri, o i sudoku sul fondo dei quotidiani. Ci hanno odiati. Oh, tante volte. Ci hanno insultati. Una professoressa aveva iniziato a pretendere un centesimo per ogni matita caduta. Un’altra ha quasi sfondato la cattedra con il braccio. E come dimenticare le ore di arte trascorse al bar, o nel corridoio, spediti fuori a turno dalla prof esasperata? Noi facevamo impazzire tutti. Il bel supplente di matematica, che correva intorno all’aula per l’isteria. La timida patologica di lettere, rintanata contro il muro, quasi sotto la cattedra. Il tirocinante, che per vendetta ci riempiva di cinque.

Ma ve lo ricordate? Noi cretini che per evitare il salto della cavallina ci siamo chiusi nello spogliatoio della palestra. Noi che siamo stati capaci di copiare le relazioni di fisica senza cambiare nemmeno il nome. Noi che per suggerire le risposte abbiamo scritto cartelloni dall’ultima fila. Noi che giocavamo a macedonia durante le lezioni sui Promessi sposi. Siamo stati una classe meravigliosa, nonostante tutto e tutti. La scuola ci conosce, dopo cinque anni di follie. Come quando Claudio ha mandato a fare in culo la professoressa tiranno di storia, ed è scappato in autobus fino in Piazza Maggiore. O come quando in gita scolastica i nervi hanno ceduto, e le differenze tra di noi sono esplose come una granata sul traghetto di ritorno. Abbiamo rischiato di romperci, tutti quanti. Ma in fondo anche questo serve per crescere, per continuare a cambiare.

Ho vissuto con voi la settimana di autogestione, gli scioperi, qualche manifestazione, quel poco che appena cinque anni fa mi sembrava un salto tra due vette altissime. Il corso di nuoto, con la paura di mostrarmi in costume: è scomparsa dopo il primo minuto, non saprei spiegare nemmeno come, ma è stato merito vostro. Non pensavo nemmeno io che avrei avuto il coraggio di vivere questi cinque anni davvero. Certo, durante il torneo di frisbee mi sono stesa sul prato a prendere il sole. A racchettoni non sapevo giocare. Sui pattini ho potuto fare il mio spettacolo, atterrando a terra col sedere. Quando si è trattato di cimentarmi nell’hiphop ho riso, perché eravamo tutti dei pazzi, tutti come scimmie, pazzi e cretini.

Ricordo quello scambio con la scuola ungherese, quei dieci giorni a Budapest così confusi, tutti smembrati, un po’ a pezzi, come se in quella gita mancasse qualcosa. Ho portato a casa da Budapest tanti ricordi, ho lasciato tanti momenti da dimenticare, le corse sotto la pioggia, le crisi di pianto, le ore a camminare senza meta nel bosco, ma eravamo la classe sperimentale, sin dall’inizio, quella che l’ungherese ha cominciato a studiarlo dal primo anno: le cose non potevano cambiare. C’è chi se n’è andato, chi si è semplicemente arreso, chi invece è arrivato a metà, per un puro scherzo del destino, abbiamo anche cambiato nome, la 2°L è divenuta 3°I, ma la nostra anima è rimasta la stessa, fino ad oggi. Un’anima cretina. L’ho ritrovata, sapete? L’ho ritrovata nel ripiano dell’aula di disegno: ci sono i nostri plastici, quel progetto su cui abbiamo lavorato fino a notte fonda, a fine maggio. Ecco, in quei plastici variopinti e traballanti ci siamo noi. Resteranno per sempre a scuola.

 Quanti professori ci hanno conosciuto! Li ricordo tutti, come voi. Quel pazzo di matematica e fisica, sette ore a settimana per cinque anni. Il napoletano d’oc di inglese, Ciro, che spiegava Shakespeare con la cazzimma. L’orso di arte, che si addormentava davanti ai documentari. Il suo successore, che invitava le studentesse agli aperitivi. Il professore di filosofia della terza, rimasto soltanto un anno, ma davanti a lui e per lui ho pianto come una bambina, senza mai perdere la speranza, un giorno, di rivederlo. Poi la prof di scienze, quella delle molecole che erano margheritone petalose, quella che ci portava in laboratorio per mischiare acqua e sale, quella che scaricava da internet le verifiche già fatte,  e noi prendevamo tutti nove. 

Ragazzi, grazie. Volevo dirvelo, anche se a volte mi sono sentita solamente un pezzo fuori luogo. Io non c’ero durante le grigliate del sabato sera, non ho mai avuto quel coraggio che da voi ho imparato, non cantavo sul pullman le canzoni di Vasco e Tiziano Ferro, non ho mai giocato nella squadra di frisbee, e nemmeno ho partecipato all’occupazione della scuola. Ma cinque anni lasciano un segno. Per tutto. Per quei momenti di sconforto in cui ho asciugato lacrime, per i momenti di rabbia in cui i professori hanno lanciato i libri, per le amicizie con i bidelli, la Patty, Andrea,  Invano, la barista Luisa, sono comparsi e a volte scomparsi, come angeli custodi.

La quarta, poi, è stato un anno speciale. Forse ho davvero trovato il mio posto, in primo banco, a ridere come una cretina in una classe di cretini. Ero in primo banco ma mi sentivo a volte come al centro di un cerchio, perché potevo voltarmi, e vi trovavo tutti, e i professori mi sgridavano, ma voi c’eravate tutti. È stato l’anno in cui ho pianto dal ridere, tante volte. È stato l’anno delle enormi soddisfazioni, l’anno in cui ho letto per la prima volta un mio tema, su Pierpaolo Pasolini, e di quel momento ricordo solamente il silenzio immacolato e la mia voce. È stato l’anno di tante battaglie, delle lotte per chi pretendeva da me un aiuto senza nemmeno guardarmi negli occhi, ma alla fine ho imparato a vincere io. È stato l’anno della gita all’isola d’Elba, delle immersioni subacquee, di quei folli tre giorni in cui mi sembrava di essere su di un altro pianeta. Non mi sono mai tuffata in piscina con voi: vi guardavo da lontano, asciutta, ripensando a tutti quei momenti in cui una classe vera e unita non era mai nata.

Non voglio bene a tutti voi allo stesso modo, non sarebbe possibile. C’è chi mi ha fatto ridere tante volte, chi mi ha abbracciata per la prima volta, chi mi ha fatto appassionare al sushi, chi mi ha invitata a dormire a casa, chi, per i miei diciotto anni, è venuto alla mia misera festa di pochi amici intimi, ed è questo che spero non finisca mai. Chi siamo? Quelli del torneo di briscola sulle scale della scuola, quelli delle cene con il prof di religione, quelli che correvano per andare in laboratorio, quelli che sono sempre entrati per ultimi, tutti assieme, quando le porte già stavano per chiudersi. Siamo quelli che per ogni  decisione, domanda, o immagine cretina scriveva sul gruppo di classe di whatsapp. Siamo quelli che ad ogni compleanno hanno portato vassoi di pizzette e pasticcini per il professore di lettere goloso, e abbiamo combattuto per i biscotti, ma l’ultimo non lo ha mai mangiato nessuno. Siamo quelli che “Hai una gomma da masticare?”, “Hai una penna?”, “Hai un foglio protocollo in più?”, era una caccia continua. Siamo quelli del ping-pong e del biliardino, delle palline da tennis appese al muro dell’aula, della foto di Napolitano fuori dalla finestra, dei cestini visti come canestri. Siamo quelli delle foto di classe ogni anno più cretine: un po’ come noi. 

È stato l’ultimo anno, e forse di questo anno ricorderò poco. È volato via così in fretta. La gita a Barcellona, una delusione che ho apprezzato solamente grazie a voi. L’incontro con la Marina Militare che il professore ha erroneamente organizzato per me: sono stata chiamata con l’altoparlante, ma non mi sono mai presentata. La mia prima e unica grigliata con tutti voi, nata per caso, come un giardino proibito. O quel momento in cui la compagna da tredici anni a questa parte è svenuta sulla sedia. Piccoli momenti di un anno che è scivolato via. Sembra ieri che correvo per l’ultima volta a occupare i banchi migliori, ieri che ci siamo scambiati i regali di Natale, ieri che abbiamo iniziato a studiare per la patente, i test universitari, le prime prove d’esame. E invece siamo arrivati all’oggi, e non sono pronta. Siamo troppo grandi per restare, c’è chi ha già vent’anni. Ma mi mancherete tutti. Eravamo i cretini migliori della scuola.

“La 5°I la puoi trovare ovunque, in bagno, al bar, davanti alle macchinette o alla fotocopiatrice, ma in classe, ah, in classe non c’è mai”

Lo ha detto la professoressa di scienze del biennio, uno di questi ultimi giorni di scuola.

Mi mancherà tutto del liceo. Mi mancherà alzarmi ogni mattina, correre a scuola, rivedere gli stessi volti, temere le interrogazioni, imbottirsi di bigliettini, e poi il caffè delle undici, gli appunti imperfetti, le risate, soprattutto le risate, perché so che certi momenti non tornano indietro. È stato un bel periodo. Mi dicevano che sarebbero stati gli anni migliori. Non ci credevo, ma oggi mi sento ricca di questi cinque anni come fossero oro, e pesano quasi fino a farmi piangere.

Grazie, a voi cretini, per tutto. Inutile dire che è giusto sia finita così. Fa parte della strada da percorrere. Ma cinque anni non si dimenticano, e quindi niente, grazie. Grazie perché è anche merito vostro se sono diventata questa persona. Ho mangiato una pizza seduta al centro di una piazza, ho cantato su di un tram di Budapest l’inno dei pompieri, ho fatto commuovere un’amica con un tema, e soprattutto ho riso e fatto ridere, ridere insieme, con la faccia nascosta tra le mani, persone per me importanti. È stato bello essere un po’ cretina anch’io. Ed è questa la pagina di me che conserverò per sempre, dopo cinque anni strani, intensi, folli, a volte lunghi, a volte brevissimi, di una bella storia.

L’ultima campanella 

Per sempre.

Agli esami ci si penserà domani. 

Oggi voglio solo piangere e ridere assieme, nelle complicazioni dell’ultimo giorno di scuola, gridare sulle scale di gioia e di dolore, sperare in un gavettone e subito correre via.

Sono difficile, non so cosa voglio, non so cosa provo, non so cosa penso. 

Grazie. Un grazie un po’ a tutti, ai professori, ai bidelli, ai tecnici dei laboratori, ai baristi, ai compagni di classe più cretini di sempre, ai rappresentanti d’istituto, ai genitori, alla scuola che per cinque anni è stata la mia seconda casa, fa strano dirlo, ma mi mancherà. Anche se le ho augurato di bruciare. Sono cresciuta lì dentro, sono cambiata, ho imparato tanto e non parlo solamente di matematica e latino. 

Ho un po’ paura di perdere tutto questo. Ero protetta, lì dentro, come chi nasconde la faccia per non farsi trovare. Ci sono gli esami di maturità, e poi il mondo, ma per il mondo ci vuole coraggio, so che devo trovarlo e usarlo, sono pronta a farlo, ma al tempo stesso oggi sono triste. 

Molti spariranno. Chi non sparirà, potrò vederlo da lontano. Le risate che ci siamo fatti tra i banchi di scuola, resteranno un ricordo sbiadito. Le mie mattine saranno più vuote, è inevitabile. Cambierà tutto. Cambierà romanzo.

Grazie, a tutti. Alla mia 5°I, l’ultima sezione, quella che nessuno vorrebbe avere, ma che ha saputo farsi voler bene a modo suo. Noi che giochiamo a carte anche per terra, noi che portiamo ad ogni buona occasione pizzette e pasticcini, noi che quando facciamo partire un applauso non ci fermiamo mai, abbiamo scritto tutti insieme una storia bellissima. Chi più, chi meno. Ed io forse ci sono stata poco. Ma posso dirvi che sono triste?

Eravate i miei cretini preferiti. Come potrei non sentire la mancanza di tutti quei momenti assieme? Le gite scolastiche? Le corse delle otto e dieci per entrare in tempo? L’intervallo in cortile che ogni volta volava via in un secondo? Tutto aveva un suo senso. Grazie, perché quel senso eravate voi. 

Grazie, semplicemente perché all’inizio avevo paura, una folle paura di rimanere da sola in un inferno di cinque anni. Poi ho conosciuto una persona, due, dieci, un po’ tutti, anche se alcuni sono rimasti delle maschere indecifrabili, e non sono da sola, oggi, non sono infelice, non sono arrabbiata, non ho più paura. Sono entrata bambina, ed esco con qualcosa di diverso, sarà l’età, sarà l’esperienza, saranno le amicizie speciali, io non lo so.

È solo che vorrei dire grazie a tutti quanti, ma non ci riesco. Vorrei lasciare una lacrima sulle spalle di ciascuno, ma la lacrima non vuole uscire. Tempo fa sognavo questo momento, sognavo di scrivere milioni di righe per chi in fondo ha reso questi cinque anni un periodo bellissimo, ma oggi non ho niente da dire. Soltanto un grazie immenso, che non saprei misurare.

Ho finito il liceo. Agli esami ci penserò domani. 

Grazie per tutto ciò che abbiamo condiviso, anche senza conoscersi del tutto, è stato un viaggio meraviglioso e sono seria se vi dico, qui, ora, che da nessun’altra parte troverò mai dei cretini come voi a cui affezionarmi da morire.
Si sono chiuse le porte. Il cielo brilla di un azzurro diverso.