Ripetizioni di matematica 

Pensate sia semplice? Pensate sia una soluzione immediata ed efficacemente risolutiva? Illusi! Il mio professore di matematica e fisica è un incapace, uno di quei professori che copiano pagine e pagine di calcoli sulla lavagna, con lettere greche che compaiono e scompaiono, più che diventano meno, numeri che si riproducono a pioggia, e alla fine il risultato è sempre zero o più infinito. Poi ti interroga, pretende che tu svolga un problema universitario del quinto anno, con sette variabili, quindici parametri, un sistema di otto funzioni, che descrivono la rotazione di un trapezio in un piano tridimensionale. Ciao. Addio, anzi. Così prendo delle ripetizioni. O meglio, ci provo. Al primo tentativo è piombato in casa mia un nano con la giacca di pelle e la camicia, che pareva appena uscito da un matrimonio, con i capelli elettrizzati e lo sguardo serio. Argomento della lezione: le coniche. Che allora pensavo fossero figure a forma di cono. E il ragazzo che fa? Mi interroga. E mi rimprovera: “Pensavo fossi più ferrata sulle coniche”. Caro mio, credo di aver lasciato la laurea in matematica in qualche universo parallelo. Se fossi stata ferrata forse non avrei chiesto a te qui presente di aiutarmi, non ti pare? Magari avrei trascorso il mio pomeriggio a divertirmi con le coniche senza vomitarci sopra, che dici? Secondo tentativo, il più riuscito: Marco. Marco il pelato. Marco che gira sempre in motorino, anche sotto l’uragano Katrina. Marco che corre per arrivare in orario, e appena si siede si asciuga il cranio bagnato accarezzandosi la testa con i Kleenex. Marco che indossa gli abiti trovati al mercato, rigorosamente larghi, rigorosamente anni Sessanta, rigorosamente infeltriti e usurati. Marco che non usa l’ombrello, no, lui é anticonvenzionale: usa un impermeabile giallo canarino catarifrangente dello stesso tessuto dei sacchi della spazzatura. Insomma, un Marco sui generis. Ma almeno sapeva spiegare. Cominciava a spiegare ancora prima di entrare, cominciava dalle scale, continuava nel tragitto dalla porta al tavolo, e non si fermava mai. La cosa buffa è che per i primi due mesi veniva con una borsa di Mary Poppins piena di roba, libri, quaderni, fogli, penne come fosse una cartoleria, vecchi reperti universitari, alcuni affumicati perché gli si era bruciata casa. Poi ha cominciato a dimenticare le cose. I fogli. Le penne. I libri. Era solo una presenza robotica che si sedeva e non si alzava prima di due ore. Con Marco si facevano soprattutto esercizi, infiniti esercizi, esercizi di ogni tipo. Ma lui era sempre ottanta passaggi avanti, e il mio vano tentativo di copiare era stroncato da lui che girava il foglio, e poi ne riempiva un altro, e un altro ancora. Un’enciclopedia per un esercizio solo. Mentre io avevo a mala pena scritto i dati del problema. Ma Marco aveva i suoi vantaggi: per esempio, faceva dei bellissimi schemi riassuntivi. Oddio, bellissimi. Colorati. Perché il blu voleva dire una cosa, il rosso un’altra cosa, il grigio sbiadito un’altra ancora, il nero così via. E poi pieni di frecce, di asterischi, di equazioni che non si sa in quale buco nero spariscano. Mi ritrovavo così a ribaltare la scrivania per decifrare in quale ordine i fogli fossero stati scritti, con il sudore che scendeva e la rabbia che saliva. Poi il suddetto Marco mi ha annunciato che se ne sarebbe andato dalla città, e la sua ultima lezione, non pensavo lo avrei mai detto, è stata meravigliosa. Mi è mancata tanto. Perché, diciamocelo, ho capito! Ho davvero capito matematica! Altro che coniche, altro che figure a forma di cono. Al terzo tentativo di trovare un insegnante degno, mi entra in casa un subumano di ingegneria. Un primate a tutti gli effetti, col barbone ispido e sporco, un maglione verde pisello da senzatetto, un paio di occhiali tipicamente da nerd, tondi e inclinati di ventiquattro gradi a destra, dei capelli indescrivibili, talmente plastificati che a passarci una mano in mezzo sarebbe rimasta incastrata. Appena l’ho visto sono caduta in depressione. Non sono razzista, non ho in progetto di sterminare il mondo di ingegneria, ma capirete voi che qualcuno cospira contro di me. Il soggetto alieno narrato ha un’energia vitale pari a quella di Internet Explorer: un anno luce solo per avviarsi. Ma non è un diesel, è semplicemente un catorcio. Apre il suo computer e vengo investita da un oceano di icone e cartelle aperte. Leggiamo insieme una lista di formule, su cui puntualmente si incanta per dieci minuti. Poi ci gettiamo con follia nei problemi. Risultato? Capisco tutto, perché i problemi sono elementari. Quello che non capisce è lui. “Ah! Si? Fammi vedere, come viene quindi?”. Avrei voluto pretendere un compenso economico, ma gli ingegneri mi inquietano, non si sa mai che progettino qualche arma distruttiva. Sta di fatto che ho spedito la scimmia fuori di casa con sollievo, e la promessa che non avrei trascorso con essa altri minuti. Del resto sono completamente in grado di consegnare in bianco una verifica da sola, o di farmi cogliere con un bigliettino formato A4 infilato nella manica. Ci vuole tattica e portamento anche per prendere un due, non credete. 

Il quarto e attuale e persistente personaggio è: un astrofisico con dei peli di otto chilometri e capelli più lunghi dei miei e quelli di mia madre messi assieme. Insopportabile. Pretende che io risolva un’equazione di quinto grado a occhi chiusi, su una gamba sola e SENZA CALVOLATRICE.  Le ripetizioni sono per me un’angoscia. Mi sveglio la mattina come una condannata. Quando suona alla porta vorrei chiudermi sul balcone, sì, anche a dicembre. E poi… e poi… l’astrofisico mi prende in giro. 

Vi annuncio quindi che sono in attesa del quinto tentativo. Se qualcuno si volesse proporre è ben accetto.

Litigio

Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare. Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu

(Sacre Scritture)

In realtà non avevo mai litigato con nessuno prima di oggi. Non mi era mai uscito di bocca tutto questo, senza quasi alcun filtro, pensieri rigurgitati dalla rabbia del momento, ma che portavo dentro da tempo. È che non ce la faccio. Io raccolgo, raccolgo, apparentemente all’infinito, e poi esplodo. Lo so che faccio male, che uso parole che non sono mie, nemmeno materialmente, so che potrei aver rovinato tutto con un singolo messaggio, forse due, ma non riesco a sentirmi in colpa del tutto. Perché ho ascoltato ogni cosa, ogni battuta pungente, ogni critica affilata, sempre con il sorriso pronto, sempre con lo spirito di dire “Non importa, ti perdono”, ho sempre ragionato a fondo su ogni cosa, perfino sul suo regalo, quello shampoo per capelli danneggiati da tre euro e quarantanove. Forse ho sbagliato sin dall’inizio. Ma io non sopporto litigare. Mi scorrono davanti quelle foto, di quando eravamo veramente felici, con la forza di ridere sempre dopo ogni ferita. Che cosa è successo? Perché proprio oggi? Non sono capace di mandare a quel paese nessuno, figuriamoci lei, lei che c’è sempre stata nonostante tutto, forse un po’ troppo sincera, un poco impulsiva, semplicemente diversa. Possiamo condannare qualcuno per questo?  Il fatto che mi abbia costretta a lavare i piatti dopo avermi invitata a pranzo? O che m’abbia implicitamente fatto capire che i miei capelli sono brutti? Io non riesco ad essere così. E vorrei c’è non ci fosse la possibilità di parlarsi dietro le spalle, vorrei che non si finisse a rinnegare un’amicizia già incrinata, per orgoglio, per onestà, per l’assurda incapacità di capirsi. Probabilmente abbiamo sbagliato tutti, e dovremmo tutti fare un passo indietro, chinare la testa e chiedere scusa. Per un sacco di cose. Per le parole, per il tono, per aver mandato all’aria ogni cosa quando sarebbe bastato fermarsi, la prima volta, e parlare. E invece si finisce per perdere tutti quanti. È che forse a volte è impossibile riuscire a comunicare, quando si è troppo lontani, su due pianeti distinti e irraggiungibili, a volte la fine sembra quasi già scritta, ed è di persone che si guardano, e non si riconoscono più. Ma sono io? Sono io che ho scritto queste cose? Io che non riesco mai a dire “Ma” ad una persona, io che nemmeno so in che posizione stare in tutta questa storia, non so se mi sento in colpa o solo strana. Non ho mai litigato con nessuno, ed ora penso a tutte quelle occasioni mancate in cui ho preferito mostrare la schiena e non la faccia: non me la sono sentita. Perché in fondo non è giusto, forse avrò rovinato tutto, oppure forse è servito a qualcosa, sembra quasi che le esplosioni vengano ricordate di più degli schiaffi dietro l’angolo. Ho sbagliato, ed ho ragione. Non riesco a ngarmi questo briciolo di percorso retto. Mi è stato detto di tutto, da persone di cui non m’importava niente, che mi hanno voltato le spalle, che se mi vedono per strada mi passano davanti come sconosciuti, e non ho mai alzato un braccio per dire che non era giusto, che forse non lo meritavo. Non me ne fregava niente. Ma è inutile, a lei un poco ci tengo. Davvero. Nonostante i suoi errori, nonostante le risposte amare, nonostante i regali bollenti, io ci tengo. Per tutto quello che abbiamo vissuto insieme, per tutti quei ricordi che inevitabilmente piombano sul tavolo quando si tratta di fare i conti. E più mi arrabbio, più m’invade una voglia di pensarla in modo diverso, dimenticare per un attimo tutto il male e rivivere la nostra vacanza a Riccione, quella della scorsa estate, che per me è stata così speciale. Dov’è finita quella mia capacità di ridere di tutto? Perché oggi me la sono presa così? Forse è l’età. Forse è che sono troppo sensibile a certe cose. Ma ci tengo e vorrei che non fossimo arrivate a questo punto, a ripagare i nostri errori con altri errori, a starci male, perché a nessuno piace litigare, ad usare il tono di un altro perché dietro un cellulare è sempre tutto più facile, ma di persona abbasso la testa. Abbiamo litigato, e di tre persone sono la sola che ha chiesto scusa. Non potevo aspettare ancora. Il mio passo indietro l’ho fatto, perché si sbaglia anche quando si ha ragione, e si ha la pretesa di scavalcare tutti, con la prepotenza di certe parole, non ho problemi ad ammettere che ho nascosto perfino i miei sensi di colpa, perché sono testarda ed orgogliosa, esattamente come mio padre. Ma ho spezzato io quel muro gelido di silenzio, ed è stato come tornare a conoscersi un’altra volta. Forse ci sono state tante bugie e tante mezze verità in tutta questa storia, e probabilmente non sapremo mai che cosa sia accaduto, quale gesto, quale frase abbia scatenato un litigio incontrollato, ma é bello quando scopri che le cose si stanno aggiustando, e la tua parte l’hai fatta. Ho chiesto scusa per come mi sono posta, e l’ho fatto con sincerità. Perché ci tengo alla sua amicizia anche se siamo diametralmente diverse. Sarà che sono affezionata a lei, è stata un’amica importante, e forse una delle poche che davvero posso dire di conoscere. Sarà per questo che certi litigi fanno più male di altri. Perché si è tutti più seri, più tristi, anche quando tutti sono pronti a darti ragione. Ecco, non avevo mai litigato così. E spero che non sia più necessario perdere la pazienza, spero in fondo che serva a tutti per riflettere, e capire che cosa non ha funzionato in un lungo arco temporale di rapporto. I litigi non servono per dirsi addio. I litigi, quelli tra amici, servono per imparare a capirsi ed ascoltarsi meglio. 

Leggo oggi sul calendario filosofico 2017: “Bisognerebbe mettersi più spesso nei panni degli altri e chiedersi Se io fossi al suo posto?. Ci renderebbe tutti persone migliori”. (Roberto Rigoni)

E questo l’ho imparato da oggi.

Musica classica

Me lo hai chiesto quando sedevamo accanto

Tu vestita di quell’armatura grigia

Che ti protegge da chi ferisce a colpi di spada

Ma lo hai chiesto a me, come se m’avessi presa per mano

“Ti piace la musica classica?”

Ed io strozzata da quella tua voce dolce

Ti ho ascoltata parlarmi di Einaudi 

Con la gelosia segreta di non averlo mai sentito

E dire che mai lo avrei pensato

Come fai? Come ci riesci?

Forte come una lupa mentre mi guardi

E poi ti sciogli per una lite col tuo babbo

Hai mille pagine nel romanzo che nascondi dentro

Un profumo intenso che non si sente

La voglia di combattere anche se fa male

Hai la grinta del grande Vasco quando sussurri Albachiara

E melodie armoniose di quel pianoforte di Einaudi

L’ho ascoltato, sai?

E mi ricorda te

Mi rimprovera per non averti detto che la musica classica l’ascolto anch’io 

Quella ch’esce dalla chitarra che ho a casa

E non ti ho detto che ad un concerto ci andrei anch’io

Non ti ho detto che la suono

O almeno che ci provo

Ma il pensiero di te seduta alla scrivania

A studiare sulle note di Einaudi come una bambina

M’ha fatto viaggiare tra le apparenze che pensiamo di conoscere

Come te, decisa e forte nei tuoi vestiti scuri

E a nessuno forse hai chiesto come hai chiesto a me

“Ti piace la musica classica?”

Rubandomi di colpo ogni certezza

Ogni tua immagine sembra ora diversa

Come se il tuo corpo avesse una sfumatura in più 

Morbida come quelle note sul pianoforte

Limpida come il riflesso sui tasti bianchi

Viva come gli spartiti che volano  nell’aria

Ma oggi mi hai chiesto se mi piace la musica classica

Sì, la tua

La musica di quando ridi

Quando parliamo sottovoce

Quando mi guardi con quella curiosità infantile

E mi domandi di scoprirmi la faccia

Mi piace la musica di quando stiamo insieme

Poche ore, quelle concesse

Ma è una musica indescrivibile 

Che io ascolto come te seduta alla scrivania 

Sono insaziabile delle nostre melodie fugaci

Di quella musica sottile che il silenzio si porta via

Mi piace la musica classica

E da oggi forse il tuo profumo chiaro avrà un sapore in più

Di quel pianoforte nuovo 

E delle note di Einaudi sulla tastiera